24 September 2017

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CINEMA: Intervista a Carine Roitfeld, protagonista di "Mademoiselle C"

Carine Roitfeld ? la redattrice di moda pi? conosciuta al mondo, assieme alla direttrice di Vogue America, Anna Wintour. ? anche la pi? inaccessibile. Dopo dieci anni passati alla direzione di Vogue Paris, coronati di successi e

Carine Roitfeld è la redattrice di moda più conosciuta al mondo, assieme alla direttrice di Vogue America, Anna Wintour.
È anche la più inaccessibile.
Dopo dieci anni passati alla direzione di Vogue Paris, coronati di successi e di scandali di ogni genere, all'inizio del 2011 sbatte la porta del famoso rotocalco e decide di creare una nuova rivista chic, glamour, e innovativa.
Così, tutti si ritrovano attorno all'iconica Torre Eiffel umana su un tacco 12: l’irreverente Mademoiselle C, tant'è che il regista Fabien Constant l'ha immortalata in un meraviglioso docu-film. Che significato ha per lei la moda? Più della moda, amo l'immagine e non è la stessa cosa.
Nelle mie serie sulla moda, non mi interessa presentare l'ultima borsa o la collezione numero 25, ma mostrare come si può utilizzare un capo o un accessorio, come questi possono valorizzare una donna.
C'è un aspetto superficiale, ma si tratta anche di un'arma per acquisire fiducia in se stesse.
Non dico alle donne di comprare un determinato cappotto, ma di indossarlo in un determinato modo.
Mando dei piccoli messaggi, trasformo in immagini le proporzioni: sono il legame tra le sfilate che chiunque può guardare su Internet e la vita reale, sono la persona che rende tutto portabile attraverso personaggi che mi fanno sognare e fantasticare.
Per me che non sono una stilista è appassionante potermi associare agli artisti in questo modo.
Non sono immagini cinematografiche, ma per certi aspetti sono anche fantasie visive.
Attraverso le mie fotografie, racconto delle storie sulla carta. Il cinema, invece? L'unico ruolo cinematografico che mi sia mai stato proposto è quello di Marie-Ange in Emmanuelle quando ero una giovane mannequin.
Mio padre si oppose.
Era un produttore e mia madre faceva la segretaria di edizione.
Il mio talento personale è avere un buon occhio che ha aiutato numerosi fotografi, stilisti, riviste e campagne pubblicitarie ad avere successo...
Avrei potuto fare la stessa cosa nel cinema.
Ma un film è molto lungo da realizzare...
In fin dei conti, ritrovarmi oggi sul cartellone di un lungometraggio è una strizzata d'occhio molto simpatica per la figlia di un produttore. Che sa dirci del regista Fabien Constant? Conoscevo Fabien Constant da molto tempo.
Aveva realizzato per me due video di cui avevo apprezzato il senso dell'umorismo e l'assenza di crudeltà nel suo sguardo sui protagonisti della moda, il suo astenersi dal giudicarli.
La benevolenza è una parola che amo molto ma che non esiste quasi più al giorno d'oggi.
È talmente facile deridere le persone.
Sicuramente esistono dei cliché...
Lui conosce bene quell'universo ed è quindi stato subito accettato da tutti.
E nessuno è stato infastidito dalla sua presenza, malgrado il fatto che sia rimasto con noi per un lungo periodo di tempo...
Ma si è integrato nell'ambiente.
Del resto assomiglia ai miei collaboratori, sia nel modo di vestire sia in quello di ragionare.
Potrebbe lavorare nella mia squadra. Come è stata l'esperienza di lasciarsi filmare? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non mi hanno proposto spesso di essere il soggetto di un documentario.
Quando lavoravo per Vogue, i miei collaboratori erano restii all'idea di essere filmati e dunque era complicato.
Qualche anno fa sono stata seguita da una troupe della CNN, ma le riprese erano durate poco, due o tre appuntamenti al massimo.
Fabien mi ha proposto il suo progetto nel momento in cui lanciavo la mia nuova rivista.
Avevo appena lasciato Vogue, stavo ricominciando tutto daccapo e trovavo quel periodo interessante.
Ho accettato spontaneamente, senza riflettere troppo su quello che avrebbe comportato.
Non mi sono resa conto che correvo il rischio di diventare una nuova Kim Kardashian.
(ride) Quanto alla famiglia? Mio marito non ha mai accettato di apparire sullo schermo.
Non partecipa alle mie serate, è l'uomo nell'ombra e si è lasciato convincere solo perché ha veramente apprezzato Fabien.
Mia figlia Julia è stata molto cool, è molto a suo agio in contesti simili.
Mio figlio Vladimir un po' meno...
Abbiamo organizzato una proiezione a New York per le persone del mio entourage che avevano accettato di collaborare.
È stato un modo per ringraziarle di essere state al gioco. E...
le tre fate? Sono molto felice che nel film ci siano Ricardo Tisci, Tom Ford e Karl Lagerfeld, tre artisti con cui trascorro molto tempo.
E lo stilista J.
W.
Anderson che per me rappresenta il più grande talento del futuro.
È stato difficile convincere Tom Ford.
Si castra ancor più di me.
In compenso, il film mostra un Karl Lagerfeld che la gente non conosce.
La scena in cui spinge la carrozzina di mia nipote rischia di impazzare su YouTube perché nessuno se lo immagina in quella veste.
Eppure Karl è molto dolce con i bambini, molto più di quanto non si pensi. Secondo lei, è difficile smontare i cliché? La gente mi immagina come una donna molto elegante, vestita sempre con gonne attillate e tacchi alti.
Mi fa piacere che ci sia finalmente uno sguardo sul lavoro fisico che comporta la moda, che mi si veda con le scarpe basse e i jeans, mentre corro da un aeroporto all'altro...
Se sono arrivata a questo punto è grazie al mio lavoro.
Non ho avuto successo dal nulla, sono il frutto di 30 anni di fatiche. Parliamo di Vogue... Non ho voluto infierire sui miei ex datori di lavoro, sono molto gentile nei loro confronti e non li attacco minimamente.
Non perché abbia timore della loro reazione, ma perché non trovo corretto osteggiare qualcuno con cui si è trascorso un decennio della propria vita! Alla fin fine, l'essermene andata è stata una fortuna. Essendo una perfezionista, per lei è difficile mollare la presa, vero? Le fotografie possono essere ritoccate, un film è più complicato.
Per me che sono abituata ad avere il controllo su ogni cosa, è stato difficile accettare di mostrarmi sotto una luce non sempre lusinghiera.
Credo di non essere mai riuscita a dimenticare del tutto la presenza della videocamera.
Ma nonostante tutto, fin dall'inizio ho avvertito Fabien che non avrei giudicato il film in relazione alla mia immagine, che non lo avrei censurato prendendo a pretesto il fatto di trovarmi brutta sullo schermo.
Ho accettato le sue regole del gioco e gli ho dato fiducia come faccio con tutti i collaboratori con cui lavoro.
La libertà che ha avuto nel fare questo film è la stessa che ho io nel fare la mia rivista e che mi è necessaria. Il documentario rivela anche la sua normalità... I miei amici mi hanno detto che il film rappresenta bene il mio senso della famiglia.
È vero che ho sempre mescolato tutto, che i miei figli sono sempre venuti con me alle sfilate...
Mi piace l'idea di mostrare che una donna può conciliare vita professionale e vita privata, che non esistono confini tra l'una e l'altra.
Era importante per me che la mia famiglia fosse nel film.
Sto con lo stesso uomo da trent'anni.
Quando i miei figli erano piccoli, finivo di lavorare presto per andarli a prendere a scuola e portarli a cavallo.
Sono molto normale.
Tutta la mia follia si riversa nelle mie immagini.
Come una pentola a pressione, vado in ebollizione esercitando il mio mestiere.
Ma in veste di madre, non sono poi tanto folle... Quanto a Anna Wintour? Ho lavorato con Anna Wintour e la rispetto.
È fredda, dura e al tempo stesso molto corretta.
Quando non le piacevano i miei servizi fotografici, prendeva in mano il telefono e me lo diceva chiaro e tondo.
È una donna d'affari, all'esatto contrario di me.
Dirige la sua rivista scegliendo i capi di abbigliamento che potranno vendersi nei grandi magazzini allo scopo di sostenere il mercato.
Io faccio fotografie che considero belle e dispongo di molti meno mezzi di lei (ride).
Quando qualcuno mi chiede che mestiere faccio, rispondo che sono una «dreamer», una persona che è riuscita a realizzare i suoi sogni.
La differenza principale tra i nostri due film è che il giornalista che ha realizzato The September issue non conosce la moda.
Mi aspetto che i due documentari vengano messi a confronto, dopo tutto hanno paragonato persino le nostre figlie, ma non devono essere messi in competizione. The September issue e Mademoiselle C non hanno nulla a che vedere uno con l'altro e penso che ci sia spazio per entrambi i progetti. Come è stato scoprirsi sullo schermo? Quando mi sono vista sullo schermo per la prima volta, è stato un po' come risalire gli Champs-Élysées completamente nuda.
Insieme a Stephen Gan, il mio socio, siamo rimasti piuttosto traumatizzati.
Solo in quel momento abbiamo realizzato cosa avevamo fatto...
Non mi ero resa conto di aver dato tanto di me stessa.
Vedermi nel reparto maternità alla nascita di mia nipote o mentre mi faccio truccare...
Mi sono detta «ma perché mi sono lasciata filmare così, con quei fermacapelli in testa, ho l'aria ridicola!» e «sembra che conosca solo tre parole del vocabolario!».
Di sicuro sei più bella mentre scendi da una limousine in abito da sera che mentre corri tutta sudata su un set fotografico di Bruce Weber! Forse non è quello che desidereresti lasciare ai posteri, ma penso che sia abbastanza rappresentativo della mia vita.
Si vede che sono una persona accessibile e che ho i piedi per terra.
La sola cosa che mi rattrista un po' è che dal vero sono molto più spiritosa di come appaio nel film... La scena preferita? Quando mi si sente cantare in russo.
Sono piuttosto fiera di quella sequenza, trovo che non sono troppo stonata.
È uno dei momenti di grazia del film. Preoccupata? Sono molto in ansia per l'accoglienza che riceverà il film.
Ovviamente, voglio che vada bene.
Spero che la gente non resterà delusa nel vedermi nella mia quotidianità mentre faccio lezioni di danza.
Forse per alcuni cadrò dal mio piedistallo...
Non ne ho idea...
La gente mi immagina come una specie di icona della moda, sempre impeccabile.
E invece non lo sono sempre...
Mi farebbe piacere che alla fine il pubblico dicesse: «è divertente la moda!», perché è così che io la vivo, senza pretenziosità e con leggerezza. E i fan? Conoscete il detto: non scegliamo il nostro pubblico, è il pubblico che sceglie noi.
Tutti i giovani che si presentano per incontrarmi nella prima scena del film, il blogger che mi fa la sua dichiarazione d'amore in mini-short, possono mettere a disagio.
A volte mi dico: «Ma che razza di roba è questa?! È questo la moda?».
E al tempo stesso sono gesti piuttosto teneri e bisogna stare al gioco, anche se non sai mai su quale pagina Facebook atterreranno le foto... Ci sarà un seguito? Sarei pronta ad imbarcarmi in un altro progetto con Fabien, non necessariamente su di me, ma magari sulla moda, con la mia competenza, la mia visione delle cose e il suo senso dell'immagine e dell'umorismo...
Perché no? Oggigiorno ogni cosa è business, ma si può anche aggirare l'aspetto del business e prenderne spunto per divertirsi.
Ci sono cose divertenti nella moda che la gente non conosce.
Magari Mademoiselle C sarà per me l'inizio di una nuova avventura.
Sono un elettrone libero: tutte le riviste si assomigliano, ma io penso che la mia non assomigli a nessun'altra.

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