Violenza domestica | “Il mio fidanzato mi molestava tutti i giorni”

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Foto da Pixabay

Convivere con un uomo violento, che abusa del tuo corpo senza più nemmeno chiedere: una donna vittima di violenza domestica racconta la sua storia.

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Il mondo della violenza è un universo in gran parte sommerso.

Parlare è difficile, comprendere ancora di più. Ecco perché le poche coraggiose storie che giungono alle nostre orecchie spesso ci sembrano dei racconti horror, parto di una contorta fantasia piuttosto che della realtà ma, ahimè, abbiamo scoperto come la realtà possa esser assai più orribile di qualsiasi fantasia.

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Racconti di terribili violenze che non vorremmo più sentire ma che, in quanto terribilmente reali, vanno invece riferiti e ascoltati a orecchie ben aperte.

Ecco perché quando è stato sottoposto alla nostra attenzione l’ennesimo orrendo racconto di violenza domestica ai danni di una donna abbiamo deciso di condividerlo con tutte voi.

Violenza domestica, ” se gli gridavo “No”, lui capiva “Sì”

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L’HuffPost Francia ha chiesto ai propri lettori di condividere le proprie esperienze e testimonianze sulla vita di coppia.

Tra i racconti inviati ve ne era uno particolarmente doloroso, infarcito di violenza, abuso, mancanza di rispetto e umiliazione del corpo femminile. Un racconto di grande sofferenza che però, proprio per questo, andava condiviso.

La rivista lo ha così pubblicato, previo naturalmente consenso della sua autrice che rimane anonima, e noi lo condividiamo a nostra volta.

Riteniamo doloroso ma anche doveroso dare voce alla sofferenza di una donna (e con essa di molte altre), far capire come anche tra le mura domestiche, o forse soprattutto tra le mura domestiche, possa celarsi il terribile mondo della violenza sulle donne. Un mondo spesso silenzioso, soffocato dal pudore e dalla vergogna, difficile da raccontare, cosa che rende le parole che state per leggere ancor più preziose.

Chiedere aiuto è difficile ma già parlare è un passo avanti e, soprattutto, parlarne pubblicamente è un passo avanti per tutta la società.

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“Desidero condividere l’esperienza che vivo con il mio partner. L’ho conosciuto quasi dieci anni fa su un sito d’incontri. Abbiamo abbandonato presto il mondo virtuale ed abbiamo fatto l’amore al nostro primo appuntamento. Lui si è legato a me molto rapidamente ed ha subito voluto impegnarsi di più.

La fase da “luna di miele” è durata più di un anno: facevamo l’amore tutti i giorni, anche più volte al giorno. Dopo un po’, la routine e il lavoro mi hanno resa meno “desiderosa” ed in quel momento ho capito che questa opzione, per lui, non era contemplata. Era molto insistente e, se io non cedevo, passava presto dalle avances alle molestie.

Alle sei del mattino, durante la pausa pranzo di 35 minuti tra i miei due lavori… dovevo cedere, stare con lui. All’inizio, dal momento che era molto geloso, cercavo di convincermi che lasciarlo fare fosse un modo per rassicurarlo, ma non ha fatto altro che peggiorare le cose. Stava diventando un’ossessione. Riusciva a molestarmi per giorni interi, se restavo impassibile. Mi accusava di non amarlo più, diceva che lo tradivo, finché alla fine non scoppiavo a piangere e lo lasciavo fare.

La gelosia lo possedeva completamente, aveva iniziato a controllarmi il telefono, il computer, la posta. Non potevo più frequentare amici maschi e, ben presto, lui è diventato violento. Allora, mi sono allontanata per un po’di tempo. Ma lo amavo ancora, sono tornata indietro e da quel momento sono stata costretta ad essere pronta ad ogni suo segnale, annunciato dalle parole “Andiamo”.

Quasi tutti i giorni, dopo la colazione e la sigaretta del mattino, dovevo mollare tutto e andare a letto con lui. Sentivo solo l’ansia, la paura e lasciavo che succedesse per ritrovare un po’ di pace. Tutti i giorni gli esprimevo la mia sofferenza per quella vita, perché non mi sentivo più padrona del mio corpo. Quando sono rimasta incinta, mi ha mandata a quel paese e mi ha “dimenticata” per nove mesi perché, a priori, non lo eccitavo più fisicamente.”

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“Ma dieci giorni dopo il parto ha ricominciato, si è servito della mia bocca perché tutto il resto non era ancora “a posto”. Ma era troppo eccitato dai miei seni ancora rigonfi e si è servito anche di quelli (era la prima volta dall’inizio della nostra relazione). Poi ha cercato di sodomizzarmi. Anche se gli gridavo “No”, lui capiva “Sì”.

Alla fine sono crollata, negandogli ogni contatto, dopo mesi di discussioni in cui ho cercato di fargli capire che non poteva andare avanti in quel modo. Per tutta risposta, lui ha deciso di servirsi del mio corpo anche mentre dormivo. Mi toccava, mi penetrava con le dita, si masturbava contro le mie natiche. Ho resistito per otti mesi prima di lasciare quel letto. Otto mesi insonni, segnati dall’ansia. L’ho supplicato di fermarsi, gli ho spiegato il male che mi faceva, che lo amavo ma che avevo paura di lui. Mi rispondeva che io lo “castravo”.

Per un po’ di tempo sono andata da un’analista per ritrovare la serenità e fare un po’ di chiarezza. Mi è stato d’aiuto, mi ha dato forza. Provo rabbia verso di lui, ma anche verso me stessa. Ho lasciato che si approfittasse di me, al punto da non avere più alcuna considerazione per il mio consenso, riducendomi ad una sorta di bambola gonfiabile. Ma questa rabbia, oggi, mi da la forza di combattere per recuperare la mia integrità.

Da un anno stiamo ancora insieme, ma non riesco a sopportare il minimo contatto fisico. È da un anno che gli chiedo di rivolgersi a qualcuno, ma lui non fa nulla. Si accontenta di qualche bacio, di tanto in tanto, oppure ricomincia le sue incursioni notturne non appena condividiamo lo stesso letto. Crede che il suo comportamento sia sano e mi dice che mi tradirà se non lo “rispetto” di nuovo. Non so più cosa fare: se lo lascio di sicuro ricomincerà con un’altra e, in tal caso, non ne sarei responsabile anche io?

Grazie per aver letto.”

Chi scrive non è ancora riuscita a uscire dal tunnel dell’abuso e della violenza. Molte donne non ne usciranno mai, altre troveranno la forza e diranno basta.

A tutte loro va il nostro strenuo supporto e il nostro impegno nel far sì chi il prossimo “no” non venga interpretato come un “sì”.

Fonte: HuffPost Italia