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Le superstizioni che influenzano inconsciamente la nostra vita

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Le superstizioni influiscono davvero sulla nostra vita? E se sì, in che modo questo avviene e perché ne siamo attratti? Dal gatto nero al ferro di cavallo. Fatti di vita vera, o leggende da sfatare?

le superstizioni influiscono sulla nostra vita (Istock)

Ci siamo mai posti la domanda del perché le superstizioni esistono?E se sì, perché ne siamo attratti?Le superstizioni possono influenzare la nostra vita e la nostra quotidianità? Sono fatti realmente accaduti oppure leggende metropolitane? Tutti questi interrogativi probabilmente non trovano una spiegazione accreditata ma, volente o nolente, tutti noi – nel nostro intimo, o meglio, inconsciamente – crediamo almeno un po’ ad alcune di esse. Cerchiamo di schiarirci un po’ le idee e capiamo le vere origini delle superstizioni, del perché crediamo in esse e come possono influenzare la nostra vita, in parte, o del tutto. Sia chiaro, per molti non credenti, questo sarà solo una pura curiosità, ma chi, tra noi, almeno una volta nella vita non si è trovato difronte ad un gatto nero in mezzo la strada e ha esitato un attimo? Sono sicura che un po’ tutti l’abbiamo fatto, perché “non si sa mai” o perché, infondo infondo ci crediamo un po’

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Le superstizioni influenzano la nostra vita?

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Non tutti ammettono di essere superstiziosi ma in fondo tutti un pò lo siamo. In effetti  la superstizione è la manifestazione di un aspetto infantile della nostra mente ed al suo modo di interpretare la realtà. Insomma la superstizione farebbe parte di noi poiché non è altro che una manifestazione dell’irrazionale necessario: Questa cosa è andata male perché è successa quella cosa ed allora io faccio quest’altra cosa cosi quella cosa non si ripeterà mai più. Più irrazionale di così? Però quando la superstizione diventa stile di vita è pericolosa, perché arriva ad influenzare ogni scelta ed ogni comportamento della persona. La superstizione, però, può divenire addirittura uno stile di vita perché, per certe persone, può influenzare ogni scelta. La superstizione inoltre prolifera e si adatta alla persona. L’essere umano in questo campo è creativo e può idearne delle nuove e personali, come per esempio un indumento che porta bene o qualunque rito che va ripetuto prima della fatidica scelta. Il campo è vastissimo a partire dal cornetto e dal quadrifoglio portafortuna e  dal temutissimo gatto nero.  La superstizione, si potrebbe dire, è un errore tra casualità e causalità. In pratica, la confusione che si fa tra i due termini che sembrano simili ma che sono all’opposto, indicano, appunto come gli esseri umani possono credere alle superstizioni. Più semplicisticamente, l’errore, cioè la confusione tra causalità e casualità, dipende dal fatto che forte è la tendenza a badare alla presenza delle associazioni, dimenticando i numerosissimi casi dell’assenza, quando cioè i due eventi avvengono indipendentemente. A trarci in inganno è proprio il differente peso che si attribuisce a presenza e ad assenza. Esempio: può capitarci mille volte di assistere a un incidente senza che questo sia preceduto da un gatto nero che attraversa la strada, può capitarci mille volte che un gatto nero attraversi la strada senza che niente succeda; se però capita, una volta su duemila, che i due eventi coincidano, ecco che subito l’associazione viene colta e viene letta come rapporto di causa-effetto, e di conseguenza enfatizzata, raccontata a destra e a manca. Già, raccontata, perché noi umani, tra l’altro, “trasmettiamo culturalmente”. Da qui, appunto, molti sviluppi e altrettante ricadute. Chi sarà mai stato quello che per primo ha stabilito che passare sotto un scala porta male? Probabilmente uno cui era caduto un secchio di vernice in testa avendo inciampato sotto la scala di un imbianchino. Ma da allora, lo sappiamo bene, moltissimi individui, nello spazio e nel tempo, hanno evitato, evitano ed eviteranno di passare sotto qualsiasi scala perché porta male. E non possiedono, per quel “porta male”, così come per tanti altri, alcuna esperienza diretta, alcuna spiegazione. Il fatto è che l’uomo non apprende solo attraverso la sua esperienza diretta, ma anche, e direi soprattutto, per trasmissione culturale. La maggior parte di quelli che non passano sotto una scala per superstizione lo fanno perché qualcuno gliel’ha detto. E non pensano a un secchio che potrebbe cadergli in testa, perché altrimenti sarebbe semplice: basterebbe guardare se c’è un secchio.

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Come si sono create le prime superstizioni

le superstizioni influiscono sulla nostra vita (Istock)

La superstizione e il timore di venir colpiti dalla sfortuna fanno sì che molte persone evitino di passare sotto una scala, di aprire un ombrello in casa o di viaggiare in aereo di venerdì tredici. Dato che le superstizioni affondano le proprie radici nell’irrazionale, sarebbero dovute scomparire con la diffusione dell’istruzione e l’avvento della scienza. Eppure nel mondo moderno, nonostante si tengano in alta considerazione le prove oggettive, la maggior parte delle persone, se interrogata, ammetterà di credere in cuor suo ad almeno un paio di superstizioni. Le superstizioni fanno parte dell’antichissimo patrimonio dell’umanità. Secondo gli archeologi fu l’uomo di Neanderthal a creare la prima credenza superstiziosa, ovvero la sopravvivenza nell’aldilà. Mentre precedentemente l’Homo sapiens abbandonava i morti, i neanderthaliani seppellivano i defunti nel corso di riti funebri, e accanto al corpo ponevano cibo, armi e carbone da usare nella vita futura.

Nel corso della storia, ciò che per una persona era superstizione, spesso per un’altra era religione. L’imperatore cristiano Costantino considerava superstizione il paganesimo, mentre lo statista pagano Tacito definiva il cristianesimo una credenza pericolosa e irrazionale. I protestanti consideravano superstiziosa la venerazione dei santi e delle reliquie da parte dei cattolici, mentre i cristiani giudicavano allo stesso modo i riti indù. Per un ateo, tutte le convinzioni religiose sono superstizione. L’uomo primitivo, alla ricerca di risposte a fenomeni quali il lampo, il tuono, le eclissi, la nascita e la morte, non conoscendo le leggi della natura cominciò a credere nell’esistenza di spiriti invisibili. Notò che gli animali avevano un sesto senso di fronte al pericolo e immaginò che degli spiriti li mettessero in guardia. Poiché la sua vita quotidiana era densa di avversità, ne dedusse che il mondo fosse popolato per la maggior parte da spiriti vendicativi piuttosto che benefici. Perciò, la maggior parte delle credenze religiose che sono giunte fino a noi comprende molti modi per proteggerci dalle disgrazie.

In un certo senso anche oggi facciamo lo stesso. Uno studente scrive con una determinata penna un tema che gli vale un bel voto, ed ecco che quella penna diventa “fortunata”, ed in questo senso possiamo fare moltissimi esempi. Siamo noi che rendiamo straordinario ciò che è normale. A dire il vero sono pochissimi gli oggetti che ci circondano, a cui, in una cultura o nell’altra, non siano stati attribuiti significati legati alla superstizione: il vischio, l’aglio, i ferri di cavallo, gli ombrelli, le dita incrociate. E sono soltanto alcuni. Anche se ormai sono stati spiegati scientificamente molti fenomeni che un tempo erano considerati misteriosi, la vita di ogni giorno presenta ancora incognite sufficienti a fare si che, soprattutto nei momenti più sfortunati, ricorriamo alla superstizione, affinché spieghi ciò che altrimenti risulterebbe inspiegabile. Ma come nascono le superstizioni di alcuni oggetti a noi noti? Scopriamolo insieme con l’elenco delle credenze più conosciute.

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Le superstizioni: l’aspetto infantile della mente umana

le superstizioni influiscono sulla nostra vita (Istock)

I comportamenti superstiziosi sono propri dell’infanzia. Si ritiene, infatti, che essi dipendano dal fatto che i bambini sono fondamentalmente conservatori, hanno paura dell’imprevisto e, di conseguenza, cercano di controllare la realtà per evitare che essa cambi. E la maniera più semplice, per la mente infantile, è quella di fare qualcosa, di compiere azioni che dovrebbero allontanare imprevedibilità e incertezza. Come, per esempio, fare attenzione a non pestare le linee tra due lastroni della pavimentazione stradale, non salire il primo gradino di una casa con il piede sinistro, e così via. Questi piccoli esorcismi, in qualche caso, possono perdurare anche negli adulti, a volte sotto forma di riti innocenti, a volte di riti un po’ ossessivi che hanno alla loro radice forme di insicurezza e di paura.

La superstizione, insomma, rimanderebbe a un aspetto infantile della mente umana e al suo modo di valutare la realtà. Farebbe parte di noi, e come tale si dovrebbe comprendere e quindi accettare come una manifestazione collaterale “dell’irrazionale necessario”. Dispiace, però, che questa tendenza a credere ignorando il contributo, spessissimo disponibile, di una spiegazione razionale così frequentemente venga strumentalizzata per fini e interessi almeno discutibili. Penso all’astrologia o al gioco del lotto, così di moda. Mi riferisco al comportamento della nostra televisione di stato, che sembra fare di tutto per rinforzare la purtroppo già radicata credenza che i cosiddetti numeri ritardatari abbiano maggiori probabilità di venire estratti degli altri, mentre ci vuole così poco per capire che ogni volta che ha luogo un’estrazione ogni numero ha, esattamente, le stesse probabilità di uscire di tutti gli altri. Non è certo così che si favorisce l’acculturazione di una popolazione.

Le superstizioni più conosciute – Il ferro di cavallo

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Il ferro di cavallo considerato un portafortuna anche ora, nell’antichità fu un potente amuleto conosciuto in ogni epoca e in ogni paese in cui esistesse il cavallo. Sebbene siano stati i greci nel IV secolo, a introdurre il ferro di cavallo nella cultura occidentale e a considerarlo simbolo di buona sorte, secondo una leggenda fu San Dunstan a conferire al ferro di cavallo appeso sulla porta di casa, poteri speciali contro il male. Secondo quanto tramandato dalla leggenda, Dunstan faceva il maniscalco. Un giorno fu interpellato da un uomo che gli chiese di mettergli un ferro al piede, e stranamente questo era caprino; Dunstan capì subito che il cliente altri non era che Satana, e gli spiegò che per ferrarlo avrebbe dovuto incatenarlo contro la parete. Deliberatamente il santo portò a termine il lavoro in modo così atroce e doloroso, che il diavolo immobilizzato implorò più volte pietà. Dunstan rifiutò di liberarlo finché non gli ebbe strappato il solenne giuramento di non entrare mai nelle abitazioni che presentassero un ferro di cavallo appeso in bella mostra sulla porta.

Dalla diffusione di questa leggenda nel X secolo, i cristiani tennero in altissima considerazione il ferro di cavallo, appendendolo dapprima sul telaio di una porta, e spostandolo poi più in basso, circa a metà di questa, dove aveva la duplice funzione di talismano e di battente. Da questa consuetudine deriva l’uso di battenti a forma di ferro di cavallo. Un tempo i cristiani celebravano il giorno della festa di San Dunstan,  giocando con i ferri di cavallo. Per i greci, i poteri magici del ferro di cavallo derivavano da altri fattori: erano di ferro, un elemento che si credeva tenesse lontano il male; inoltre il ferro di cavallo aveva la forma di mezzaluna, che per molto tempo fu un simbolo di fertilità e fortuna. I romani adottarono quest’oggetto, sia come scoperta estremamente pratica per proteggere lo zoccolo del cavallo, sia come talismano, e la loro fede pagana nei suoi poteri magici si trasmise ai cristiani, che alterarono tale superstizione, inventando la storia di san Dunstan.

Durante il Medioevo, quando il timore della stregoneria raggiunse i suoi massimi livelli, il ferro di cavallo assunse un ulteriore potere. Si credeva che le streghe volassero sulle scope perché temevano i cavalli, e che qualsiasi elemento che si riferiva al cavallo, soprattutto il suo ferro, tenesse alla larga le streghe, proprio come il crocefisso terrorizzava i vampiri. Una donna accusata di stregoneria veniva sepolta con un ferro di cavallo inchiodato sopra la bara per impedirne la resurrezione. In Russia si credeva che i fabbri ferrai possedessero a loro volta la capacità di realizzare la “magia bianca” contro la stregoneria, e i solenni giuramenti riguardanti il matrimonio, i contratti commerciali e i beni immobili non venivano pronunciati su una Bibbia, ma sulle incudini che venivano usate per forgiare i ferri di cavalli. L’amuleto in questione non poteva essere appeso come capitava, ma doveva venire posizionato con le estremità verso l’alto, affinché la fortuna che conteneva non si scaricasse verso il basso. In Gran Bretagna, invece, il ferro di cavallo continuò a essere considerato simbolo della fortuna per tutto il XIX secolo. Un famoso incantesimo irlandese contro la sfortuna e la malattia diceva: “Padre, Figlio e Spirito Santo, inchiodate il diavolo a uno stipite”. E nel 1805, quando l’ammiraglio britannico Lord Orazio Nelson si scontrò con i nemici della sua nazione nella battaglia di Trafalgar, il superstizioso inglese fece inchiodare un ferro di cavallo sull’albero della sua nave ammiraglia. Il trionfo militare, commemorato a Londra in Trafalgar Square, dalla Colonna di Nelson innalzata nel 1849, pose fine al sogno di Napoleone di invadere l’Inghilterra. Indubbiamente il ferro di cavallo portò fortuna al popolo britannico, ma in quella battaglia Nelson perse la vita.

Toccare ferro: perché si fa? Una credenza americana

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Nei paesi di lingua inglese, all’espressione italiana “toccare ferro” corrisponde quella “toccare legno”. Si tratta di un’usanza che ebbe inizio quattromila anni fa fra gli indiani nordamericani. Per tradizione il legno dovrebbe essere soltanto di quercia. Infatti, storicamente, la quercia era venerata per la sua robustezza, per la maestosa altezza e per i suoi poteri sacri. I culti relativi all’albero della quercia sono antichi. Si svilupparono indipendentemente tra gli indiani nordamericani intorno al 2000 a.C., e più tardi tra i greci. Indiani e greci notarono che la quercia veniva colpita di frequente dal fulmine, cosi gli indiani ne dedussero che fosse la dimora del dio del cielo, mentre i greci che fosse la dimora del dio del fulmine. Gli indiani nordamericani spinsero la loro convinzione un po’ oltre. Ritenevano che il fatto di vantarsi di una futura vittoria personale, di una vittoria in battaglia o di un raccolto inaspettato portasse sfortuna, rappresentasse una possibile garanzia del fatto che tale avvenimento non avrebbe avuto luogo.

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In Europa, durante il Medioevo, gli studiosi cristiani sostenevano che la superstizione di toccare legno fosse nata nel primo secolo d.C. e derivasse dal fatto che Cristo era stato crocifisso su una croce di legno. Si supponeva che toccare legno per rafforzare un desiderio equivalesse a una preghiera di supplica. Ma i moderni studiosi sostengono che questa credenza non è affatto vera, per tale motivo, la venerazione da parte dei cattolici delle reliquie dei crocifissi di legno non diede origine all’usanza di considerare il legno con rispetto. I culti relativi agli alberi furono diffusissimi nel corso della storia, e furono all’origine di molte pratiche superstiziose, come ad esempio quella di baciarsi sotto al vischio.

Perché incrociamo le dita come segno di speranza?

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Il gesto delle dita incrociate che spesso viene fatto tra due persone è un’usanza molto antica. Questo gesto diffusissimo derivava dalla convinzione pagana che la croce fosse un simbolo di perfetta unità, e che il suo punto d’intersezione segnasse la dimora di spiriti benefici. Un desiderio espresso su una croce si riteneva ancorato stabilmente al punto della croce in cui i due assi si intersecavano, finché non si realizzava. Tale superstizione era diffusa all’interno di molte antiche civiltà europee. È interessante notare che l’idea di trattenere un desiderio finché non diventa realtà si trova in un’altra antica superstizione europea, quella di fare un nodo al fazzoletto.  I celti, i romani e gli anglosassoni,  ritenevano che il nodo impedisse all’idea di sfuggire. In origine, quando si incrociavano le dita per avere fortuna, l’indice di una persona fortunata veniva posto sull’indice di chi voleva esprimere il desiderio, e le due dita formavano una croce. Mentre una delle due persone esprimeva il desiderio, l’altra offriva un aiuto mentale per facilitarne il buon esito. Con il passare del tempo, le regole di tale usanza si fecero meno rigorose e una persona poteva esprimere il proprio desiderio senza l’aiuto di un compagno. Bastava semplicemente incrociare il dito indice con il medio per formare una X, che stava a significare la croce scozzese di Sant’Andrea. Le usanze che un tempo erano formali, religiose e rituali, di solito si evolvono con il tempo per divenire informali, profane e banali. Così, l’”incrociare le dita” fra due amici degenerò nello stesso gesto compiuto soltanto dalla persona che desiderava esprimere un desiderio, e attualmente è rimasta soltanto l’espressione : “Incrocio le dita”, atto che non viene mai realmente effettuato e che nessuno si aspetta di veder portato a termine. Perciò, quello che un tempo era effettuato in modo ponderato e simbolico, diventa un atto riflesso e insignificante, per quanto non ancora obsoleto. L’usanza contemporanea dei ragazzi di unire le dita a uncinetto quando vogliono stipulare un patto, è simile per forma e contenuto all’antica e originaria abitudine di incrociare le dita tra amici.

Dire “Salute” dopo uno starnuto è un’usanza solo italiana

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L’usanza di dire “Salute” dopo uno starnuto risale a un’epoca in cui uno starnuto veniva considerato come un segno di grande pericolo per la persona. Per secoli, l’uomo credette che l’essenza vitale, l’anima, risiedesse nel capo e che uno starnuto potesse accidentalmente espellere la forza vitale. Questo sospetto era rafforzato dal fatto che i malati spesso starnutivano sul letto di morte. Ci si effondeva in enormi sforzi per trattenere uno starnuto, e nel caso in cui questo uscisse inavvertitamente o non potesse venir soppresso, ecco che veniva accolto da un coro immediato di auguri. Nel IV secolo a.C. arrivò la spiegazione, con gli insegnamenti di Aristotele e di Ippocrate. Entrambi questi studiosi greci vedevano nello starnuto la reazione della testa a una sostanza estranea o offensiva che si era insinuata all’interno delle narici. Osservavano che lo starnuto, se associato a una malattia preesistente, spesso pronosticava la morte.

Più tardi, i romani sostenevano che lo starnuto, da parte di un individuo sano, era il tentativo del corpo di espellere gli spiriti funesti delle malattie più recenti di cui l’organismo aveva sofferto. Perciò, trattenere uno starnuto significava incubare una malattia, esporsi alla debolezza e alla morte. Di conseguenza, l’impero romano fu investito dalla moda di starnutire, fatto che provocò la diffusione di una quantità di nuovi auguri: “Congratulazioni” a una persona che aveva appena effettuato un vigoroso starnuto.

La superstizione catastrofica dello specchio rotto? Nasce a Roma

specchio rottoLe superstizioni influenzano la nostra vita, lo specchio rotto (Istock Photos)

La superstizione catastrofica dello specchio rotto, nasce quando ancora gli specchi erano di vetro. La credenza ebbe origine da una serie di fattori religiosi ed economici combinati. I primi specchi, usati dagli antichi egizi, dagli ebrei e dai greci, erano fatti di metalli lucidati, come l’ottone, il bronzo, l’argento e l’oro, e naturalmente erano infrangibili. Nel VI secolo a.C., i greci avevano iniziato una pratica divinatoria che utilizzava uno specchio, chiamata catottromanzia, che utilizzava basse ciotole di vetro o di coccio riempite d’acqua. Proprio come la sfera di cristallo delle zingare, si credeva che una ciotola di vetro piena d’acqua rivelasse il futuro di chiunque si specchiasse sulla sua superficie. Le predizioni erano lette da “un preveggente che scorgeva il futuro nello specchio”. Se uno di questi specchi scivolava e si rompeva, l’immediata interpretazione dell’indovino era che la persona che reggeva la ciotola non aveva futuro (ovvero che sarebbe morta ben presto), oppure che il futuro le riservava avvenimenti talmente spaventosi, che gli dèi preferivano concederle benevolmente di non avere una visione angosciosa di ciò che l’aspettava.

I romani, nel I secolo d.C., adottarono questa superstizione sfortunata aggiungendovi un particolare, che del resto coincide con il nostro moderno significato. Asserivano che la salute di un individuo cambiasse a cicli di sette anni. Poiché gli specchi riflettono l’aspetto di una persona (ovvero il suo stato di salute) uno specchio rotto augurava sette anni di cattiva salute e di disgrazie. La superstizione assunse un’applicazione pratica ed economica nell’Italia del XV secolo. I primi specchi a lastre di vetro, fragili, con il fondo argentato, venivano prodotti a Venezia proprio in quell’epoca. Essendo molto costosi, venivano maneggiati con estrema cura e i domestici che pulivano gli specchi dei ricchi venivano avvisati in modo convincente che la rottura di quei nuovi tesori implicava sette anni di un destino peggiore della morte. Un uso tanto efficace di tale superstizione ebbe l’effetto di intensificare la credenza nella sfortuna, per intere generazioni di europei. Quando finalmente in Inghilterra e in Francia, alla metà del 1600, vennero fabbricati specchi poco costosi, la superstizione dello specchio rotto era ormai diffusissima ovunque e saldamente radicata nella tradizione.

Il gatto nero e la sua storia “stregata”

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La paura che un gatto nero ci attraversi la strada ha un’origine relativamente recente. Al contrario delle credenze “odierne”, al tempo degli antichi egizi tutti i gatti, compresi quelli neri, erano tenuti in grande considerazione e per legge erano protetti da ogni genere di maltrattamenti e dalla morte. L’idolatria nei riguardi del gatto era talmente radicata, che la morte di uno di questi animali domestici, suscitava il compianto di tutta la famiglia. Tanto i ricchi quanto i poveri, imbalsamavano i modo raffinatissimo i corpi dei propri gatti. A quei tempi, se un gatto attraversava la strada a una persona, questo veniva considerato un avvenimento fortunato. La paura dei gatti neri, iniziò a diffondersi per la prima volta in Europa durante il Medioevo, e in particolare in Inghilterra. La caratteristica indipendenza del gatto, la sua caparbietà e segretezza, insieme alla sua improvvisa eccessiva diffusione nelle grandi città, contribuirono a farlo cadere in disgrazia. I gatti che infestavano i vicoli spesso venivano nutriti da vecchie signore, povere e sole, e quando l’isteria della caccia alle streghe colpì l’Europa, e molte di queste donne senza casa vennero accusate di praticare la magia nera, i loro amici gatti, soprattutto quelli neri, vennero a loro volta considerati colpevoli di stregoneria.

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Una leggenda appartenente alle tradizionali credenze britanniche riguardanti i felini, narra quello che era il punto di vista della gente del tempo. Nel Lincolnshire, intorno al 1560, in una notte buia, padre e figlio si spaventarono quando una piccola creatura schizzò davanti a loro infilandosi in una tana. Gettarono delle pietre nel cunicolo del terreno e ne videro uscire rapidamente un gatto nero, ferito, che si trascinò fino alla vicina dimora di una donna che in città era sospettata di stregoneria. Il giorno dopo padre e figlio incontrarono la donna per strada; aveva il volto graffiato, un braccio fasciato e zoppicava. Da quel giorno in poi. Nel Lincolnshire, tutti i gatti neri furono sospettati di essere streghe che avevano adottato un insolito travestimento notturno. La storia si propagò. L’idea che le streghe si trasformassero in gatti neri per poter strisciare inosservate per strada divenne una convinzione ben radicata anche in America, durante le cacce alle streghe di Salem. Perciò, un animale che un tempo era considerato con benevolenza, diventò una creatura temuta e disprezzata. Molte società del tardo Medioevo cercarono di portare i gatti all’estinzione. Mano a mano che la paura delle streghe raggiungeva i livelli paranoici, molte donne innocenti furono bruciate al rogo insieme ai loro innocui animali domestici. Una bambina nata con gli occhi troppo luminosi, con il volto più vivace del solito, con una personalità eccessivamente precoce, veniva sacrificata per timore che potesse albergare in lei uno spirito che con il tempo sarebbe diventato una strega di giorno e un gatto nero di notte. In Francia, migliaia di gatti neri vennero bruciati ogni mese, finché il re Luigi XIII, non pose fine a questa pratica vergognosa.

Perché rovesciare il sale porta male?

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La leggenda è molto antica e risale al 1700 quando i soldati venivano retribuiti proprio con il sale, ritenuto all’epoca merce rara. Ecco dove nasce il termine “salario”! Si dice che i vincitori usavano spargerlo sul terreno dei vinti, per sottolineare il loro trionfo Il sale era anche uno dei pochi metodi di conservazione degli alimenti fino alla fine del ‘700 e grazie alle sue proprietà veniva utilizzato per prevenire carenza di sodio e potassio. Di conseguenza farlo cadere equivaleva a un grande danno e alla perdita di un’importante risorsa.

Una storia, probabilmente fasulla ma che spiega bene come sia nata questa superstizione, narra che il sale veniva offerto agli ospiti in segno d’amicizia, posizionato in una coppa al centro della tavola. Un giorno, un invitato inavvertitamente la rovesciò e il padrone di casa si arrabbiò al punto che lo uccise. Inoltre nel dipinto “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci si vede del sale rovesciato sulla tovaglia, il giorno dopo Gesù fu tradito da Giuda. Il sale è anche un simbolo sacro. Non si dice forse che il diavolo offre sempre pietanze senza sale? Questo perché il sale esorcizza il male, ma anche perché il sale, grazie alle sue proprietà cicatrizzanti e disinfettanti permette di tener lontano il malocchio.

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