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E’ possibile soffrire meno per amore? Il lato positivo dell’abbandono

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E’ possibile soffrire meno per amore? Scopriamo il lato positivo dell’amore: come si supera la paura dell’amore? Rimedi contro l’abbandono

fine amore è possibile soffrire di meno per un amore? (Istock Photos)

A volte ci scordiamo che il rapporto di coppia e il matrimonio non sono un luogo in cui si entra. Sono, perlopiù un qualcosa che si costruisce. A volte qualcosa che si ricostruisce più volte. La domanda che una persona si pone quando è finito un amore è: E’ possibile soffrire meno per amore? La risposta che all’inizio ci appare impossibile diventa, con il tempo, qualcosa di superabile, ma come si fa a soffrire meno quando un amore o un matrimonio termina? Per quanto possa essere assurdo ma questo dipende solo da noi. A volte non ci si vuole rendere conto che l’altro semplicemente non ama più. Questo diventa inaccettabile per noi, per quanto difficile possa essere prendere coscienza di quest’amara verità, essa rappresenta l’unico modo per poter uscire da una rottura. Raccontarsi e ri-raccontarsi la storia del nostro amore, dal primo incontro alla sua fine, cercare orecchie disponibile all’ascolto: diventano una medicina per cercare di tollerare il presente, e che ci sembra assurdo per la mancanza dell’amato/a. Soffriremo in maniera più o meno intensa, ma il tempo ci aiuterà ascrivere definitivamente la parola “fine”. Continuando a sperare, invece, in un’altra possibilità, o nella capacità di riconquistare il nostro more, non facciamo altro che prolungare la nostra sofferenza, entrando in un tunnel che ci sembrerà senza uscita. Più raccontiamo e prima staremo bene? Non è detto. Questo dipende dal tipo di personalità di chi è stato lasciato. Per esempio, gli estroversi, quelli che cioè sentono il bisogno di parlare e necessitano di un contesto esterno per ricevere rinforzi, sono così abituati a condividere le loro storie che a un certo punto dovrebbero smettere di esternare e iniziare invece a fare i conti con se stessi. Gli introversi, d’altro canto, fanno più riferimento ai loro ragionamenti e sono più riottosi a mettere in piazza le loro sensazioni, ma potrebbero stare meglio se facessero un piccolo sforzo di fiducia e di condivisione, ascoltando magari un parere esterno sulla loro vita, facendo entrare il mondo nel loro privatissimo scenario.

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Pare che nel giro di 7 anni tutte le cellule del nostro corpo siano completamente nuove: se è così, anche noi saremo completamente diversi con il passare del tempo, quindi diversi anche dal partner che un tempo sentivamo così vicino, così uguale a noi. E se ora non siamo più come eravamo, è possibile continuare a volersi come quando ci siamo incontrati? E’ possibile ma certo non è ovvi. Come vivremmo la vita se pensassimo che gli amori sono “a tempo”? Penso che se i rapporti avessero una scadenza temporale (ogni 5 anni si cambia partner o si riconferma lo stesso partner), ci sarebbe molto più rispetto reciproco, la sensazione di scegliersi rimarrebbe intatta e probabilmente anche il desiderio di darsi il meglio. Utile, se non indispensabile, ma poco trattato come tema, è la necessità di rinegoziare le regole del rapporto ogni tot anni. Naturalmente in quel momento c’è il rischio di lasciarsi, in quanto c’è un attimo di sospensione in cui ognuno pensa a sé e l’altro è poco presente. Inoltre, il nostro partner potrebbe decidere di “non presentarsi all’appuntamento”, potrebbe cioè non avere né lo stesso desiderio di confronto, né la stessa voglia di portare avanti il rapporto, ma, al contrario, trovarsi seriamente “altrove”, con desideri e piani completamente diversi dai nostri. In questo caso, quando ci si trova soli e la sofferenza è tanta, l’unica domanda che viene spontanea, per attutire il nostro dolore per l’abbandono ricevuto è: E’ possibile soffrire meno per amore? Vediamo di scoprirlo con alcuni suggerimenti e consigli utili per ritrovare la positività nell’amore

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Come si supera la paura dell’amore?

problemi di coppia è possibile soffrire di meno per amore? (Istock Photos)

Spesso siamo afflitti e, dopo la fine di un amore soffriamo così tanto che arriviamo ad avere paura dell’amore. Paura di soffrire nuovamente, di rimanere delusi, di sperare in qualcosa che (per noi in quel momento) è impossibile. Cos’è questa paura dell’amore? E come si supera? Semplicemente vincendo la paura del distacco. Superando questa barriera di dolore dovuta, appunto, al distacco, possiamo riaffacciarci sul meraviglioso mondo dell’amore, donarci a qualcun altro così come siamo, senza paure. Tutto questo non è facile e, spesso non ci si riesce ma, lavorando su noi stessi e capendo a fondo le nostre necessità e ciò che vogliamo davvero, potremmo trovare nuovamente la felicità e, conseguentemente, condividerla con l’altro. Badate bene, voi, noi, dobbiamo essere felici a prescindere da un’altra persona, l’altro/a non deve essere il fulcro della nostra felicità. L’altro è l’interlocutore che ci vede, e nel vederci ci dice che esistiamo: è un interlocutore privilegiato, che può diventare il punto di approdo del desiderio e il partner della danza relazionale. Un modo di comprendere i rapporti è quello di cercare di cogliere la differenza nell’amare l’altro in quanto tale, in quanto essere in carne e ossa con determinate caratteristiche, difetti e particolarità, oppure amarlo come parte di noi e delle nostre proiezioni. Spesso è più vera la seconda, cioè amiamo l’altro come parte di noi, ma alcune volte riusciamo a volergli bene anche per quello che è. Quando i giuramenti d’amore vengono infranti, tutti e due i componenti della coppia stanno male. La certezza di condividere gli stessi ricordi, di soffrire per un’uguale mancanza mantiene infatti saldo il legame, anche se si decide di affrontare una separazione. La sofferenza di entrambi i partner garantisce la positività del rapporto che si è vissuto, e il dolore portato sulle spalle in due risulta meno angosciante e più equilibrato. Questo mito di forza e di debolezza dell’uno e dell’altro può provocare confusione, ma anche essere di conforto e, nello stesso tempo, può rappresentare un aiuto per sopportare il distacco.

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Altre volte a soffrire è invece uno solo dei due: la responsabilità di piangere per la fine della coppia diventa un peso e può portare a una squalifica dell’amore vissuto, condurre verso il ruolo di vittima, creando giochi inutilmente stereotipati. La necessità di non spezzare il filo, di ricordarsi quello che è stato il rapporto, può infatti causare sofferenze estreme. La paura, infine, di poter essere stati interpretati male ci fa ancora peggio: siamo praticamente certi che la nostra ultima mossa è stata travisata dal nostro ex, che ci appare sempre più distante, splendido e radioso, crudele e ingrato. Aumenta la voglia di ritrovare un contatto, una connessione, ma si fa strada anche la convinzione che questo sia soltanto un nostro desiderio. La sofferenza diventa un macigno sulle spalle di chi è stato abbandonato, che è quello che sta peggio: l’altro chissà dov’è, e lo si immagina in altre faccende affaccendato.

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Il vero motivo del perché si piange dopo la fine di un amore

piangere aiuta E’ possibile soffrire di meno per amore? – Fonte: Pixabay

Sentirsi abbandonati fa stare male, ma è necessario. E’ una tappa utile e inevitabile per non far morire parti di sé, che sono state portate via da chi se n’è andato. C’è una fetta dello star male che è sacrosanta, e poi c’è il pianto.  Piangiamo per la perdita subita, o per l’altro, che ci manca, per le sue qualità, per le sue caratteristiche, per quella parte che abbiamo considerato come altro di noi, esterna, non estranea. C’è una terza ragione per piangere: per le nostre paure soggettive e idiosincratiche che riguardano solo la nostra storia. E una quarta ragione che riguarda i rimpianti per tutto ciò che non abbiamo fatto per cercare di salvare la relazione. Infine, perché abbiamo perso l’altro come nostra copertina di Linus, come oggetto narcisistico. Ma l’altro si può perdonare? e se sì, quando? e dopo quanto tempo? E cosa lascia il perdono? Un’amicizia forse no, più un buco vuoto che è meglio riempire di rancore, almeno per un po’. A un certo punto, perdonare diventa ineluttabile: solo un questo modo, infatti, riusciremo a voltare pagina. Perdonare l’altro è importante, ma lo è anche perdonare noi stessi per non aver capito quello che stava succedendo nella nostra storia e per aver partecipato, magari passivamente, alla sua fine. Da qui in avanti spetta a noi risollevarci e credere di poter costruire un rapporto positivo con noi stessi e con il prossimo partner, ricordandoci dell’esperienza che abbiamo vissuto, e prendendoci tutto il tempo che ci occorre.

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Un altro motivo per cui si piange è perché ci sentiamo feriti dall’altra persona e, in questo caso, la ferita si chiama “ferita narcisistica”. Con questo termine si intende un’offesa alla propria autostima in quanto persona non degna di essere amata e neppure di essere lasciata. E’ un dolore causato dal fatto che il partner ha assunto una “funzione narcisistica2: era cioè servito a sostituire la simbiosi con la figura materna, costruendo un rapporto fusivo e totalmente identificatorio. Sul piano cognitivo, il sentimento narcisistico si accompagna all’illusione dell’eternità (accettare che un amore sia “a tempo” significa fare i conti con la vita anziché rimanere sul piano dell’idealizzazione). Sul piano comportamentale, invece, è connesso a una rabbia molto forte, al tentativo di annullare la separazione attraverso comportamenti estremi, al fine di ristabilire l’unità. Si piange per sé, per la propria vita, con una duplice pulsione, da un lato di lacerazione e di morte, e dall’altro di spinta verso la vita. Si piange per reazione a un senso di perdita di sé, che può portare anche a una forma di masochismo. E’ masochista la donna che mostra il dolore che prova e lo esplicita al mondo, in modo da colpevolizzare in maniera indiretta il partner. E’ masochista l’uomo che si chiude in se stesso e rinuncia ad ogni aspetto piacevole dell’esistenza. Tutti e due, in ogni caso, mettono in atto una soluzione possibile a un senso di perdita del sé, adottano cioè una strategia per scaricare su di sé l’aggressività che provano anziché sfogarla verso l’esterno, cercando un modo indiretto per punire il partner. Possiamo parlare di masochismo e vittimismo, sordi e lesivi, connessi alla depressione del momento, oppure espliciti e plateali, connessi alla incapacità di dimenticarsi di sé.

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Perché gli abbandoni sono così dolorosi?

cattive abitudini di coppia è possibile soffrire di meno per un amore? (Istock)

A volte perché probabilmente la realtà di una separazione fa venire alla luce tutto il dolore che avevamo dentro, lo fa emergere in superficie. Anche quello antico, quello che si era sedimentato e che si accumulava in noi, silente: la mancanza di cura da parte della nostra famiglia, la disattenzione, il tradimento d’amore perpetrato nei nostri confronti a favore di un fratello o una sorella preferiti, l’allontanamento da casa, la morte di un nonno o di un genitore amato, la depressione della nostra mamma o di una persona cara (anche questa è una separazione dall’esigenza di essere amati), il tradimento della nostra fiducia da parte di un amico, il primo amore che ci ha lasciato, la delusione provocata da persone che non sono come noi le avremmo desiderate i immaginate. Tornano in primo piano sensazioni antiche molto dolorose e si rivivono stati d’animo che erano rimasti latenti. A volte nel passato degli individui ci sono situazioni espliciti e chiare, che però non sono state rimosse o sottovalutate, e che riemergono dopo una separazione. L’esperienza di abbandono che avviene da adulti riproduce in modo sempre uguale nella forma i vissuti di separazione precoci, cioè l’esperienza, il dolore, le lacerazioni che si sono subiti nella vita tornano alla memoria e si ripresentano tutti insieme, come se la nostra esistenza ci stesse presentando il conto. Possiamo spiegare questo concetto attraverso due possibili cause:

  • da una parte c’è la storia passata di altri abbandoni e di altri traumi legati alla separazione. Ipotizziamo quindi che ogni singolo individuo vada a cercarsi la propria sensazione di abbandono, la insegua proprio a causa della primitiva ferita che trasporta in un tempo incantato, un bisogno questo, di riparare ad un dolore passato.
  • Dall’altra parte, andiamo a cercare il tema dominante che la separazione ha fatto emergere e che organizza in modo significativo la vita della persona, come se fosse un reagente. Stiamo parlando di una sorta di realtà funzionale, di un leitmotiv che dà significato alla vita in genere e a quanto è avvenuto in particolare: costituisce una sorta di filo rosso, anche se non ce ne si è ancora accorti.

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Il lato positivo della fine di un amore

donna abbraccio è possibile soffrire di meno per amore? Fonte: Istock

Lo stereotipo diffuso è che un abbandono sia sempre un danno, e provoca un dolore lancinante. Questo può essere vero, ma si può anche imparare a nutrirsi della propria malinconia e a considerare gli aspetti positivi di una rottura. Le domande che ci dobbiamo fare in questo caso sono:

  • Cosa ho dato e ricevuto in questi anni da questa storia d’amore?
  • Cosa ho imparato nella relazione appena finita?
  • Cosa sto imparando di me attraverso questa esperienza di abbandono?
  • Che cosa è successo?
  • Quali emozioni sto provando?

E qual è l’emozione che ci rimane dopo un abbandono, oltre all’assenza? La paura di ritrovarci in uno stato di quiete, di inerzia, in una mancanza di emozioni quasi assoluta, di subire cioè la perdita del senso della vita oltre che del senso di noi. Sarà invece necessario cercare un nuovo assestamento in cui si accetta di mettersi in gioco nell’incognita del presente. Allo stesso modo, si possono rintracciare aspetti di noi stessi . che erano emersi nel rapporto o erano stati totalmente sopiti, e che possono essere esplorati con maggiore attenzione. Da un amore finito si può anche rinascere, possono cioè nascere di nuovi parti di noi che ora acquisteranno una valenza diversa e ci renderanno più capaci di gestire la nostra vita. Non sto sostenendo che alla fine di un amore, dopo un abbandono, ci mettiamo di punto in bianco a fare i creativi, trasformandoci in pittori, in scultori, oppure partiamo per un lungo viaggio meditativo e viviamo con gli indigeni, abbandonando le nostre abitudini. Ritengo, piuttosto, che il cambiamento dopo un’interruzione affettiva possa riguardare le nostre priorità, le scelte, l’uso del tempo, l’intensità con cui ci lasciamo coinvolgere dagli amici e li coinvolgiamo, la capacità di stare fermi e di occuparci di noi stessi. E anche il senso di noi. E’ un po’ come se ci dovessimo resettare su un diverso copione, e abbandonare alcuni luoghi comuni che organizzavano le nostre relazioni affettive e che si sono dimostrati limitanti. E’ importante aprirsi su pensieri ed emozioni nuove, permettersi di ribollire di novità e anche riorganizzare le proprie priorità, necessità.

Il lato positivo di un abbandono riguarda pertanto la possibilità di rimettere in discussione le proprie esigenze e fermarsi a riflettere rispetto ai tempi, ai modi, ai valori, agli amici, ai desideri.

Certe volte poi, il dolore in cui stiamo sprofondando ci proietta in una sorta di vertigine, e di colpo riusciamo a vedere la nostra vita con assoluta lucidità: si riconoscono codardie e blocchi, si riscoprono energie e desideri. Sono questi i momenti in cui la nostra vita può cambiare. Ad amare si impara, e anche a vivere. Man mano che il tempo passa e che si accumula esperienza, noi diventiamo più complessi, più sofisticati ma anche più capaci di comprendere le diverse sfumature, più abili a giostrarci tra l’ansia e il piacere delle piccole cose.

C’è poi la possibilità che un amore costituisca una cosiddetta “esperienza falsificante” (Joseph Weiss e Harold Sampson). Questi due studiosi ritengono, in una visione più ottimistica, che l’essere umano non stia al mondo solo per scaricare energia o per ripetere esperienze passate. Vive per migliorare, per adattarsi meglio all’ambiente, per cercare situazioni nuove che gli permettano di rileggere come false le proprie credenze e dunque per vivere meglio la vita. La visione proposta è diversa da quella che concepisce i rapporti come destinati a ripetersi sempre uguali nel tempo. Più precisamente, le persone cercano inconsciamente nuove esperienze e relazioni capaci di far loro superare delle prove, dei test, proprio per “dis-confermare” quelle credenze costruite a partire dall’infanzia e portate avanti nel corso della vita. Il compito del partner e della nuova relazione sarebbe quello di superare i test che noi gli sottoponiamo di continuo, permettendoci quindi di falsificare le credenze dolorose accumulate per sostituirle con altro più adattative. Come dire che la relazione in atto, l’amore che stiamo vivendo, può rimarginare ferite antiche e spazzare via le vecchie abitudini mentali, proponendo un nuovo corso alla nostra vita affettiva.

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7 segni che possiedi una personalità forte come un leone E’ possibile soffrire meno per amore? (Istock)

Dalla mania all’ossessione, dal dolore al perdono. Il recupero della propria vita passa attraverso il lutto del cuore, e il lutto arriva quanto si sta già meglio. Concedersi un momento di cordoglio diventa inevitabile. In questo periodo – che può durare giorni, settimane o mesi, se non anni – dobbiamo buttare fuori tutto il nostro dolore: è necessario piangere tutte le lacrime di questo mondo e permetterci di soffrire, senza considerarci deboli o stupidi a farlo. Dobbiamo sfogare anche tutta la rabbia che abbiamo dentro, analizzare gli eventuali sensi di colpa per le nostre mancanze e le nostre responsabilità, ma sempre con la consapevolezza che l’amore se n’è andato, che non torna, cha la fine è inesorabile. Ci sono tuttavia dei comportamenti, dei pensieri che in questi momenti ci possono aiutare a sopportare il dolore e a uscire più velocemente dal periodo di lutto. Vediamo quali sono:

  • Darsi tempo: darsi tempo significa sapere che la sofferenza, il malessere, la sensazione di mancanza e il dolore lancinante che proviamo prima o poi passeranno. Se ci potessimo addormentare oggi per risvegliarci tra alcuni mesi, saremmo già fuori dal guaio. Darsi tempo significa anche cercare di dimenticare, cioè distrarsi dal pensiero ossessivo che ci tormenta, quello della fine della nostra storia.
  • Accettare che l’amore sia finito: dobbiamo accettare che l’amore sia finito e che questo ci abbia lasciato completamente disarmati: prima che avvenga una cosa del genere, sarà inutile intraprendere qualsiasi percorso. Sembra scontato ma non lo è. All’inizio, soprattutto se la fine della storia è sopraggiunta in maniera improvvisa e imprevista, si tende a negare tutto o, quantomeno, a minimizzare. Si pensa che l’altro ritornerà, che ha confuso un dubbio con la mancanza d’amore. Si prova a far finta di niente, ma come arriva la sera ci si ricorda che l’altro non c’è, che non si toccheranno più le sue mani, fatte proprio in quel modo, come nessun’altra mano al mondo. Che non si sentirà più quella frase particolare che ci faceva sorridere e che creava tra noi tanta complicità. Accettare significa anche rendersi conto che ci troviamo di fronte a una logica diversa da quella che aveva organizzato il rapporto. Uno dei due, quello che se ne è andato, ha cambiato le carte in tavola: ha scelto un altro gioco senza avvertirci, oppure semplicemente non vuole giocare più. Quindi, è utile evitare luoghi e situazioni che ci riportano alla relazione finita. Mentre spesso si tende, invece, a ritornare sul “luogo del delitto”, a voler simbolicamente rivivere l’amore finito, sempre con la solita scusa, quella di attenuare il dolore e prendere le distanze dalla storia. Niente di più sbagliato. Si tratta di una sorta di masochismo sentimentale che prolunga soltanto l’agonia. Evitare luoghi e situazioni dell’amore finito fa parte di quel distacco assoluto, necessario al superamento del dolore. Se fosse possibile, sarebbe meglio quindi allontanarsi dai posti della vita di tutti i giorni, magari facendo un viaggio, anche breve, che ci faccia cambiare scenario, che ci distragga e spazzi via i pensieri abituali.
  • Distacco assoluto dalla persona amata: servirebbe un distacco assoluto dalla persona che ci ha lasciato. Spesso, per soffrire di meno, si tende a mantenere un minimo di relazione con l’altro, nell’illusione che sia di tipo amicale. Chiedendo, contattando, connettendosi, ci si illude che il dolore sarà meno lacerante, mentre non si fa altro che rigirare il coltello nella piaga. Quest’atteggiamento nasconde la speranza, neanche troppo inconscia, che l’amore possa ritornare, che riusciremo a sedurre di nuovo il fuggitivo, a coinvolgerlo nuovamente nelle trame usuali. Ma anche se tornasse, solo per non farci soffrire così tanto, solo per i sensi di colpa per essersene andato e per averci sostituito, quanto pensate che potrebbe durare la relazione? Prima che si possa riprendere un rapporto anche minimamente formale con l’altro occorre tempo, molto tempo, e a volte questa voglia/possibilità non si ripresenta mai più.
  • Agire:  quando soffriamo siamo costantemente a contatto con le nostre sensazioni e quindi anche con il fare quotidiano. Si tratto di un momento che può essere creativo, evolutivo, in cui siamo costretti a recuperare le caratteristiche individuali che avevamo perso nella coppia. E’ necessario, nel frattempo, fare qualcosa di positivo per noi stessi, per riempire il vuoto della persona amata. Non si può interrompere un rapporto di dipendenza, o comunque un impegno che ci portava via tempo ed energie, senza sostituirlo con altre incombenze e altri interessi. Dovrebbero però essere positivi. Certo, non potranno riempire il baratro lasciato, ma ci aiuteranno comunque a non sentirci totalmente persi. Fare del moto o andare in palestra può aiutare, il corpo ha bisogno di scaricare le energie negative represse, così come il cervello. Iscriversi a un corso di cucina, cucinare per sé e per gli altri, pulire, riordinare la casa, buttare via le cose vecchie, fare finalmente spazio nei cassetti e nel computer, rinnovarsi, fare finalmente quello che desideravamo da anni e abbiamo sempre rimandato. Il tempo, ora, nn dovrebbe essere né vissuto stancamente, né ammazzato con troppe attività. Bisognerebbe assecondare le proprie energie: leggere, cucire, lavorare a maglia, all’uncinetto, fare del giardinaggio, dipingere, disegnare, scrivere, incontrare amici, ecc. Dobbiamo tirare fuori, insomma la nostra creatività, che è quella che caratterizza ognuno di noi e che ci aiuta a recuperare il nostro valore, a prescindere dalla presenza di un’altra persona nella nostra vita.

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 I 6 passi per affrontare la fine di un amore

è possibile soffrire meno per amore? I passi da affrontare (Thinkstock)

Riflettere sulla relazione. Per riflettere sulla relazione che ci siamo appena lasciati alle spalle esistono degli step, passaggi, da affrontare.

  • Il primo passo di solito è quello di stilare una lista di ciò che pensiamo dell’ex: mettere nero su bianco i suoi lati positivi e quelli negativi. Riflettere su ciò che, nell’altro, abbiamo considerato positivo e negativo ci dice anche quali sono gli aspetti della sua personalità che avremmo potuto tollerare oppure no.
  • Come secondo passo, dobbiamo ragionare su cosa ci tenesse legati a lui/lei. Può risultare molto utile scrivere ciò che pensiamo in proposito, perché in questo modo potremo riflettere sulle istanze della nostra vita che venivano accolte dal rapporto. Potremo capire, cioè, quali bisogni venissero riconosciuti e soddisfatti, e quali erano i punti di forza. Questo ci serve per stabilire un minimo di obiettività sull’accaduto.
  • Nel terzo passo è importante anche considerare ciò che ci ha lasciato questo amore, le cose che abbiamo imparato in questa relazione, gli aspetti di noi che sono mutati, migliorati o che sono stati smussati. In questa fase possono subentrare consapevolezza e amor proprio.
  • Il quarto passo è invece ristabilire le responsabilità reciproche sull’andamento e la fine del rapporto stesso che implica un’analisi della cause che hanno portato alla rottura e degli episodi che hanno caratterizzato gli ultimi giorni.
  • Il quinto passo è quello di riflettere sulla relazione nel suo complesso. Significa pensare ai momenti belli passati insieme ma, con la stessa onestà, anche a quelli brutti, difficili, faticosi, ruvidi e angoscianti.
  • Nel sesto passo dobbiamo riuscire a individuare il punto in cui il nostro errore ha coinciso con l’errore altrui e capire quali meccanismi si siano innescati. Se riusciremo a far questo riusciremo anche ad avvicinarci a una possibile motivazione per la fine della storia.

Quando un amore finisce inizia la cosiddetta “ricerca del perché“, ovvero un’analisi accurata delle possibilità cause della rottura. L’aspetto interessante di questa fase è che i due partner raccontano due storie completamente diverse.

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