Le 3 fasi dell’abbandono, come affrontarle per ritrovare il sorriso

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Essere lasciati e affrontare le 3 fasi dell’abbandono: come riconoscerle e superarle per ritrovare se stessi e il sorriso

Le 3 forma dell’abbandono (Istock Photos)

Quando finisce un amore è sempre un lutto per chi è stato abbandonato. Essere lasciati non è mai stato facile, specie se si ama l’altro/l’altra ancora pazzamente. Ora, se anche tu stai passando questo bruttissimo periodo, penserai di non farcela, che tutto intorno a te non abbia più alcun senso e non vedi un futuro roseo senza la tua dolce metà. Sappi che questi pensieri non sono esclusivamente solo tuoi ma fanno parte di una fase, quella dell’abbandono, che prevede il superamento di 3 fasi. Proverai inizialmente tristezza infinita, poi passerai alla rabbia per poi terminare con l’accettazione e la lenta ricostruzione della tua vita. Ti sembra impossibile? Sbagli, tutte le persone che affrontano una separazione passano le stesse fasi, è un ciclo che però, porta ad una risoluzione e, ora ti sembrerà una barzelletta ma, dopo, quando tutto sarà passato, sarai anche grata/grato a questo abbandono, perché ne uscirai più sicura, forte e determinata di prima. Non sono solo parole rassicuranti queste, affatto, è il corso della vita che, come tutti hanno passato, porta gioia e dolori. Ora vedrai il nero ma tra non molto tempo il bianco sarà tuo amico. Vuoi scoprire in quale fase sei e come affrontare un abbandono? Scoprilo di seguito, analizzando insieme le 3 fasi dell’abbandono e scoprire che si può, anzi, si deve rinascere, perché in fondo, dopo una fine c’è sempre un inizio, un nuovo inizio!

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Le 3 fasi dell’abbandono: essere lasciati e lasciare

pausa di riflessione le 3 fasi dell’abbandono (Istock)

Lasciarsi, lasciare, voler lasciare l’altra persona ma non riuscirci per paura di rimanere soli, così come aver costantemente paura di essere lasciati, sono tutte facce della stessa medaglia: fanno parte della paura di stare da soli e di non saper affrontare la quotidianità. Le ragioni per stare male in amore sono tante, ma l’esperienza di essere lasciati è senza dubbio la più estrema: quasi sempre è una catastrofe, una rottura nel copione, un punto di biforcazione, un vuoto di senso. Volenti o nolenti, l’abbandono ci introduce, dal primo momento in cui lo subiamo, in una terra desolata che non conoscevamo prima, ci fa ascoltare un timbro inedito, nuovo della disperazione e della fatica dell’esistere e del desiderare. Quel tipo di delirio che è particolare dell’abbandono, insomma, non assomiglia a nulla. Ancora più che una terra desolata, molto probabilmente, è una vera e propria terra di nessuno. Le ricerche, in questo senso, dimostrano che sono più le donne ad avere reazioni più estreme quando vengono lasciate: da una parte soffrono di più, dall’altra stanno meglio rispetto agli uomini sui tempi lunghi, a lutto avvenuto, soprattutto se hanno deciso di separarsi. Quindi, nel soffrire per amore non sono solo le donne ma anche gli uomini, e spesso, anche di più.

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Uomini e Donne a confronto: due punti di vista diversi dell’abbandono

le 3 fasi dell’abbandono: uomini e donne a confronto (Istock)

I maschi risultano meno capaci di essere sinceri, meno diretti nelle modalità del lasciare, preferiscono che sia il partner (in questo caso la donna) a prendere una decisione del genere, al posto loro. Questo per sentirsi meno responsabili del dolore dell’altro/a. Negli ultimi anni, poi, spesso gli uomini dichiarano, rispetto a prima, di avere più paura delle donne e dell’amore in generale. Ciò che gli uomini pensano spesso delle donne è che non importa che loro siano bionde o brune, piccole e grandi, nate in quel luogo o straniere, in tutti i casi loro (le donne) avanzano sempre più sicure di sé, e nello sguardo, hanno allusioni d’amore e di tormento. Anche se in fondo non sono così sicure di sé, danno quell’impressione agli uomini e, quest’ultimi, si sentono minacciati da un “potere” che non riescono a gestire.

Nelle favole, per esempio, il principe azzurro è bello, forte e pieno di capacità. La principessa, invece, di solito è appena uscita da un lungo sonno oppure è stata sminuita nella sua vita precedente, facendo lavori umili in cui accudiva altre persone, cattive e sprezzanti (tanto per abituarsi). E’ grazie all’incontro che conquista un nuovo status, è un principe a salvarla dal suo triste destino. Così gli uomini, quando pensano alla loro vita futura con la loro bella, la immaginano eroica, piena di avventure, e pensano che si svolgerà in luoghi eccezionali.

Le donne, invece, immaginano di condividere la quotidianità, di andare a fare la spesa con il proprio compagno, di progettare una cena, di scegliere insieme i mobili da comprare per il proprio nido d’amore. Alcune persone hanno paura dei rapporti, e ancora di più della loro possibile fine, al punto da avere solo incontri superficiali, in cui hanno assolutamente il controllo della situazione e sono un po’ fuggiaschi. Altre, invece, riescono a raggiungere un’intimità intensa, e anche se la storia finisce e loro si ritrovano a soffrire terribilmente, pensano che ne sia valsa la pena. Altre ancora entrano in un rapporto per poi rimanervi in maniera sospettosa, accompagnate dalla costante paura dell’abbandono (consapevole oppure espressa attraverso le azioni), finché provocano, con la loro ritrosia, proprio ciò che temevano di più. E’ uno strano cocktail quello dell’amore: abbandonarvisi senza limiti può preludere a un abbandono, difendersene a oltranza, pure.

Le 4 cose che si perdono con l’abbandono

Le cose che si perdono con l’abbandono: le 3 fasi (Istock Photos)

Ci sono due modalità per stare nei rapporti. Una è quella di considerarli comunque ineluttabili, per cui si fa di tutto per stare dentro quella relazione, e dal di dentro si prova a farli uscire dallo stallo. La seconda è quella di interrompere costantemente la relazione, di metterla completamente in crisi, di avere l’illusione che si possa troncare un rapporto così, all’improvviso, e ricominciare daccapo da un’altra parte. Una separazione è comunque la rottura di una unità, in cui abbiamo la perdita dell’oggetto (l’altro), la perdita del sé (l’Io in questa relazione e nella capacità generalizzata di stare nelle relazioni), ed è una ferita narcisistica (una scossa all’identità e una scossa all’autostima). Horst Petri, parla di una quadruplice perdita:

  1. perdita del partner;
  2. perdita delle idealizzazioni che avevano garantito la stabilità dell’Io;
  3. perdita della madre protettiva e instabile dell’infanzia, interiorizzata e idealizzata;
  4. perdita del proprio sé.

L’abbandono è anche il momento in cui prendiamo coscienza del dolore già presente in noi, che riporta alla luce tutto ciò che era stato ordinatamente messo via. Nel lavoro clinico, sempre più persone sono convinte a rimanere chiuse in se stesse, a rimanere “nomadi” dei sentimenti, rinunciano all’amore, privilegiando invece la propria armonia interiore. Questa difesa avviene se la persona non ha riconosciuto, vissuto appieno ed elaborato il periodo del lutto e quello successivo della riconciliazione. Per lasciare qualcuno è comunque necessario essergli vicini, o almeno esserlo stati. Solo in questo caso diventa possibile:

  • lasciarsi definitivamente senza strascichi;
  • non soffrire di terribili sensi di colpa per l’incompiutezza della relazione;
  • assumersi la responsabilità di lasciare senza ripensamenti.

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Quello che succede dopo essere stati lasciati

Le 3 fasi dell’abbandono Fonte: Istock

Emozioni, comportamenti e pensieri sono tutti espetti implicati in un abbandono. Proviamo sentimenti fortissimi, mettiamo in atto comportamenti a cui speriamo seguano retroazioni e siamo costretti a riorganizzare le nostre idee sull’altra persona, sul mondo e su noi stessi. Le sensazioni che proviamo dopo essere stati lasciati sono davvero tantissime e spesso molto confuse e contraddittorie. All’evento colleghiamo infatti:

  • immagini, suoni, odori, sensazioni corporee, tattili e gustative;
  • pensieri che si sono fatti al momento della crisi e di cui non siamo riusciti a liberarci;
  • emozioni particolarissime;
  • sensazioni fisiche;
  • convinzioni che riemergono dal passato (“non sono amabile, tutti mi lasciano”); oppure che ci costruiamo ad hoc sul momento e che permettono di interpretare gli eventi.

Le azioni che compiamo sono quasi sempre le stesse, indipendentemente dall’età e dalla storia di vita, sono ripetitive e nascono dalla speranza di soffrire di meno. I ragionamenti all’inizio sono sempre negativi e autolesivi. Occorre del tempo perché si ritorni a sorridere e a considerare positivamente almeno se stessi. Insieme al partner se ne va anche il senso che abbiamo attribuito alla nostra vita. Non solo, anche la nostra vulnerabilità fisica e psichica ne risente, al punto che possiamo riscontrare un abbassamento del sistema immunitario, un aumento involontario di incidenti e altre forme psicopatologiche, tra cui un improvviso abuso di alcool o droghe (l’impatto emotivo peggiora dopo il terzo giorno, i primi momenti sono di stordimento, come nei traumi veri e propri).

Quindi, cosa resta di noi dopo che l’altro ci ha lasciato? Emozioni, azioni e pensieri conseguenti all’abbandono, frequenti e significativi di quegli attimi. Quello che resta sono alcune fasi che scandiscono il processo di recupero di sé: vanno dalla intensità più totale e dal dolore più intenso a una maggiore centratura su di sé, per arrivare all’allontanamento dall’idea e dal ricordo dell’altro/a. La danza delle fasi è un’oscillazione sé/altro che ha un pattern prevedibile e uguale. Ciascuno di noi le conosce o le riconoscerà leggendole. Le fasi dell’abbandono sono 3, uguali per tutti

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Prima fase dell’abbandono: la fase del lutto e del dolore

fine amore la fase dell’abbandono: il lutto (Istock Photos)

La prima fase, denominata del lutto duro e del dolore è quella in cui si rimane all’interno di un circuito negativo, in maniera ripetitiva, come un disco rotto che suona all’infinito la stessa melodia. In questa fase è necessario passare attraverso al dolore. Quello che si prova in questa prima fase è un senso di annientamento, di perdita di significato, perdita di sé e del futuro. Le emozioni che si provano in questa prima fase sono dolore, pietrificazione, disorientamento “da amputazione” dell’altro, del progetto, della vita vissuta insieme, dei ricordi, di se stessi. E’ un momento di estrema solitudine e nostalgia, di una vera e propria “catastrofe dell’Io”, nel senso che, la necessità di spegnere la presenza dell’altro porta a un assopimento della propria coscienza e quindi, a una regressione dell’Io dovuta alla perdita dell’oggetto (l’altro).  Cosa bisogna fare dunque, per non perdersi del tutto, sia psicologicamente (disperazione psicotica), sia fisicamente (malattia o suicidio)? E’ necessario, in tal caso, ricorre a una serie di meccanismi di difesa, ovvero:

  • aggressività, rabbia e ostilità verso chi ci ha abbandonato, svalutazione dell’altro;
  • Indifferenza, una sorta di inibizione depressiva che porta a non preoccuparsi di niente;
  • Fuga in avanti, fuga nell’attività, nel lavoro, che avviene quando sono forti le le istanze del Super-Io. Diventa, invece, una rincorsa ai divertimenti, al piacere, agli incontri, quando prevalgono le istanze dell’Es, cioè del principio del piacere;
  • Ideologizzazione, razionalizzazione dell’evento.

La sensazione è quella di avere sempre in testa l’altro. I momenti più difficili sono forse il risveglio e la notte, soprattutto quando la giornata finisce e si viene assaliti da un senso di solitudine cosmica. All’altra persona si pensa comunque tutto il giorno e poi anche durante la notte, magari attraverso sogni che ci restituiscono la presenza dell’altro, sotto varie forme. Non si pensa all’altro come ad una persona reale, colui o colei che ci ha fatto soffrire, così come noi siamo diventati vittime di un’ingiustizia. In questi momenti testa e cuore diventano una cosa sola. Nella sofferenza, pensare, amare e vivere l’altro diventano un tutt’uno. Ogni cosa, gesto, anche minimo, ci fa tornare alla persona che non c’è più, e così ci si sente ancora dell’altro. Siamo nella fase in cui ritorneremmo subito insieme all’altro, anche solo incontrandolo/a, pronti a vedere piccolissimi segnali che dimostrano che l’altro ci vuole ancora. La prima fase si concluderà comunque con la propria assoluzione, con la consapevolezza che non si è i soli responsabili di questa fine e che non c’erano molte altre possibilità.

In questa prima fase tendiamo a incolparci per la rottura, perché non siamo ancora pronti a deprezzare l’altro. Ci svalutiamo ed è come se pensassimo: “se sto così male senza di lui/lei, significa che questa persona è un tesoro molto prezioso. E se è così prezioso devo considerarmi necessariamente io quella/a responsabile dell’abbandono, io non valgo abbastanza perché rimanga con me”.

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Sempre in questa fase cerchiamo in tutti i modi il modo di ricontattare l’altra persona, di recuperarlo e quando succede di vederlo, anche solo per 5 minuti, lui o lei, ci appare bello, leggero, dimagrito e in ottima forma. Una tortura che danneggia ancor di più il nostro stato d’animo già gravemente “malato” d’amore. Un altro sintomo di questa fase è il parlarne ossessivamente con gli altri. Cercare ogni occasione per ripercorrere eventi e storie, aggiungendo particolari e ricordando ogni parola e evento ripercorrendo il tutto con una lente d’ingrandimento. Questo è molto comune, e riguarda sia un aspetto positivo (l’elaborazione degli accadimenti), sia un aspetto negativo (l’ossessività della ripetizione).  L’ingrediente più ricorrente è il piacere di parlare del partner, tentare di ottenere informazioni succulente sul suo conto. L’altro ingrediente è abbellire ciò che è stato, di idealizzare e mettere su un piedistallo l’altro, la relazione avuta.

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Seconda fase dell’abbandono: la rabbia

rabbia Fase della rabbia dopo l’abbandono (Istock Photos)

Questa seconda fase è un po’ più elaborativa, in cui si tentano alcune strategie di sopravvivenza. E’ passato un po’ di tempo, il dolore diventa più sopportabile, subentra la rabbia e la capacità di distinguere tra sé e il partner, non ci si sente più un tutt’uno solo e dolorante. E’ il momento in cui si riconosce la colpa come altrui: non siamo più noi i responsabili della fine della storia, ma il partner. In questa fase si è diventati due soggetti sullo stesso pianto con un destino sovraordinato, e il mondo è tornato ad essere un luogo dove le cose accadono.  Il rapporto verticale (l’altro ha il potere io sono succube) torna ad essere orizzontale ( siamo sullo stesso piano). Si tratta di una fase virtuosa, una fase di inversione di marcia e quindi, di riscatto. Non ci si sente più prigionieri, si torna in sé, si fa appello ai propri valori (morali, sociali, culturali), per qualificare quello che è successo, e si riesce finalmente a definire come illecito il comportamento dell’altro. Raramente si riesce, però, ad attribuire la colpa totalmente al partner (la stessa che, nella prima fase, era assolutamente e solamente nostra). La rabbia è quindi una emozione collegata all’amore e, in questa fase, assolutamente necessaria. Chi non riesce ad arrabbiarsi rischia di rimanere ancorato a questa fase e di instaurare una vera e propria depressione che implica una rottura con il mondo esterno, partner compreso. La persona depressa, infatti, deve fare i conti con la propria solitudine e con la sensazione di essere inutile e incapace.

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Ricordiamo però, che facciamo un passo avanti quando, anziché occuparci solo dell’altro, ci poniamo domande che riguardano noi. Non illudiamoci, però, saremmo ancora pronti a rimetterci insieme se l’altro si rifacesse vivo. In questa fase, dunque, le emozioni specifiche da considerare saranno:

  • Arrabbiarsi finalmente con l’altro: rancore, indignazione e sete di giustizia. Pensiamo in questa fase che l’altro si renderà conto della cavolata che ha fatto lasciandoci.
  • Continua il pensiero ossessivo:  di un amore finito mancano anche i momenti brutti, e perfino i ricordi dell’infelicità diventano quasi dolci. Una parte di noi continua ancora ad aspettare l’altro. Una canzone ascoltata, il rumore dei cassonetti svuotati dagli spazzini che sentivamo a letto insieme prima di addormentarci, sono solo alcuni dei stimoli uditivi che ci fanno pensare a lui.  Anche se il “qui e ora” diventa lentamente più concreto e ci sono perfino momenti di benessere, in cui si scorda di stare male, il pensiero è sempre dietro l’angolo.
  • Avere male fisico e reazioni psicosomatiche: l’emozione ha sempre una localizzazione corporea. La sensazione di disturbo emotivo viene somatizzata in base a chi si è, e alla storia che si ha alle spalle. Se si riesce a pensare a quello che è accaduto, se si riesce a elaborare mentalmente il malessere, non diventa necessario sacrificarlo sul corpo. Il senso di solitudine procura anche perdita di sonno, di appetito, peso, oltre che a un senso di vuoto nel petto. Alcune persone raccontano di svegliarsi sempre alla stessa ora nel cuore della notte, quasi che suonasse una veglia interna, quella degli organi interni.

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  • Non riuscire a lasciarlo andare: il desiderio di trattenere a sé l’altro, di non riuscire a lasciarlo andare, fa pensare ossessivamente all’ex, alla storia finita. Distrarsi sembra molto difficile e il bisogno che l’altro continui a stare nella nostra vita è ancora forte. Non riusciamo, però, a credere che il partner sia l’unica persona degna di attenzione al mondo, né a renderlo il centro nevralgico di ogni nostra emozione.
  • Tradire se stessi: uno dei tradimenti che si possono arrecare a se stessi è quello di affidarsi a maghi o indovini. Cercare presagi è una cosa tipica dell’innamorato, ma anche di chi non si fida di sé e ha un terribile bisogno di uno specchio che gli dica che esiste. Farsi leggere le carte, o la mano, ha un senso se è un’abitudine usuale nella nostra vita, mentre è solo un palliativo se lo facciamo in occasione di un evento doloroso che non siamo in grado di controllare.
  • Cercare la solidarietà del mondo: quando si inizia a stare meglio si ha voglia di un confronto, dell’alleanza incondizionata degli amici, che devono stare necessariamente dalla nostra parte ed essere sulla nostra lunghezza d’onda. Si è pronti a rompere amicizie con persone che mostrano un comportamento ambiguo e che sembrano tenere i piedi in due staffe. Si cerca negli amici quella fedeltà esplicita e dichiarata che si può instaurare facilmente contro l’altro. La sensazione è quella di mettere in prova il mondo che ci circonda.
  • Sentirsi nuovamente vittime: intossicarsi del proprio dolore porta a sentirsi vittime, a sentirsi brutti, sporchi e cattivi. Si scrivono lettere alle tre del mattino che, poi, sappiamo già, che non imbucheremo mai. Può capitare di prendertela con te stesso, bestemmiando e ubriacandoti solo in casa.
  • Far finta di niente: chi ha molta paura di spezzarsi dopo una separazione, non potrà provare dolore e, in generale, non potrà ricordare e risperimentare le emozioni dolorose del passato. Riuscirà ad affrontare questi punti dolenti solo quando sarà di nuovo in una situazione di sicurezza. C’è anche chi passa da una relazione all’altra senza fermarsi un solo attimo, chi si ammazza di lavoro pur di non pensare, chi si fissa con un qualche tipo di religione o altro, insomma i modi per non affrontare il male sono davvero molti.

La terza fase dell’abbandono: la ricostruzione di sé

essere single Terza fase dell’abbandono, la rinascita (Istock Photos)

In questa fase siamo arrivati ad un bivio: prendere le distanze dalla vecchia relazione o continuare a ricordare? la direzione da prendere dipende molto dal tipo di persone che siamo e dalla vita che abbiamo vissuto fino a quel momento. Possiamo accettare di tenere l’altro dentro di noi, anche se atrofizzato, oppure chiudere una volta per tutte con la separazione e andare oltre, ricominciare a vivere. Anche questa è una fase dolorosa, in quanto si deve lasciare andare l’altro definitivamente – e stiamo parlando di una persona che, nel bene e nel male, ha abitato i nostri pensieri per tutto questo tempo. In questa fase si comincia a ipotizzare che si potrebbe non soffrire più: il dolore non è completamente sparito e sembra non volersi interrompere del tutto, ma resta sullo sfondo, pallido, in sordina. L’elaborazione della perdita è come la corsa di un treno: ad ogni fermata scendono i ricordi negativi e salgono riflessioni e associazioni positive, in un viaggio che porta a sentirsi sempre più adatti alla vita del “qui e ora”. Non proviamo più odio, ma indifferenza, ed è questa il contrario dell’amore. Adesso ci possiamo permettere di concentrarci su noi stessi. E al centro dei nostri interessi ci siamo di nuovo noi: che fare? Cosa cambiare della vita? Come riprenderla in mano in maniera soddisfacente? La voglia di novità comincia a farsi strada, e a volte diventa impellente cambiare qualcosa nella nostra vita. Chi continua a fare le stesse cose di prima probabilmente non ha vissuto l’abbandono con l’intensità che mostrava. Piangeva solamente per sé, e il partner non era altro che un “oggetto sé”, cioè una parte di sé necessaria a sentirsi vivi, non un individuo in carne e ossa con le sue caratteristiche. Ecco, di seguito, le tappe possibili in questa ultima fase dell’abbandono, una fase in cui la sofferenza è minore:

  • Cominciare a pensare che lo si può lasciare andare: se prima si viveva prevalentemente nel passato, ora si recuperano il presente e il futuro.
  • Cadere in un pregiudizio rigido: ci capita di pensare che siamo degli eroi perché siamo stati maltrattati dall’amore e dal partner. La calamità ci ha reso vittime, ma anche protagonisti: non perdiamo occasione per chiarire quanto chi ci ha lasciato sia pessimo, perfido e quanto, noi siamo invece buoni e bravi. Questo atteggiamento rischia di farci sentire solo onnipotenti e di non leggere veramente la nostra storia d’amore così com’è stata.
  • Riprendersi il potere della propria vita: recuperare il rispetto di sé è importante in questa fase. Il recupero della singolarità è la chiave di questa fase, implica fidarsi nuovamente di se stessi e aver voglia di far ripartire il tempo, di recuperare il futuro. Rivedere il mondo dalla propria angolatura significa non sentirsi più feriti, non aver bisogno dell’altro come specchio, seguire i propri desideri e i propri programmi. A volte ci si stupirà di quanto sia piacevole sentirsi padroni del proprio tempo e dei propri progetti, altre volte bisognerà imparare a gestirsi nuovamente.
  • Perdonare l’altro: rivedere l’altro come una persona normale significa perdonarlo per ciò che ci ha fatto e considerare la nostra partecipazione nel gioco dell’abbandono. Riuscire a guardare il nostro ex come una persona scollegata da noi, che non fa più parte della cerchia dei nostri “padroni”. Solo in questo caso è possibile salvare gli aspetti positivi della storia passata ed essere in grado di gioire delle cose belle che ci ha lasciato.
  • Riflettere sulle ragioni del nostro rapporto:  perché siamo stati insieme? che avevo da spartire con lui? Queste domande ci fanno capire che stiamo iniziando ad essere noi stessi, non ci identifichiamo più con l’altro e con il vecchio rapporto, prendendo così le distanze.
  • Considerare nuove alternative: una sera poi si va a casa di amici e c’è un’altra persona (single o meno). Si chiacchiera, ci si avvicina, e alla fine della serata ci si chiede il numero di telefono. C’è chi sceglie, chi valuta l’interlocutore in base a caratteristiche personali, ad abitudini, a valori, a interessi, e chi, invece, lascia fare all’intuito, al desiderio, all’istinto.

Chi non sa stare solo probabilmente non avrà tutto il percorso descritto fin qui e sicuramente starà già con qualcun altro. Chi, invece, ha affrontato tutte queste dolorose tappe, suo malgrado, sarà certamente una persona migliore, e avrà sicuramente qualcosa da dare.

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