Coronavirus | Fonti di contagio: classifica dalle più alle meno pericolose

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Come si rischia il contagio da Coronavirus? Quali sono le circostanze veramente pericolose e quali, invece, quelle un po’ troppo sopravvalutate?

Covid 19 distanza
Foto da Unsplash

Fase due, la fase di riapertura, quella che tutti aspettavamo con ansia ma che, proprio quando finalmente ci accingiamo ad assaporarla a pieno, ha iniziato a farci paura.

Sarà veramente prudente torna ad uscire? Riaprire luoghi di potenziale aggregazione come bar e ristoranti rischia di essere una mossa azzardata?

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Con l’avanzare della Fase due l’Italia, come molti altri Paesi, si accinge ad allentare alcune misure si sicurezza e in molti si stanno chiedendo a quali rischi ciò esponga la popolazione e che cosa potrebbe dunque accadere nell’immediato futuro. Vi sono contesti più rischiosi di altri?

L’incertezza sembra quasi farla da padrona e sarà forse anche per questo che l’articolo divulgativo dedicato alle modalità di diffusione del coronavirus scritto da Erin Bromage, un biologo che si occupa di immunologia e insegna presso l’University of Massachusetts, Dartmouth, negli Stati Uniti, ha avuto tanto successo.

Oltre dieci milioni di persone hanno letto il suo post al quale è stato unanimemente riconosciuto il merito di illustrare in modo accessibile a tutti quali siano i rischi nell’allentare le restrizioni e perché alcuni luoghi di aggregazione sono da considerare più a rischio di altri.

Fonti contagio Coronavirus: le più e le meno pericolose

Covid 19 mascherine
Foto da Unsplash

La certezza da cui tutti oramai partiamo, derivata dalle conclusioni a cui sono giunte le indagini epidemiologiche condotte in diversi Paesi, è che il principale luogo di contagio in cui si moltiplica il Covid 19 sono proprio le nostre abitazioni, là dove un infetto contagia le altre persone proprio perché vive a stretto contatto con loro.

A destabilizzarci di più e farci crollare nell’incertezza è però tutto il resto, tuti gli altri luoghi che per lungo tempo avevamo abbandonato e che la Fase due ci porta ora a riscoprire. Dove dovremmo stare più sul chi va là?

Erin Bromage prova a rispondere proprio a questa domanda, spiegando quali siano i contesti più a rischio e, soprattutto, le modalità di diffusione del Coronavirus, forse ancora poco chiare ma essenziali per comprendere quali siano le situazioni di reale pericolo e quali, invece, sono solo mal viste a causa di un piccolo eccesso di ipocondria.

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In molti hanno ipotizzato che il primo luogo di contagio, quello in cui si infetta colui che porterà poi il virus nella propria casa diffondendolo, potesse essere il supermercato, un ambiente condiviso con molte persone e con numerose possibilità di toccare superfici che potrebbero essere contaminate. Le cose però sembrano non tare propriamente così, almeno secondo il biologo americano.

Si parte da un quesito base: quando si verifica un contagio da Coronavirus? La risposta può inizialmente sembrare banale: quando si viene esposti a una certa dose di particelle virali (virioni), cioè i virus nella loro forma al di fuori degli organismi. La questione è quante debbano esser queste particelle per infettarci.

Il quantitativo preciso non è semplice da stabilire ma si possono fare stime abbastanza accurate. Per altri Coronavirus infatti, come quelli della SARS ad esempio, sono necessarie migliaia di particelle e si ritiene che, ragionevolmente, lo stesso possa valere per il Covid 19. Sul tema naturalmente occorrono ancora diversi approfondimenti.

Sarebbe dunque opportuno chiederci in che modo possiamo venire a contatto con mille particelle virali. Essenzialmente le modalità sono due: se qualcuno starnutisce o tossisce a breve distanza da noi oppure se ci tocchiamo la faccia dopo avere passato le mani su superfici sulle quali era presente il coronavirus.

Le goccioline prodotte con la tosse o uno starnuto da una persona infetta possono contenere fino a 200 milioni di particelle virali. badate bene, tosse o starnuti: i semplici respiri posseggono infatti una carica virale piuttosto bassa, almeno basandosi sull’esperienza con altri virus.

Qui si apre poi naturalmente anche la ben nota questione dell’aerosol, ovvero della possibilità che il virus rimanga per un certo tempo in sospensione nell’aria: è bene specificare che il coronavirus non circola di suo liberamente nell’aria, si trova in sospensione solo nel caso in cui qualcuno lo abbia emesso e ci rimane per poco tempo.

E’ però importane ricordare che il contagio può avvenire anche attraverso un accumulo: non dunque solo con un’unica inalazione ma attraverso più inalazioni ravvicinate nel tempo.

Ecco perché i luoghi più pericolosi sono in realtà quelli molto piccoli, posti in cui, qualora una persona infetta abbia emesso un sufficiente numero di particelle virale (starnutendo quindi o tossendo) è più facile immagazzinare in una serie di respirazioni un numero sufficiente.

Esempio perfetto di ciò sono i bagni pubblici o le piccole sale riunioni.

Oltre al fattore spazio essenziale è però il fattore tempo: poiché la carica virale emessa da un soggetto infetto è variabile e il soggetto sano deve aspirare un numero adeguato di particelle per infettarsi, può occorrere un numero più o meno elevato di respiri e, di conseguenza, più o meno tempo a contatto con la persona infetta.

Per capirci meglio: c’è differenza tra l’aver parlato pochi secondi con una persona infetta o averci trascorso diversi minuti, così come c’è differenza tra l’esser passati in una piccola stanza per pochi istanti o averci trascorso un’intera riunione di lavoro.

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Tenendo conto di tutto ciò si possono fare valutazioni sul rischio di contagio a seconda dei luoghi e delle circostanze, tenendo anche conto di alcuni fatti di cronaca delle ultime settimane.

I luoghi in cui si sono manifestati in questi mesi il maggior numero di contagi sono tutti luoghi chiusi, con uno scarso ricambio di aria e con un’alta concentrazione di persone come case di riposo, carceri, luoghi di culto e uffici.

Bromage cita diversi casi, tutti accomunati da alcuni punti chiave: essersi verificati in luoghi chiusi, con persone a stretto contatto l’una con l’altra e in contesti in cui si parla a voce alta, si canta, si urla o ci si passano oggetti gli uni con gli altri.

Unendo ciò all’importanza del fattore tempo si giunge a concludere che sono gli spazi chiusi a doverci allarmare e la miglior soluzione potrebbe esser trascorrerci meno tempo possibile.

Per quanto concerne gli spazi lavorativi si consiglia di optare per luoghi ben ventilati e con poche persone.

Diverso invece ciò che concerne i luoghi aperti: come abbiamo visto, il contagio dipende dalla quantità di particelle inspirate cosa che fa dunque capire come il semplice passaggio nelle proprie vicinanze di un contagioso non implichi che si venga obbligatoriamente infettati. Si dovrebbe risolvere così l’annosa questione dei runner: il passaggio di chi corre è tanto veloce da non costituire un vero pericolo.

virus Covid 19
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Tirando le somme dunque: il fattore decisivo sembra esser quello tempo, minor tempo uguale minor esposizione e minor quantità di virus inalato.

Niente paura (o quasi) dunque, secondo lo studioso, per permanenze brevi e brevi contatti, diffidare invece di lunghe ore trascorsi in piccoli ambienti o di contatti ravvicinati.

In tutto ciò sempre ricordando le buone abitudini consigliate:

  • mai toccarsi la faccia con le mani sporche,
  • praticare il distanziamento fisico,
  • evitare i luoghi affollati,
  • ridurre le interazioni sociali
  • lavarsi di frequente le mani con il sapone per almeno 20 secondi.

Infine una piccola ma importante osservazione. molti si stanno chiedendo: se si è più volte detto che all’accusare die primi sintomi ci si deve isolare come mai alcune persone continuano a diffondere il contagio? Presto detto: il picco nella capacità di diffondere il Coronavirus corrisponde di solito ai momenti poco prima di sviluppare chiari sintomi, ecco perché molti infetti inconsapevoli contagino altre persone prima di praticare l’isolamento, quando scoprono di essere infetti perché si sono ammalati.

Puntare il dito, dunque, è ancora una volta il primo grande errore.

Fonte: ilpost.it