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Lettera di una mamma disperata | “Ditemi come piangere la sua morte”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:00
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Piangere la morte di una figlia durante il Coronavirus, una sfida nella sfida, un dolore nel dolore che la mamma autrice di questa lettera condivide in cerca di aiuto.

madre lettera
Foto da Facebook @ MARY HAGEN ROBERTS

E’ un lutto innaturale e, per questo, doloroso come nessun altro.

Perdere un figlio è qualcosa a cui molte donne non riescono a sopravvivere o, quantomeno, non riescono a superare.

Figuriamoci allora se viene meno l’occasione di metabolizzare un simile lutto.

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Questo è ciò che sta accadendo in questi mesi, nei mesi del Coronavirus.

I funerali in Italia sono tornati celebrabiti solo da pochi giorni e nel mondo spesso ancora non lo sono.

E’ così che l’autrice della lettera che vi proponiamo oggi si è ritrovata non solo a dover superare il dolore per la perdita di una figlia ma anche nell’impossibilità di fare quello che per tutti è il primo passo di elaborazione del lutto: dire addio.

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Lo smarrimento e il dolore. Sono i due sentimenti che più chiaramente emergono dalla lettera pubblicata sull’HuffPost USA e poi tradotta nella versione italiana.

Mary Hagen Robert è una patologa del linguaggio in pensione. Vive con suo marito John a Salida, in Colorado. Adora insegnare nuoto presso la piscina termale locale (credo quando quest’ultima non viene chiusa a causa di una pandemia) e prestare volontariato al Central Colorado Conservancy.

Più di ogni altra cosa Mary era comunque la mamma di Laura.

Purtroppo un cancro e le complicanze legate al Coronavirus hanno fatto sì che Laura se ne andasse il 23 aprile 2020.

Quel giorno Mary non c’era. Non è arrivata per un soffio, pochi minuti le hanno impedito di accompagnare la figlia in quest’ultimo viaggio. Tempo meschino.

Ma ancor più meschino è il Covid-19, non tanto perché abbia voluto martoriare il corpo già provato di Laura, quanto perché ha completato la crudele opera del tempo.

Pochi minuti hanno impedito a Mary di dare l’ultimo saluto a una Laura ancora vita e il Coronavirus le impedirà di darle l’ultimo saluto prima della sepoltura.

Sono le crudeli leggi della pandemia, una sorta di ultimo smacco che il virus si prende con noi mortali. Certo, sono regole legate alla tutela della salute ma Mary proprio non riesce a sentirsi tutelata.

Quel dolore insopportabile non sa come affrontarlo, non sa che farsene e non sa come condividerlo.

Già perché piangere con qualcuno, vedere il dolore anche negli occhi altrui, toccare la bara prima che venga seppellita non possono cambiare le cose, non possono far tornare Laura ma possono far fare un primo passo per quella che gli esperti chiamano “elaborazione del lutto”.

A Mary, e a tanti altri, il virus ha tolto anche questo.

Da dove ripartire allora? Chissà, forse anche da una semplice lettera resa pubblica: un modo per condividere il dolore, non come una abbraccio o uno scambio di sguardi, certo, ma pur sempre un modo, l’unico forse possibile ai tempi del Coronavirus.

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“Mia figlia è morta giovedì 23 aprile, alle 13:11. E quando è morta, io non ero con lei.

Si chiamava Laura. A marzo ha compiuto 33 anni. È morta di carcinoma gastrico diffuso. Ma a causa dell’epidemia di Covid-19, io – la sua “mamma orsa”, come aveva preso a chiamarmi negli stadi finali della malattia – non ero lì con lei. Sì, è morta di cancro. Ma a causa dell’improvvisa insorgenza di sintomi quali difficoltà respiratorie, febbre e tosse – che ha manifestato a inizio aprile – è stata dichiarata un paziente “presunto COVID”.

Pochi giorni dopo l’inizio del suo ultimo ricovero, mi ha chiamata demoralizzata e in lacrime, perché nessuno aveva il permesso di entrare in ospedale per starle accanto – né io, né Brett il suo tenace fidanzato.

L’ospedale le ha concesso soltanto di portare con sé un cambio di vestiti o di biancheria. I suoi bellissimi capelli lunghi erano sporchi e tutti annodati a causa del sudore febbrile e dell’insonnia. Piangeva dicendo che, se anche fosse riuscita a farsi una doccia, le sarebbero stati vietati il balsamo o il pettine.

È rimasta completamente sola in quella stanza d’ospedale, solo delle infermiere oberate di lavoro ad assisterla. Neanche i suoi medici sono andati a visitarla, mi ha detto. A causa della diagnosi di “presunto Covid-19” anche loro hanno avuto paura di avvicinarsi a lei e si sono limitati a telefonarle o a darle un’occhiata attraverso il vetro della stanza, rimanendo al sicuro in corridoio.

Lei voleva solo tornare a casa.

Laura è stata dimessa la domenica di Pasqua, il 12 aprile, e mandata a guarire a casa con ossigeno supplementare e qualche sporadica visita medica a domicilio. Per tutta la durata della malattia, ha continuato a tenere le sue lezioni di biologia e chimica al liceo grazie alla didattica a distanza.

L’insegnamento era la sua passione. Da bambina, quando tornava a casa dall’asilo, Laura disponeva in cerchio bambole e pupazzi e assegnava loro verifiche e compiti a casa. Alla sua bambola preferita, Judy, dava sempre una A, mentre Nico, il procione, si beccava immancabilmente una C. 

Nell’autunno del 2017, Laura ha iniziato ad accusare dei dolori allo stomaco che sono durati per mesi. Si è fatta visitare dal suo medico curante che le ha prescritto degli antiacidi, mentre alcuni amici benintenzionati le hanno consigliato di rinunciare al glutine.

Nonostante il dolore gastrico intermittente, lei e Brett sono andati in vacanza in Andalusia, Spagna, e in quell’occasione Brett le ha chiesto di sposarlo. Era emozionata all’idea di organizzare un matrimonio e mettere su famiglia.

Per Laura la Spagna era un luogo speciale. All’inizio della sua carriera, lasciò un lavoro in un laboratorio di ricerca nello Utah per insegnare agli studenti di una scuola bilingue in una cittadina montana appena fuori Cordoba. 

Il cancro le è stato diagnosticato nel gennaio del 2018, in seguito a un’operazione di routine. Ha reagito al duro colpo stabilendo, senza pensarci due volte, quali sarebbero state le sue priorità: l’insegnamento, i suoi cari e la possibilità di continuare a esplorare il mondo con Brett al suo fianco.

Ha organizzato le sedute di chemio, e più tardi una terapia immunologica sperimentale, in base alla scuola e ai viaggi, ed è riuscita a vivere la sua vita intensamente e alle sue condizioni. 

Le piaceva molto la birra artigianale, una scoperta risalente ai tempi del college a Corvallis, in Oregon. Era frustrata perché, dopo i cicli di chemio, non riusciva a bere niente di freddo. 

Laura amava l’arrampicata e ha frequentato la palestra tutte le volte che la sua tabella di marcia glielo permetteva, nonostante la neuropatia indotta dalla chemio. Una volta mi ha detto “Mamma, la palestra di arrampicata è uno dei pochissimi posti in cui nessuno sa che sono malata di cancro.”

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“Dopo Pasqua, quando è tornata dall’ospedale, Laura ha avuto delle giornate positive passate a insegnare, cucinare, rimodernare il bagno e portare a spasso Delilah, il suo cucciolo. Abbiamo condiviso le nostre ricette preferite all’insegna del motto “io resto a casa”; si è emozionata quando, per il suo compleanno, le ho regalato la guida tascabile di Parigi che mi aveva chiesto.

Ma ha sempre continuato ad aver bisogno dell’ossigenoterapia. 

Sabato 18 aprile, mentre portava a spasso il cane, Laura ha perso i sensi ed è caduta. Quando ho saputo quello che era successo, le ho scritto: “Vuoi che venga da te così ci agitiamo un po’ insieme?”. Lei mi ha risposto “Non voglio che rischi di prendere il Corona”. Io ho replicato con un “Virus maledetto”. Poi sono rimasta ad aspettare.

Le hanno fissato una broncoscopia per il lunedì successivo, 20 aprile. Due giorni dopo l’esame mi ha chiamata in lacrime. L’esito della broncoscopia era allarmante. Di fatto, la carenza di ossigeno non era collegata al COVID-19 ma a qualcosa di molto più minaccioso: il cancro si era diffuso nei polmoni. Le hanno detto che, senza una terapia aggressiva, le sarebbe rimasto forse solo un mese di vita.

Abbiamo parlato delle sue opzioni – del fatto che aveva qualche giorno per decidere se continuare a lottare con tutte le sue forze. Oppure no.

Le ho detto che l’amavo con tutto il cuore e che l’avrei sostenuta sempre e comunque. Il giorno dopo ho iniziato a prepararmi per il viaggio in macchina di quattro ore che mi avrebbe portato da lei; mi ha scritto di “avvertirla prima di arrivare”. Ho fatto i bagagli. Ho indossato gli orecchini che mi ha portato dalla Colombia l’estate scorsa. Eravamo convinte di avere tempo. 

Laura è morta pochi minuti prima del mio arrivo, durante un bellissimo giorno di primavera in Colorado, a casa sua, mentre Brett la cullava tra le braccia.

Mi hanno detto che è rimasta lucida, ha parlato e sorseggiato un frullato fino a pochi attimi prima di morire. Con lei c’era anche un’infermiera, convocata per discutere delle opzioni di ricovero nel caso in cui Laura avesse deciso per le cure palliative. L’infermiera è arrivata verso mezzogiorno, e ha subito aumentato il dosaggio dei farmaci contro ansia e dolore, dal momento che Laura faceva sempre più fatica a respirare. A un certo punto, poco dopo le 13:00, Laura si è alzata, ha fatto qualche passo, poi è collassata ed è morta.

E io non ero con lei.

E non ho idea di come andare avanti adesso che non c’è più, o cosa farne di questo dolore insopportabile e inverosimile.

Qualcuno deve dirmi come piangere la sua scomparsa, poiché ho scoperto che non mi è di nessun aiuto inveire contro chi non indossa la mascherina o lamentarmi con quelli che mi si accalcano addosso mentre faccio la fila davanti ai negozi dello stato del Colorado, ormai riaperti.

Ditemi come devo piangere la sua morte, in un momento in cui non è consentito organizzare funerali o cerimonie commemorative; dopo che il corpo amatissimo di mia figlia è stato caricato sul minivan di un’agenzia funebre, per non fare più ritorno. 

Voglio i riti funebri su cui la nostra società – compresa me – fa affidamento per elaborare il lutto.

Voglio stringere i miei nipoti. Voglio abbracciare mia sorella e vedere i miei fratelli che vivono a chilometri di distanza. Mi mancano i miei amici. Voglio andare al birrificio preferito di Laura e ordinare panini unti e una pinta di IPA, condividere quel momento e piangere con i suoi colleghi e i suoi amici. 

Voglio poter accettare i biscotti al cioccolato e le pietanze che i miei vicini, a tempo debito, mi porteranno insieme al loro affetto e alla loro empatia.

Ma dal momento che sono una donna di 64 anni, immunodepressa a causa del morbo di Addison, ho paura di aprire la porta. 

Per ora – invece di una messa, invece di un funerale – la nostra piccola famiglia ha pianto questa perdita incolmabile e commemorato Laura grazie al racconto di aneddoti sulla sua gioventù ribelle e sulla sua vita breve e sfolgorante. Abbiamo pianto, abbiamo parlato di questo virus e della sua diffusione, maledicendolo. Ma oggi mi sveglio la mattina e vado a letto la sera con un vuoto nel cuore, e non so come andrò avanti.”

scrivere lettera
Foto da Pixabay

Il dolore di Mary Hagen Robert è il dolore di molti.

Di coloro che hanno visto i loro cari andare in ospedale per non tornare più, di quelli che hanno fatto caricare le base su una camionetta senza poter dire nulla più di una preghiera, di chi non ha stretto a sé i propri cari condividendo il dolore e il dono prezioso della vita che quel dolore rende sempre più evidente.

E’ la sofferenza dei lutti al tempo della pandemia, dolorosi come ogni altro lutto ma forse un po’ più difficili da elaborare.

Fonte: HuffPost