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Coronavirus | La psicologa: “che cosa possiamo imparare dalla pandemia”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:09
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La psicologa Francesca Morelli spiega su Facebook come il Coronavirus ci stia insegnando molto a patto di saper leggere tra le righe

io resto a casa
Photo by TIZIANA FABI/AFP via Getty Images

In molti se lo stanno chiedendo: come diventeremo dopo il Coronavirus? Questo difficile momento ci cambierà e sotto quali aspetti?

Le difficoltà legate alla pandemia e alla necessità di arrestare il contagio stanno lasciando emergere lati della nostra umanità che avevamo creduto oramai perduti.

Ci siamo scoperti capaci di stupirci di fronte a dei delfini, abbiamo scoperto l’importanza di aiutarci l’un l’altro, la bellezza di un abbraccio (ancor più bello ora che ci manca) e l’eroismo che si nasconde dietro professionisti che, ammettiamolo, davamo oramai un po’ per scontati.

La domanda però è: quanto durerà tutto questo? Non la pandemia (che si spesa sia quanto meno longeva possibile), badate bene, ma il “bene” che essa sta portando con sé e, soprattutto, in che cosa consiste più dettagliatamente questo “bene”.

Già perché, spesso non ce ne rendiamo conto, ma anche il Coronavirus ha qualche “risvolto benevole”. Difficile crederlo ma le cose stanno proprio così e a confermarlo giunge un interessante post di una psicologa.

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Che cosa ci può insegnare il Coronavirus?

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Photo by ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images

Francesca Morelli, psicologa, ha voluto condividere il suo pensiero su Facebook.

La sua è una riflessione particolare, il tentativo di rispondere a un quesito affatto semplice: “cosa possiamo imparare da questo?”

La risposta pare essere: “col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto”

Ma che cosa significa ciò? Proviamo a capirlo assieme a Francesca Morelli e al suo lungo post.

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“Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte e condivido con voi alcune riflessioni.
Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare…
In una fase in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti paesi a seguire, sono costretti al blocco; l’economia collassa, ma l’inquinamento scende in maniera considerevole. L’aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira…

In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class.

In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza sabati nè domeniche, senza più rossi del calendario, da un momento all’altro, arriva lo stop.
Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro.
Sappiamo ancora cosa farcene?

In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.

In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dandoci l’illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.
Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?

In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l’unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunita, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.

Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.
Perchè col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto.
Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo.”

Fonte: Facebook @IlBlogDellaPsicologa

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coronavirus

Se dunque “vedere il bicchiere mezzo pieno” è un’arte che mai come di questi tempi sembra tornare utile, ecco che persino il virus che ci sta atterrendo può rivelarsi maestro e migliorare le nostre persone.

Ma noi abbiamo voglia di imparare? Questo resta ancora da vedere.