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Mia Martini | Voce rotta dai pregiudizi, fra le “note stonate” di Sanremo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:47
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A poche settimane dall’inizio del Festival di Sanremo torna attuale il dibattito in merito ai pregiudizi sulle donne. Mia Martini è una delle tante vittime dei luoghi comuni e stereotipi che aleggiano intorno alla kermesse e non solo.

Mia Martini a Sanremo
Mia Martini a Sanremo

A poche settimane dall’inizio del Festival di Sanremo, è già tempo di scuse: fa discutere lo scivolone mediatico di Amadeus, prossimo conduttore della kermesse. Quelle parole dette, a suo dire, senza alcun tipo di malizia o pregiudizio. La presentazione di Francesca Sofia Novello e Georgina Rodriguez esclusivamente come “fidanzante di Valentino Rossi e Cristiano Ronaldo”, rimarcata poi dalla constatazione di quanto fosse encomiabile da parte di una delle due la capacità di “restare un passo indietro rispetto ad un grande uomo”, non è passata inosservata. C’è chi attacca il mattatore della manifestazione e chi, invece, prova a spezzare una lancia in suo favore.

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In questi momenti di impasse, dove il confine fra encomio e oltraggio è piuttosto labile, la mente non può evitare di tornare allo scorso anno quando si parlò di una donna bella, intelligente e talentosa a cui bisognerebbe – e stavolta sul serio – chiedere scusa nuovamente anche se purtroppo non è più fra noi. Il suo nome è Mia Martini, una voce inconfondibile accompagnata da un’intelligenza e una profondità d’animo piuttosto rara, in grado di emozionare chiunque – nel mondo contemporaneo – con poche note: “Cu’mme”, “Minuetto”, “Gli uomini non cambiano”, capolavori intramontabili che ancora oggi fanno accapponare la pelle.

Sanremo, quando riscattiamo sul serio di Mia Martini?

Mia Martini durante un live
Mia Martini durante un live

Purtroppo non è sempre stato così, il talento di Domenica Bertè, detta Mimì, era cristallino sin dagli inizi ma c’era qualcosa che non andava: le dicerie e le cattiverie che lo star system aveva diffuso, impunemente, su suo conto isolandola professionalmente e umanamente. A tal proposito, si è espressa più volte la sorella Loredana Bertè: “La leggenda era nata all’inizio degli anni Settanta. C’era stato un concerto in Sicilia. Era finito tardi. Mimì si era raccomandata con la band: «Avete l’albergo pagato, dormite qui, mi raccomando». Ma i ragazzi, come capitava allora, avevano pensato di arrotondare la diaria viaggiando di notte. Ebbero un incidente, fecero un frontale, ci furono dei morti e i giornali iniziarono a pubblicare foto degli spartiti di Mimì insanguinati e a insinuare che non avesse voluto pagare l’hotel. In un ambiente falso e scaramantico com’è quello della musica, bastò e avanzò”, racconta la Bertè all’interno della sua autobiografia “Traslocando. È andata così”.

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“Mimì porta iella’ si diceva a mezza voce e l’infamia si fece largo. L’aveva combattuta a lungo. Al tempo dei rifiuti continui, delle spalle voltate e degli amici di un tempo che facevano finta di non conoscerla, Mimì era tornata indietro alla ricerca delle proprie origini. Si era trasferita a Bagnara Calabra. Proprio in un posto che odiavo e non avevo mai capito, mia sorella era andata alla ricerca dei perché.
(…) Poi si era ritirata per un periodo a Calvi dell’Umbria. Mandai Renato (Zero ndr) in avanscoperta, ma in quel momento Mimì non voleva vedere nessuno. Andò a Milano, poi prese quel monolocale a Cardano al Campo. A un passo da Malpensa. Con gli aerei che le rombavano sopra la testa, la puzza di benzina, le grate alle finestre e la solitudine intorno. L’appartamento, un appartamento del ca**o, glielo trovò nostro padre. Le avrebbe potuto trovare un castello, ospitarla, accudirla, ma le riservò il peggio. Il posto più degradato, anonimo, immeritato per qualsiasi finale”, conclude la Bertè facendo luce su una vicenda a conoscenza di tutti gli addetti ai lavori ma taciuta per troppo tempo.

Molti ritengono che la morte di Mia Martini, avvenuta il 14 maggio del ’95 nel suo appartamento in provincia di Varese a Cardano al Campo, sia strettamente correlata con questa indegna sequela di pregiudizi e luoghi comuni tessuti ad arte che avrebbero indotto la donna a non curare un fibroma per paura che la sua carriera potesse subire un’ulteriore battuta d’arresto dopo essersi ripresa faticosamente da anni di isolamento e trascuratezza artistica, che l’avevano relegata ai margini del settore musicale e discografico, pur avendo tutte le carte in regola (come dimostrò nel Sanremo dell’89 grazie alla lungimiranza di Giovanni Sanjust e Lucio Salvini che la portarono all’Ariston con “Almeno tu nell’universo”) per esplodere.

Quella di Mia Martini è una vicenda fatta di talento e occasioni sprecate, buttate via per una rete di fraintendimenti e pettegolezzi protratti nel tempo che hanno annientato una delle personalità più eclettiche e profonde della musica del secolo scorso. A Sanremo, l’anno scorso, hanno provato a fare ammenda: l’iniziativa (postuma, ovviamente) coincideva con i 24 anni dalla morte della cantante, una fiction su Raiuno per ricordarla e qualche parola – più l’esecuzione del suo capolavoro sanremese da parte di Baglioni e Serena Rossi che ne ha vestito i panni di Mimì nello sceneggiato – senza indugiare troppo su cosa fosse successo in quegli anni bui, né tantomeno rimarcare i motivi di tanto annichilimento ingiustificato. Una trascuratezza che tutto rende fuorché giustizia.

Se proprio bisogna fare qualcosa, attualmente, nel primo ventennio del Duemila, per appianare uno scivolone mediatico avvenuto ancora prima di iniziare l’edizione numero settanta della manifestazione canora, potremmo riscattare – come si conviene – una donna che merita e meriterà sempre gli applausi più sinceri e le migliori riconoscenze (magari quel premio alla carriera che ancora manca) al pari del pentimento di una comunità gretta e meschina come sa essere, a volte, quella dello spettacolo che poi non fa altro che racchiudere in minima parte il pensiero comune.

Dunque, se proprio Amadeus volesse tornare sui propri passi per dimostrare quanto – in qualunque ambito – non contino i luoghi comuni e gli stereotipi, potrebbe ripartire celebrando a dovere una cantante che ha perso la vita ma non ha mai smesso di sorprenderci. Sarebbe un bel modo per fermare il potere, a volte subdolo e meschino, dell’oblio.

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