Sanremo 2020 | Monologo sulle donne di Rula Jebreal contro ogni violenza

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Il monologo contro la violenza sulle donne proposto al Festival di Sanremo 2020 da Rula Jebreal ha commosso la sua interprete e non solo.

monologo donne sanremo 2020
Photo by Daniele Venturelli/Getty Images

Discriminazioni e violenze subite dalle donne nel nostro Paese. Questo il tema del monologo che si è fatto protagonista della prima serata del Festival di Sanremo 2020, un monologo interpretato da una delle due bellissime donne che Amadeus ha voluto al suo fianco per la conduzione, Rula Jebreal.

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Molto è stato scritto negli anni su questo doloroso argomento, eppure per il suo monologo, Rula sceglie di alternare parole già famose di altri alle proprie, alla propria storia e al proprio personale vissuto.

Un tocco personale che ha reso il suo un momento unico, toccante e con una spinta emotiva semplicemente straziante.

Riascoltiamo insieme le parole di Rula Jebreal.

Sanremo 2020: Rula Jebreal e il monologo contro la violenza sulle donne

Rula Jebreal monologo violenza donne
Foto da Instagram @segretodonna

Ricorda Franca Rame, che ha fatto dello stupro da lei subito un monologo immortale, ma anche sua madre, che al doloro non è riuscita a sopravvivere.

Il monologo di Rula Jebreal è un vero e proprio viaggio nel lato più oscuro dell’universo femminile, un volo sulle parole terribili che sono una seconda violenza per chi, purtroppo, ne ha già subito una prima.

Parte propria da qui Rula, dalle parole che vengono rivolte troppo spesso a una donna che ha subito uno stupro.

“Aveva la biancheria intima quella sera?”, “Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?”, “Trova sexy gli uomini con i jeans?”

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“Una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti. non lo siamo perché abbiamo denunciato troppo tardi o perché abbiamo denunciato troppo presto, o perché siamo troppo belle o persino troppo brutte, perché eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta”

Ci sono poi le parole buone, quelle di La Cura di Battiato, La Donna Cannone di De Gregori e Sally di Vasco Rossi, brani scritti da uomini perché gli uomini non sono sempre il nemico.

“Parlo agli uomini, adesso. Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere: madri di dieci figli e madri di nessuno, casalinghe e carrieriste, madonne e puttane, lasciateci fare quello che vogliamo del nostro corpo e ribellatevi insieme a noi, quando qualcuno ci dice cosa dobbiamo farne. Siate nostri complici. E quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare ciò che è accaduto?”.

Ci sono però anche i numeri e quelli sì che sono sempre spietati:

“Negli ultimi tre anni 3 milioni 150mila donne sono state vittime di violenze sessuali sul posto di lavoro, negli ultimi due anni 88 donne al giorno hanno subito abusi e violenze, una ogni 15 minuti, ogni tre giorni viene uccisa una donna, sei donne sono state ammazzate solo la scorsa settimana. E nell’80 per cento dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare, ha le chiavi di casa”.

Più dei numeri però in questo monologo colpisce l’apporto personale dato da Rula Jebreal, i racconti di lei da bambina e del terribile dolore di sua madre:

“Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine. La sera, una per volta, noi bambine raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano una specie di favole tristi. Non favole di mamme che conciliano il sonno, ma favole di figlie sfortunate, che il sonno lo toglievano. Ci raccontavamo delle nostre madri: torturate, uccise, violentate.

Ogni sera, prima di dormire, ci liberavamo tutte insieme di quelle parole di dolore. Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.”

“Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato la sua tortura. Perché mia madre Nadia fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa.”

Più di rileggere le parole però sarà bene riascoltarle, con tutta la loro carica emotiva e tutta la commissione che sanno portare.