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Domani sì, adesso no: chi rimanda per fallire

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Dopo aver indagato le dinamiche del panico e quelle più intriganti sdel sexting, Francesco Grappone, nostro psicologo di fiducia, ci porta oggi all’interno di una delle dinamiche comportamentali più comuni in circolazione: rimandare per fallire.

Quante persone conoscete che agiscono in questo modo? O forse proprio voi tendete a ripetere l’odioso schema. Cerchiamo di comprendere meglio di che cosa stiamo parlando e, soprattutto, perché ciò avviene giorno dopo giorno.

iStock Photo
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E’ un comportamento tipico di molte persone: ogni giorno fanno mille progetti, stendono lunghissime liste di cose da fare, sono piene di buoni propositi, ma poi, il risultato, è sempre lo stesso: rimanere ferme al punto di partenza!

Non riescono a portare a termine anche le cose che dicono di desiderare di più, sognando ad occhi aperti e vivendo un senso profondo di frustrazione che deriva proprio da questa contraddizione che sentono di vivere, ma che non riescono a cambiare: volere fortemente qualcosa e non far nulla per ottenerla.

 

La tendenza a rimandare per cercare di fallire

Moltissime delle nostre difficoltà hanno direttamente a che fare con il modo in cui, quando eravamo bambini, abbiamo deciso di reagire ad alcune richieste da parte dei nostri genitori o a delle loro imposizioni. Se vi capita di non riuscire ad “ingranare” nelle cose che più desiderate o comunque avete difficoltà a finire le cose che iniziate, siete stati probabilmente vittime, quando eravate piccoli, di forme di coercizione da parte dei vostri genitori o delle persone che si prendevano cura di voi. Spesso, genitori troppo autoritari o eccessivamente richiedenti, nei riguardi dei figli, diventano asfissianti e costringono il bambino a fare quello che vogliono loro.

Questo può avvenire o imponendo al bambino alcune attività usando spesso toni troppo autoritari (per esempio con frasi del tipo:” Vai a cambiarti! Ho detto ora!”, oppure “Sbrigati, la cena si fredda!”) o insistendo molto con il bambino facendo leva sul bisogno di una propria gratificazione personale (per esempio una mamma che dice alla figlia:” Fallo per me, lo sai che ci tengo molto”, oppure “Fai sentire a tutti quanto sei brava!”). Ovviamente faccio riferimento non a quelle volte in cui può capitare a tutti di usare un tono un po’ più deciso, ma a modi ripetitivi e costanti di rivolgersi al bambino con queste modalità. Se quando eravate piccoli, in casa c’era questa atmosfera fatta di richieste continue, imposizioni e pressioni costanti, è probabile che abbiate deciso di reagire ribellandovi a tutto ciò, iniziando a rimandare sempre tutto, a tirare tutto per le lunghe, a girovagare senza meta e direzione perdendo tempo.

E’ un modo di sfidare i propri genitori, ma non in campo aperto perché altrimenti il rischio del castigo è troppo elevato. Il bambino lo fa in modo più indiretto. A quanti di noi non è successo di rispondere, quando venivamo chiamati per cenare: “Si, arrivo!”, mentre continuavamo a fare quello che stavamo facendo?

Esiste un libro che già nel solo titolo descrive benissimo questa forma di resistenza passiva: Dove sei andato? Fuori. Che cosa hai fatto? Niente. Le persone che hanno queste difficoltà, sono molto spesso affette dai seguenti sintomi:

  1. stanchezza cronica che non sia attribuibile ad altri motivi;
  2. sensazioni di ansia;
  3. sensazione di inferiorità nei riguardi degli altri.

Si entra in una spirale all’interno della quale rimandare quello che si deve fare oggi aumenta la lista delle cose da fare domani, fino a raggiungere un punto di non ritorno in cui la persona sperimenta profonde sensazioni di tristezza e disperazione per il fatto che le cose da fare sono diventate talmente tante da essere ormai inattuabili. Le categorie più colpite da questo tipo di problema sono quelle che fanno lavori in cui la gestione del tempo è tutta nelle loro mani: liberi professionisti, artisti, imprenditori, casalinghe, scrittori. Dovendo gestire da soli il tempo a disposizione per iniziare e concludere il lavoro che devono fare, queste categorie sono esposte maggiormente a questo tipo di problema. Solo quando la pressione esterna diventa grande riescono in alcuni casi a mettersi in moto e a raggiungere l’obiettivo, ma spesso il risultato è scadente o comunque molto al di sotto delle loro capacità. Questa modalità di resistere passivamente alle imposizioni si verifica perché il genitore, generalmente, comincia ad avere questo atteggiamento quando il bambino ha già iniziato ad avere la consapevolezza di una certa forza interiore, ma non si sente ancora abbastanza forte da sfidare apertamente il genitore e decide, quindi, di farlo indirettamente.

Questo ciclo “comando-resistenza” può essere interrotto sono diventando “genitori di sé stessi”. Continuando a comportarsi così quando si è adulti, infatti, non si fa altro che mettere in atto uno schema conosciuto e ripetitivo che ha lo scopo di riproporre le dinamiche di relazione che si avevano da bambini con i genitori. I problemi si riscontrano spesso anche nelle dinamiche di coppia. Si prova un senso di inutilità, un senso di risentimento perché nulla va secondo i programmi e perché non si riesce mai ad arrivare a niente di definito

Questo, molto spesso, capita proprio perché il partner viene visto come il “genitore autoritario” al quale opporre resistenza. Le persone che mettono in pratica questo schema spesso useranno la parola “cerca”: “Quello che sto cercando di farti capire è …” oppure “Cercherò di impegnarmi per fare quello che abbiamo concordato”. Il tono della voce risulterà spesso “strozzato”, mentre il corpo sarà proteso in avanti. Proprio l’incapacità di portare a termine le cose farà spesso dire a queste persone frasi del tipo:” Perché mi succede sempre questo?” oppure “E’ sempre la stessa storia”. Per uscire dal ciclo “comando-resistenza” è importante ridurre i comandi che vengono imposti nella propria mente, abbandonando la tendenza a fare lunghi elenchi di “devo” o “dovrei”. Una terapia analitico transazionale o cognitivo comportamentale può essere molto utile per imparare a riconoscere i propri schemi ripetitivi e a trovare valide alternative.

 

Francesco Grappone

francescograppone@libero.it

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