Crisi Covid, Venezia al collasso. Molti locali del centro vanno ai cinesi

Crisi Covid a Venezia. La citta lagunare non regge più, è al collasso. Molti negozi del centro finiscono in mani cinesi per la mancanza di liquidità. E’ allarme

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Emergenza Covid-19: è crisi sanitaria ma non solo. A fare paura, tanto quanto il virus, è anche la mancanza di liquidità. Il commercio non riparte, l’industria è in ginocchio e gli affari non girano. L’economia è una catena e, se salta un anello, il rischio è che possano cedere anche tutti gli altri. L’Italia, a vocazione turistica da Nord a Sud, sta pagando un prezzo altissimo. Le città d’arte non vedono viaggiatori stranieri ormai da quasi un anno. Le cose non vanno meglio per il turismo religioso, con pellegrinaggi e visite praticamente azzerati. E’ crisi nera ad Assisi, città del Patrono d’Italia, ma anche in altri importanti centri di devozione religiosa come Loreto, Pompei e San Giovanni Rotondo (solo per citare alcuni esempi ma la lista è lunga).

Il comparto turistico, includendo anche tutti gli indotti ad esso collegati, vale circa il 13% del Pil nazionale. E’ una fetta consistente, per nulla trascurabile. La pandemia da Coronavirus ha messo in ginocchio l’intero settore che, a sua volta, si ricollega anche a quello degli eventi (sagre, fiere, mostre d’arte, convegni e molto altro ancora) anch’esso totalmente fermo. Il fatto che non si viaggia più o comunque, si viaggia pochissimo e male, per l’Italia, è un problema grosso. Il clima d’incertezza grava sulle prenotazioni. Ancora oggi, a distanza di quasi un anno dall’inizio della pandemia, nulla è dato sapere sui tempi di una ripartenza, più o meno sostenibile. Il modello non può essere ancora a lungo quello dello “Stop & Go”.

Le città d’arte italiane piangono lacrime e sangue. Imprenditori e commercianti fanno i conti con la mancanza di liquidità. Non s’incassa quasi più ma ci sono costi vivi da sostenere. A queste condizioni, in molti non riapriranno. La Confcommercio stima che, nel 2021, circa 300mila attività chiuderanno per sempre. Insomma è un’ecatombe. Ma, come è noto, le disgrazie di alcuni possono fare la fortuna, anche economica, di altri. Ed è così che, nel centro storico di Venezia, alcune attività commerciali stanno passando in mani cinesi. “Acquisti a tappeto” per i quali è in corso anche un’indagine della Guardia di Finanza. Lo riporta da Il Gazzettino.

Crisi Covid a Venezia. Negozi in mano ai cinesi da marzo

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A marzo 2021 ci saranno i primi tre negozi del centro di Venezia riapriranno a gestione cinese. A Cannaregio, noto quartiere della città lagunare, tre storici locali a conduzione veneziana sono stati venduti e poi comprati da imprenditori cinesi. La prima attività storica è il bar gelateria Da Nini, al civico 1306 di Cannaregio, accanto al ponte delle Guglie. Ha iniziato la sua attività nel 1972, a conduzione familiare, ed ha risentito incredibilmente dell’effetto Covid.

Come si legge su Il Gazzettino è duro lo sfogo dei figli Valter e Mauro. “Siamo stanchi . Il bar ha 46 anni di vita e noi 30 di lavoro, a svegliarci presto il mattino e rincasare tardi. Una volta qui si producevano gelati e dolci in proprio, con le macchine che lavoravano tutto il giorno e si rompevano spesso. Un tempoaggiungonosi lavorava molto ma anche si guadagnava. Adesso il gioco non vale più la candela ed è un’attività che abbiamo sconsigliato ai nostri figli perché senza più prospettive”.

Stessa sorte per il Ma Ciao!, poco più avanti di qualche civico e, infine, per il bar MQ10, al civico 1022. Tutte e tre le attività commerciali, da fine marzo 2021, riapriranno con una nuova gestione cinese. Intanto, come riferito sempre da Il Gazzettino, la Guardia di Finanza avrebbe avviato un’indagine sulle vendite, al fine di verificarne la regolarità. Insomma ai tempi del Covid è sempre più dura fare impresa. Un “lusso” che, molti italiani, non possono più permettersi per la mancanza di liquidità.

Da inizio pandemia il governo ha varato una serie di misure con l’intento di sostenere le attività economiche vessate dalla crisi. Ma, seppur mossi da buoni propositi, gli interventi non sembrano bastare per risolvere le tante difficoltà. Il banco di prova sarà la fine del blocco dei licenziamenti, fissata per fine marzo. Si teme che il numero dei disoccupati possa subire un’ulteriore quanto preoccupante impennata. Le ricadute sociali sarebbero incalcolabili.

La crisi economica picchia duro sul ceto medio. I dati della Caritas parlano di “nuovi poveri” uomini e donne che, prima dell’emergenza sanitaria, mai avrebbero pensato di doversi rivolgere alle mense solidali, per mettere insieme il pranzo con la cena. Servono vaccini efficaci non solo per il virus, ma anche per l’economia.

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Il futuro prossimo sembra essere ancora a tinte fosche. L’Italia si prepara a vivere altre settimane all’insegna di divieti e restrizioni. Si corre veloce per limitare i danni ma, la ripartenza, sembra essere meno facile del previsto. Senza dubbio è la crisi economica più profonda dalla fine del secondo dopoguerra. Ancora una volta, gli italiani, saranno chiamati a ricostruire dalle macerie, che sono quelle lasciate dal virus.