Roberto Mancini | L’Italia in mano e i sogni in tasca, 55 anni fra successi e ambizioni

Roberto Mancini compie 55 anni, oltre mezzo secolo a garanzia di un carisma cristallino. Lo stesso che l’ha portato a riaccendere i sogni e le ambizioni dell’Italia calcistica.

Roberto Mancini compie 55 anni
Roberto Mancini compie 55 anni (Getty Images)

Roberto Mancini è uno di quegli sportivi destinati a fare la storia, non fosse altro perchè quando ha cominciato a giocare a calcio fare il calciatore non poteva definirsi un punto d’arrivo tanto quanto oggi. Preferire il campo e gli scarpini rispetto ad un altro tipo di futuro ancora significava spiazzare, e questo lui lo sa fare bene.

L’ha fatto con la madre, contraria inizialmente al suo desiderio di fare il calciatore, quando nel 1981 a sedici anni debutta in Serie A con il Bologna dimostrando – alla mamma casalinga e agli scettici – di avere stoffa. La stessa che si porta dietro ancora oggi, con il passare del tempo potremmo definirla rendita, ma all’epoca era eccezionalità. Così come non era usuale segnare nove gol nella massima serie durante l’anno del debutto.

Roberto Mancini, 55 anni fra eleganza e carisma dentro e fuori dal campo

Mancini e Vialli in Nazionale
Mancini e Vialli in Nazionale (Getty Images)

L’anno dopo l’Italia vince il Mondiale in Spagna e il Mancio – come iniziavano a chiamarlo e lo chiamano ancora adesso – arriva alla Sampdoria di Paolo Mantovani per 4 miliardi di lire. Una cifra che, a sentirla oggi, farebbe sorridere visto come si è evoluto – e per certi versi ingigantito – questo sport, ma all’epoca era una cifra considerevole. Al pari dell’investimento fatto su un campione che rimase a Genova (sponda blucerchiata) per 15 anni. Mancini alla Samp sboccia: vince, convince e decide – insieme a Mantovani per cui era diventato una sorta di ‘figlio acquisito’ – le strade da prendere. Riesce ad ottenere successi notevoli con un viatico che, malgrado l’usura del tempo, rimane impresso nella mente degli appassionati: quattro Coppe Italia, una Supercoppa di Lega e la Coppa delle Coppe, più lo Scudetto del ’91.

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Insieme a Vialli, altro nome familiare non soltanto a Genova con cui attualmente condivide anche l’avventura della Nazionale, dà vita a veri e propri tormentoni dentro e fuori dal campo elevando forse per la prima volta la figura del calciatore a icona mediatica nel senso più ampio del termine. Alla soglia degli anni Novanta, anche grazie all’eclettismo del Mancio e i suoi colleghi, il calcio viene associato – in qualche maniera – anche al glamour per arrivare poi ai giorni nostri dove ormai un calciatore (per forza di cose) è anche esempio di stile e tendenza.

Il calcio giocato, passata l’esperienza con i colori blucerchiati, regala a Roberto Mancini qualche altra soddisfazione: uno scudetto con la Lazio – negli anni 2000 – e quei colpi di tacco divenuti famosi nella Capitale, poi ripresi qualche anno più tardi da un altro Mancini (Amantino) che entrò negli almanacchi partendo però dalla sponda giallorossa del Tevere. Altri tempi, diverse modalità di intendere il pallone pur sempre rotondo ed imprevedibile, quelli in cui vinse anche un’altra manciata di coppe in Italia e in Europa.

L’esperienza da giocatore professionista termina a 36 anni, al Leicester – patria calcistica di altri italiani, su tutti Claudio Ranieri che ha saputo nel recente passato valorizzare una piazza desiderosa di emergere –, prima di iniziare una seconda vita (professionale) da allenatore.

Gli è riuscita in egual modo, mettendo passione e vittorie in cima alla lista dei desideri: tre scudetti (con l’Inter), quattro Coppa Italia, una Premier League, una coppa di Turchia. Fiorentina, Lazio, Inter, Manchester City, Galatasaray, ancora Inter, Zenit San Pietroburgo l’hanno visto mettere in pratica schemi e idee innovative dall’alto di una panchina. Da sempre considerato l’alfiere del “bel gioco” in grado di proporre “qualcosa di diverso” che coinvolgesse il collettivo di una squadra per poi arrivare a valorizzare i singoli interpreti. Vedasi Stefano Fiore, un centrocampista (in attività ormai parecchi anni fa) che con l’approdo di Mancini sulla panchina della Lazio ha ritrovato linfa e motivazioni dopo periodi opachi e sottotono.

In qualche maniera un “Fiore” – per altre ragioni – è diventata la nostra Nazionale dopo che Mancini l’ha presa in carico a maggio 2018: in questa scelta si evince tutto il carisma di un uomo costantemente stimolato dalle nuove sfide. La più ardua era quella di ridare fiducia ad un gruppo di tifosi e giocatori poco entusiasti – per non dire spenti – emotivamente e fisicamente al termine della “parentesi Ventura” che ci ha portato (fra colpe e un pizzico di sfortuna) fuori dai Mondiali. L’obiettivo del Mancio era arrivare agli Europei e ridare lustro ad un tricolore opaco a livello calcistico.

È riuscito anche in questo, da quando lui è commissario tecnico l’Italia del pallone s’è desta e le persone hanno ripreso a seguire la Nazionale con lo stesso trasporto delle “Notti magiche” che furono. Undici vittorie nei gironi di qualificazione, battuto in record di Pozzo, e un Europeo tutto da vivere con la stessa grinta ed emozione.

A 55 anni compiuti, Mancini sogna di fare – se possibile – ancora meglio: “L’importante è rendere orgogliosi tifosi e sostenitori, dietro la scelta della Nazionale c’è anche la volontà di inorgoglire ulteriormente i miei genitori. In azzurro mi sento a casa”, ha detto.

Nella semplicità più audace, nella schiettezza conforme alle persone tanto coerenti quanto affidabili, Roberto Mancini ha unito un popolo e non solo dinnanzi ad un pallone perchè ormai, purtroppo o per fortuna, l’unità di intenti la viviamo soltanto e forse sul rettangolo verde. Non male per un uomo nato e cresciuto a Jesi con i sogni in tasca e il mondo stretto in una mano. Auguri, Mancio!

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