Home Cultura “Mindhunter”, il lato coinvolgente del crimine: cos’è l’interrogation porn

“Mindhunter”, il lato coinvolgente del crimine: cos’è l’interrogation porn

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“Mindhunter” ha dato vita ad un nuovo genere seriale, l’interrogation porn. Come nasce e quali esigenze coltiva rispetto alla domanda dello spettatore.

David Fincher, produttore di “Mindhunter”

Il mondo del crimine, da quando i media hanno incominciato a sezionarlo, analizzarlo e somministrarlo ad un pubblico più ampio rispetto agli addetti ai lavori, è approdato nell’intrattenimento a piene mani: dai talk show, passando per i film e le serie tv.

Dove finisce l’informazione e inizia la didascalia? Se lo chiede, a modo suo “Mindhunter” – serie targata Netflix arrivata alla seconda stagione – che mette sullo schermo la morbosità che accompagna ciascun delitto e i suoi interpreti: si parla, abilmente, persino della personalizzazione e spettacolarizzazione dei protagonisti di un’efferatezza. I processi non si fanno soltanto in aula di tribunale: da qualche tempo, il grande schermo è divenuto pulpito, nell’era della post verità con una proiezione si possono attribuire sentenze prive di qualsivoglia validità giuridica.

“Mindhunter” e la ribalta dell’interrogation porn: le basi di un nuovo sottogenere seriale

Chiacchiere da bar, l’efferatezza plasmata a dibattito di pubblica piazza: una sorta di Cluedo perenne che tiene incollati alle televisioni milioni di persone, David Fincher – una dei progenitori, oltre che produttore di “Mindhunter” – è partito proprio da questo: una tale morbosità criminale, che sfocia nella curiosità e, in taluni casi, nell’emulazione, è necessaria? La risposta è sì. Se serve a catalizzare l’offerta all’interno di una determinata domanda.

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Ecco allora la nascita del “turismo dell’orrore” – fenomeno che porta masse di persone a visitare i luoghi dei delitti, Cogne e Avetrana (restando a casa nostra sono un esempio) e dell’interrogation porn. Un genere filmico che mette in mostra a chiunque come la profanazione psicologica possa essere d’aiuto nella risoluzione di un crimine, con particolare attenzione al momento degli interrogatori.

Nello specifico, la seconda stagione di “Mindhunter” parte dalla personale discesa agli inferi di Holden Ford. Il personaggio è liberamente ispirato all’ex agente FBI e scrittore John Douglas: quest’uomo, fra il 1978 e il 1981, mise a punto un metodo specifico per entrare nella mente dei serial killer ed estorcergli, con abilità e parsimonia, informazioni utili in merito alle vicende efferate di cui si facevano protagonisti.

La cronaca nera vista con lo stesso approccio di un reality

Jonathan Groff e Holt McCallany, protagonisti di “Mindhunter” (Getty Images)

Nove puntate, l’approccio è quello di una sorta di “Intreatment” della scelleratezza che ci fa giungere ad una conclusione fondamentale: fino a che punto chi si occupa, giorno per giorno, di un’aberrazione può essere immune da quella distorsione? “Mindhunter” sottolinea a suo modo come, a partire da metà del Novecento, anche gli omicidi cominciano ad avere moventi più hipster della gelosia o dei soldi. E particolarmente quelli seriali.

Una nuova linea di confine tracciata fra bene e male, nel mezzo il pubblico pagante. Quest’avanguardia seriale piace e cattura, facendo leva sull’interesse spasmodico di una platea che ormai vive un presunto omicidio con lo stesso approccio che si deve ad un reality show: la contaminazione fra curiosità e illegalità cattura chiunque, che crede di poter fomentare il proprio lato oscuro semplicemente premendo il tasto play. E non importa se l’etica – professionale e morale – possa rimetterci.

Superato il punto di non ritorno, tutto è concesso: da qui l’idea di Netflix di proseguire nello specifico filone e dar vita ad un nuovo prodotto “Criminal” – disponibile a fine settembre sulla piattaforma – che si sviluppa proprio all’interno di varie sale interrogatorio delle stazioni di polizia. La confidenza col mondo del crimine si fa sempre più ampia, tutto cibo per la ‘banalità del male’ che ci porta a parlare di delitti come se dovessimo scegliere il colore di un vestito nuovo. D’altronde il nero, al netto di ogni critica e scetticismo, sta bene su tutto.

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