Silvia Romano: nove mesi dal rapimento, fra oblio e mezze verità

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Nove mesi senza Silvia Romano, non ci sono notizie sulla cooperante rapita in Kenya a novembre. In attesa di capire le sue sorti, la macchina giudiziaria si mette in moto.

Silvia Romano (Instagram)

Nove mesi, lunghi, estenuanti e infruttuosi. Era il 20 novembre 2018 quando la giovane Silvia Romano è stata rapita da uomini armati. Teatro del sequestro: Chakama, villaggio in Kenya a 80 km da Malindi, dove era impegnata ad aiutare secondo un programma ben preciso la popolazione locale. Di lei si son perse le tracce, non si sa più nulla, l’unico dato certo è che fino al giorno di Natale la cooperante era viva. Notizia emersa in occasione di un vertice avvenuto a Roma fra le autorità giudiziarie italiane e kenyote.

Silvia Romano rapita: Nino Sergi scrive all’Aise

Da allora più nulla, nessuno sviluppo, né tantomeno evoluzioni, sul destino della ragazza. Questo oblio spaventa gli amici, i familiari, ma anche un Paese intero che si chiede che fine abbia fatto una ragazza sempre sorridente che, finora, avrebbe avuto soltanto la “colpa” di voler aiutare gli altri arrivando fin dove chiunque, solitamente, scappa. Le iniziative per squarciare questo rumorosissimo silenzio attorno alla vicenda non mancano: Nino Sergi, presidente onorario e fondatore dell’organizzazione umanitaria Intersos, ha inviato una lettera aperta al generale Luciano Carta, responsabile del servizio di intelligence estero.

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“Sono passati nove mesi e di Silvia Romano non abbiamo alcuna certezza. Siamo convinti che lo Stato, e in particolare l’Agenzia da lei diretta e l’unità di crisi della Farnesina, stiate facendo il possibile per la sua ricerca e liberazione, così come per altre persone italiane rapite nel mondo, nella riservatezza che deve in ogni caso essere mantenuta”, si legge nella missiva. Successivamente, Sergi rincara la dose sottolineando ancora la richiesta di rafforzare ulteriormente l’impegno della sua Agenzia affinché siano accelerate, per quanto possibile e in sicurezza, le azioni che riteniamo stiate mettendo a punto per la sua liberazione. Anche per fermare scomposte dicerie e iniziative di disturbo che potrebbero ulteriormente complicare la situazione. Siamo infatti preoccupati dei rischi che possono aumentare con il passare dei giorni”.

Infine, un appello accorato: “In tanti stiamo aspettando il ritorno di Silvia Romano. Aiutateci a rivederla presto, il prima possibile”. Parole chiare, nette e incontrovertibili, atte a svegliare – qualora ce ne fosse bisogno – le coscienze su un caso che si fa sempre più intricato.

Rapimento Silvia Romano: il processo a carico dei presunti autori

Silvia Romano in Kenya (Instagram)

Nel frattempo è iniziato il processo a carico dei presunti autori del sequestro: proprio dai rapitori incriminati, Moses Luwali Chenbe e Abdulla Gababa Wari, arrivò la conferma che Silvia Romano fosse ancora in vita alla fine dello scorso anno. Nessuno, inoltre, ha chiesto un riscatto per la giovane. Si cerca di fare chiarezza, perlomeno in aula, dal momento che gli uomini accusati – insieme a Ibrahim Adan Omar – organizzatore del commando – sarebbero ritenuti soltanto gli esecutori materiali del rapimento messo in atto da otto persone in totale. Servono, però, i mandanti e il movente. Occorre far luce quanto prima su una situazione contorta: innanzitutto bisogna ripartire dalle certezze. Una, la più importante: non dimentichiamoci di Silvia Romano. Continuiamo a sperare, senza smettere di agire, adoperandosi affinché i suoi cari e l’Italia tutta sappiano ciò che finora, purtroppo, viene taciuto a causa dell’ignavia e dell’indolenza.

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