Home Cultura CINEMA: Intervista a Omar Sy, interprete del film “Mister Chocolat”

CINEMA: Intervista a Omar Sy, interprete del film “Mister Chocolat”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:02
CONDIVIDI

2Mister Chocolat, il film di Roschdy Zem, con la star di Quasi amiciOmar Sy uscirà al cinema il prossimo 7 aprile distribuito da Videa.

Di fatto, narra la vera storia del clown Chocolat (interpretato per l’appunto da Omar Sy), il primo artista nero nella Parigi della Belle Époque, che divenne molto celebre fino a quando la discriminazione razziale inficiò seriamente la sua vita e la sua carriera.

Ecco la straordinaria esistenza di un artista eccezionale raccontata in prima persona da Omar Sy.

Conosceva già la storia di Chocolat?

No, l’ho scoperta nel 2011. Stavo girando Due agenti molto speciali (di David Charhon) per la Mandarin Cinéma, quando una sera Nicolas Altmayer, uno dei produttori, entrò nel mio camerino e mi disse che aveva intenzione di produrre un film basato sulla vita di Chocolat. Non aveva ancora la sceneggiatura ma solo poche note che però hanno stuzzicato la mia curiosità. È così che ho scoperto che Chocolat è stato il primo artista nero agli inizi del secolo scorso in Francia ad avere successo formando un duo con George Footit e ispirando l’idea del clown bianco e l’augusto. Conoscevo l’espressione francese être chocolat (rimanere con un palmo di naso), senza sapere che ha avuto origine con il suo clown. Dopo aver letto il libro di Gérard Noiriel (Chocolat clown nègre), il mio interesse è accresciuto e sei mesi più tardi, ho letto una prima bozza della sceneggiatura di Cyril Gély.

Cosa l’ha affascinata di questo progetto?

La storia di Chocolat mi ha toccato, il suo essere nato schiavo, riuscire a fuggire e diventare un artista famoso, è incredibile. Posso solo immaginare la quantità di lavoro e di coraggio necessaria per arrivare così lontano. Ho trovato altrettanto interessante la storia della sua caduta. Chocolat faceva ridere la gente sfruttando gli stereotipi sui neri. Ma man mano che la società si è evoluta e la considerazione dei neri si è fatta più elevata e rispettosa, le persone non hanno più trovato nulla di comico in quegli stereotipi e sebbene questa sia stata una cosa positiva per le vittime di razzismo, non lo è stata per Chocolat che è caduto nell’oblio. Chocolat era un artista e desideravo che la sua storia, il suo lavoro e il suo talento venissero riconosciuti. Sono pochi i film d’epoca con ruoli per attori neri.

Perché è interessante recitare in un film in costume?

Ho sperimentato il futuro in X-Men: Giorni di un futuro passato (di Bryan Singer), ma immergersi nel passato, in un’epoca che è realmente esistita, è un po’ come viaggiare nel tempo. È stato divertente e non mi ricapiterà presto. Quando ho saputo che avrei dovuto dedicare almeno un giorno a provare i costumi mi sono innervosito ma mi sono anche reso conto che era necessario per farmi avvicinare al personaggio. Ogni prova è stata come un nuovo incontro con Chocolat, anche prima di iniziare le riprese. La mia postura cambiava in base ai costumi che provavo. La costumista Pascaline Chavanne e il suo team hanno fatto un lavoro meticoloso e sublime. Nelle prime settimane, abbiamo girato i giorni di gloria di Chocolat durante i quali era sempre ben vestito. Una sera, indossando un mio completo, mi sono reso conto che mancava qualcosa: il gilet e tutti quei dettagli tipici dello charme e del fascino di inizio secolo. E anche se il mio completo era ben confezionato mi sentivo come se stessi indossando una tuta da ginnastica. 

Dietro la maschera da clown di Chocolat, c’è l’uomo Rafaël Padilla. Come lo immagina?

Come un bambino cresciuto che ha bisogno di divertirsi. Deve essere stato un fardello pesante da portare l’essere nato figlio di uno schiavo ed esserlo stato anche lui. Anche se non sei più uno schiavo, non ti senti mai libero veramente. Mi sono chiesto cosa significasse vivere questa condizione di non completa libertà. Eppure Chocolat ci riuscì ed è segno di grande forza, ha trovato la libertà nella recitazione, nella risata e nel divertimento. I momenti di gloria devono essere stati i più duri. Mi immagino una vita a forma di montagne russe: momenti straordinari seguiti da periodi di solitudine. Francamente credo che se è finito per strada, potrebbe essere stato anche perché inconsciamente era quello che voleva.

Ci sono somiglianze tra di voi?

Non ho mai cercato punti di somiglianza con i miei personaggi, ho già difficoltà a definire me stesso essendo sempre in continua evoluzione. Penso sia complicato sapere chi si è veramente. D’altra parte, cerco sempre di comprendere i miei personaggi e in un certo senso mi sento vicino a Chocolat, anche se non viviamo nello stesso periodo storico. Rispetto a lui, non ho mai avuto reali difficoltà, ma posso capire l’impegno e lo sforzo di un artista. Posso solo immaginare il senso di colpa che deve aver provato per il suo successo, l’ho sperimentato anche io pur in misura diversa. Quando paragono la mia situazione con quella di altre persone come me, mi chiedo: “Me lo merito davvero? Perché io? Perché è così difficile per gli altri?” Per Chocolat però, la differenza tra la sua vita e quella di altri neri era enorme.

Chocolat ha dovuto dimostrare che non era solo un comico, ma un attore. Anche per lei è stato così?

No, essere un attore in una commedia o in un film drammatico è la stessa cosa. Tuttavia sono sempre stato attratto dai ruoli drammatici sebbene non ci sia arrivato subito ma a poco a poco. Mi piace mettere alla prova i miei limiti e cercare di superarli. Ma questo non ha nulla a che fare con il dimostrare agli altri che sono un bravo attore, è piuttosto una sfida personale. Voglio vedere fino a dove posso spingermi.

Questa è la prima volta che Lei interpreta un ruolo che si sviluppa partendo dalla giovinezza fino alla vecchiaia in un film che tocca molti registri. È stata una sfida?

Sì, per un attore, questo personaggio è un vero dono, perché la vita di Chocolat è piena di alti e bassi. È stata l’occasione perfetta per recitare sia scene comiche che drammatiche, scene ambientate nel circo, scene d’amore, scene di combattimento; trasmettere l’euforia che deriva dal successo, e poi il suo declino con l’alcool e la droga. Ho dovuto esercitarmi per mantenere la coerenza temporale poiché non abbiamo girato in modo cronologico e non mi era mai capitato prima. Le scene del teatro classico sono state un’altra sfida per me. Era una di quelle che temevo di più perché non ho mai recitato a teatro o seguito alcun corso e non volevo apparire ridicolo. Chocolat deve dimostrare che lui può interpretare il ruolo di Otello ed io mi sono detto: “Se sbaglio è una vergogna per me, ma peggio ancora per Chocolat che non ha mai chiesto niente di tutto questo.” Ho interpretato il ruolo meglio che ho potuto per rendergli giustizia sentendo un’immensa pressione. Mi sono fatto forza cercando di “dissacrare” il teatro e Shakespeare stesso, imponendomi di recitare quella scena come ogni altra. Sento ancora la tensione perché non avevo alcuna esperienza a cui rifarmi, nessun elemento di supporto. È difficile per me valutare il mio lavoro.

Quanto tempo è stato necessario per prepararsi al ruolo?

Oltre a parlarne con con Roschdy Zem e Gérard Noiriel, ho fatto delle ricerche per assimilare il contesto sociale e politico del tempo. Il mondo del circo era un territorio inesplorato per me. Fortunatamente James Thierrée che interpreta Footit, conosceva bene quel mondo. Abbiamo provato per quattro settimane e mi sono esercitato con Fred Testot. In un certo senso siamo “discendenti dei clown” e James mi ha insegnato le particolarità dei movimenti del corpo e il loro ritmo. Ho dovuto imparare ad usare il mio corpo in modo diverso. James mi ha mostrato come si muove un clown ma quello era “il suo clown” ed io dovevo trovare il mio. Ci siamo esercitati molto ed è stato faticoso, ma mi piace prepararmi a fondo perché in questo modo supplisco alla mia mancanza di tecnica e posso recitare più liberamente. Ho sempre bisogno di un paio di giorni per mettere a punto il mio personaggio e discussione dopo discussione, scena dopo scena, riesco a trovare un equilibrio tra la mia visione e quella del regista.

James Thierrée viene da un mondo dello spettacolo diverso dal tuo. Come siete riusciti a trovare un terreno comune?

Non è stato facile. Ognuno di noi ha la sua personalità e il proprio universo. Avevamo bisogno di conoscerci meglio e trovare lo stesso tipo di complicità che esisteva tra i nostri personaggi. So come lavorare con un partner, ho lavorato in un duo ma James no. Abbiamo discusso e litigato, ci siamo confrontati. È stato intenso ma utile. Abbiamo cercato di trovare una complicità che non fosse vincolata solamente al lavoro e abbiamo portato questa esperienza sul set, diventando un vero e proprio duo. James è stato per me un incontro straordinario, a volte dimostra grande fiducia in se stesso e a volte sprofonda nel dubbio più assoluto e questo è un aspetto commovente. Ha una tale passione per la sua professione. A me piace sedermi e pensare in pace e tranquillità nella pausa tra due scene, cosa impossibile per lui perché è iperattivo e sempre alla ricerca di una nuova idea. È un po’ folle e mi diverte. Ma alla fine, se i nostri duetti sono così convincenti è grazie alla sua ispirazione e al suo lavoro. Ho imparato molto lavorando con lui.

Cosa le ha insegnato?

Mi ha aiutato a crescere. Migliore è il tuo partner, migliore diventi tu. È come nel tennis, se ti lanciano dei buoni tiri, devi aumentare di livello per rispondere adeguatamente e rimandare la palla oltre la rete. James ama spingersi oltre i suoi limiti ed anche io ma non nello stesso modo. Devo a lui e al suo desiderio di esplorare l’aver scoperto cose che non avrei mai conosciuto. A lui piace provare e riprovare mentre io preferisco conservare un po’ di naturalezza e freschezza nel mio modo di recitare, ma imitandolo ho capito che le due cose non sono inconciliabili e che puoi perfezionare la tua performance esercitandoti più volte senza per questo rendere meccanico il tuo modo di recitare.

Come vede il rapporto tra Footit e Chocolat?

Simile a quello che ho con Fred. Ciascuno nella propria bolla. Un duo è un po’ come una storia d’amore ma a livello artistico. Solitamente è amore a prima vista, capisci che con quella persona potrai condividere le cose e migliorare reciprocamente. Ho provato questo con Fred ed anche con James ma in modo più condensato. Mi sono rifatto alla mia esperienza per immaginare il rapporto tra Footit e Chocolat; so che le relazioni possono essere favolose sul palco ma più complicate nella vita reale perché si tratta di due mondi separati. Footit e Chocolat occupavano posti diversi nella società pur crescendo insieme, ma per portare avanti un rapporto di amicizia è necessario essere in condizioni di parità. Footit considera Chocolat un suo pari sulla pista del circo ma non all’esterno.

È la prima volta che lavora con il regista Roschdy Zem…

In un primo momento, quando i produttori mi hanno fatto il suo nome, sono rimasto sorpreso. Anche se ammiro molto il suo lavoro, non avevo pensato a lui. Ma non appena Roschdy mi ha parlato del film, ho capito che era un’ottima idea. Abbiamo una base comune, siamo entrambi figli di immigrati, proveniamo entrambi dalla periferia. Ma Roschdy ha iniziato a farsi strada a metà degli anni ’80, quindi per lui è stato più complicato che per me. Quando ho iniziato io, lui ed altri avevano già spianato la strada. Ho capito che la sua esperienza avrebbe conferito un approccio interessante al film.

Com’è stato lavorare con lui?

Roschdy ha una qualità che facilita i rapporti: la franchezza. In questa professione, spesso si deve leggere tra le righe. La stessa chiarezza e facilità l’avevo avuta con Eric Toledano e Olivier Nakache. Il fatto che Roschdy sia un attore facilita le cose, sa come formulare una richiesta, perché conosce la tua condizione, sa come ti puoi sentire. Ho molta stima per il suo lavoro e non volevo deluderlo e questo è un altro aspetto che contribuisce ad alzare il livello della recitazione.

Questa è anche la prima volta che ha lavorato con attori che provengono dal cinema e dal teatro d’autore…

L’altro grande merito di Roschdy è stato quello di saper scegliere ogni attore in base al ruolo e non per ragioni di prestigio o di fama. Per il casting si merita un 10: Clotilde Hesme, Olivier Gourmet, Alex Descas, Olivier Rabourdin, Frédéric Pierrot, Noémie Lvovsky, sono tutti attori di alto livello. Io ancora mi considero un principiante, quindi è stato molto gratificante per me. Si sono immedesimati nei loro personaggi portando sul set la nostra stessa energia e passione. Quando mi capita di recitare solamente una piccola parte, non mi sento così coinvolto come hanno fatto loro. Forse è il loro normale modo di lavorare, ma mi piace pensare che lo hanno fatto per il film. La bellezza delle scene e dei costumi fa capire come nessuno ha preso il suo compito alla leggera. Condividevamo l’ambizione di fare un bel film su questi due clown e sulla carriera di Chocolat.

Parliamo di Marie. Che ruolo ha avuto nella vita di Chocolat?

Un ruolo importante. La vera Marie ha divorziato per stare con Chocolat, immaginare cosa abbia significato il divorzio a quei tempi, per non parlare dell’andare a vivere con un nero, fa capire che grande coraggio abbia richiesto da parte sua. L’amore che Marie ha per Chocolat mi commuove. Quando lui deve tornare a vivere in una roulotte, Marie lo segue.

Clotilde Hesme è stata in grado di incarnare quell’amore senza limiti. C’è una tale intensità nel suo sguardo che diventa facile interpretare l’uomo che se ne innamora. Si può pensare che Chocolat abbia fatto un disastro con la sua vita ma al contrario io penso che sia stato un successo. Voleva essere un uomo come gli altri e agli occhi di Marie lo era.

In che misura questo film rappresenta un punto di svolta nella sua carriera?

E’ stata un’esperienza unica. Un incontro con un personaggio e con una professione, per non parlare dell’opportunità di conoscere persone meravigliose come James, Roschdy, Clotilde. Ho avuto la fortuna di vedere grandi attori lavorare con metodi diversi. Mi piace guardare gli attori al lavoro, prendere qualcosa da ognuno di loro. Sono un po’ un “ladro” in questo. Normalmente non sono invidioso degli attori che posseggono molta tecnica, il mio approccio è più istintivo. Ma quando ho visto Clotilde recitare ho capito che la sua tecnica non le impedisce di essere libera e questo mi ha fatto venir voglia di acquisire anche io un po’ di tecnica.

Tra le cose in comune che lei ha con il suo personaggio c’è il fatto di essere sposato con una donna bianca, e che entrambi lavoriate con bambini malati. Non è un po’ strano?

Mia moglie è impegnata da dieci anni con un’associazione in favore dei bambini malati e io vado a fargli visita in ospedale per intrattenerli. Quindi sì,  ho avuto la pelle d’oca quando ho scoperto che Marie e Chocolat hanno fatto la stessa cosa, e questo è un altro motivo per cui questa storia mi tocca così particolarmente. Io non sono nato schiavo, sono un uomo libero come qualsiasi altro, e questa è una condizione molto diversa da quella di Chocolat. Ma posso immaginare cosa sia successo nella sua mente e per cercare di capire lui, ho capito molte cose su di me.

Cosa le piacerebbe che il pubblico conservasse dopo aver visto il film?

Sarei felice se venissero incuriositi a saperne di più su Chocolat perché essere un artista significa lasciare una traccia di sé e quelle di Chocolat sono state cancellate. Vorrei che riapparissero, che dimostrassero che non tutto di lui è andato perduto. E, sempre come artista, credo che Chocolat avrebbe voluto essere considerato alla pari di Footit, sul quale invece c’è molto materiale d’archivio. Spero che avvenga questo e che lui, ovunque si trovi, apprezzi il film e possa sentire tutto l’amore che vi abbiamo dedicato. Infine ho un desiderio più personale. Quando Quasi amici ha avuto un successo così clamoroso, ed io ho ricevuto un César, ho spesso sentito dire che sono stato il primo artista nero in Francia ad ottenere tale fama. Vorrei che le persone ricordassero da ora in poi che prima di me c’era stato Chocolat.