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Perfetti e infelici

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Dopo aver parlato di chi rimanda per fallire, Francesco Grappone, psicologo di fiducia di CheDonna.it, ci invita a conoscere meglio il mondo dei perfezionisti.

Se anche tu sei sempre concentrata a fare di più continua a leggere dopo la foto.

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Vuoi da te stesso sempre il massimo e tendi a cercare la perfezione e a pretenderla dagli altri?

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Non riesci a delegare mai nulla a nessuno e devi sempre avere tutto sotto controllo?

Ti fai sempre tantissime domande su quale possa essere il modo migliore per comportarti o su come fare qualcosa?

Probabilmente, se sei un “Perfezionista” ne sei già consapevole.

Le persone che appartengono a questa categoria sono metodiche, puntigliose, sempre protese a superare i risultati precedentemente ottenuti e sono caratterizzate dal fatto che nelle relazioni sociali preferiscono interagire con una persona alla volta perché non si trovano a loro agio nei grandi gruppi. Sono puliti, ordinati, mantengono sempre la parola data, sono conformisti nel vestire e vogliono apparire sempre impeccabili. Il tono della loro voce è spesso ben modulato e preciso nella pronuncia. La postura del corpo è eretta e rigida e, mentre parlano, generalmente,  si carezzano il mento e tendono a conteggiare con le dita. Hanno la tendenza ad usare frasi del tipo:” per così dire”, “come abbiamo visto”, “vale dire”.

Esiste una profonda differenza tra quelli che sono bravi e competenti in qualche ambito della loro vita e i perfezionisti. I primi diventano dei maestri nell’attività che amano, grazie alla pazienza, all’impegno e alla costante applicazione e riescono a godere pienamente dei risultati ottenuti. Inoltre provano gioia e riescono ad accrescere  la propria autostima. I perfezionisti, invece, vivono costantemente in una situazione di frustrazione all’interno della quale non fanno altro che ripetersi: “Non sono abbastanza bravo. Devo fare di meglio”.

Hanno la tendenza a far sempre di più non perché vogliono raggiungere un risultato, ma perché una voce interna gli dice continuamente: “Non vali niente”.

La vita, per il perfezionista, è una continua corsa in cui lo scambio intimo con un partner o con gli amici, viene spesso vissuto come qualcosa che gli impedisce di concentrarsi sul risultato. La paura di fallire è così grande che spesso i rapporti umani sono ridotti al minimo oppure incasellati in rigidi schemi ai quali l’altro deve attenersi. Ansia, senso di colpa e depressione rappresentano il rischio che corrono i perfezionisti se smettono di fare costantemente qualcosa, mentre le emozioni provate verso gli altri sono, generalmente, rabbia e irritazione. Sono incapaci di giocare, di rilassarsi. Sono spesso severi e ipercritici nei riguardi di sé stessi. Quello che il perfezionista insegue è la totale accettazione da parte dell’altro. Il premio che nella sua infanzia non è mai riuscito ad ottenere è “la promessa di amore e riconoscimento che gli veniva continuamente negata dai suoi genitori”. Quando era bambino veniva continuamente spronato a dare sempre il massimo con la promessa di poter ottenere, in cambio, amore e gratificazione. Il massimo, però, non era mai abbastanza e quindi ha iniziato a spingere sempre più in là la “lancetta della prestazione” nella speranza di trovare quell’amore, quel riconoscimento e quell’accettazione che però non arrivava mai. Il perfezionismo è stato passato dai genitori a causa delle continue pretese che loro avevano nei riguardi del bambino. Al perfezionista, da bambino, è stata negata la possibilità di essere, appunto, un bambino. Il suo comportamento e il suo sviluppo dovevano sempre essere in anticipo e più maturi rispetto alla media degli altri coetanei. La frase che il perfezionista ha quindi interiorizzato è:” Avrò amore e accettazione a condizione che io faccia ancora meglio”.

Questa continua disapprovazione da parte dei genitori, può creare, nel bambino, questo ciclo “buttarsi giù- puntare in alto”  a causa del quale il perfezionista si sentirà, per tutta la vita, costantemente sotto torchio, insoddisfatto e diffidente, sia di sé stesso che delle sue abilità.

Inoltre avrà la tendenza a stare sempre in  guardia per la paura che gli altri si possano approfittare di lui o che lo possano usare. “ Essere perfetto per essere amato”, questa è la decisione presa durante l’infanzia dal perfezionista.  Anche se il “fare” non gli ha mai permesso di essere amato per il suo “essere”, ha però imparato che “facendo”poteva ottenere molte attenzioni dagli altri.

Il perfezionista è stato quindi un bambino ignorato nelle sue esigenze primarie e questo, nella sua vita, ha comportato il sentirsi a volte competente, ma mai amabile o degno d’amore. Desidera fortemente avere delle relazioni strette con gli altri, ma la costante tendenza al “fare” è in netto contrasto con la possibilità di “essere” insieme agli altri.

Inoltre ha la tendenza a pretendere dagli altri la stessa perfezione che richiede a sé stesso arrivando a criticarli molto se non sono all’altezza dei suoi standard. Proprio per questo sono spesso considerati noiosi e a volte vengono allontanati. Quello che il perfezionista deve imparare, se vuole uscire da questo modo schematico e ripetitivo di esistere, è di sentirsi amabile e “sufficientemente bravo” così come è, senza il bisogno di “essere perfetto”. Inoltre ha bisogno di imparare a dire di “no”, soprattutto quando sopraggiungono da parte di altre persone, delle richieste irragionevoli. È necessario che imparino a giocare e a comprendere che possono essere pieni di valore e dignità proprio così come sono. Una psicoterapia mirata, oltre a risolvere questi problemi, contribuisce anche a “far pace” con una infanzia che, in un certo senso, gli è stata negata.

Francesco Grappone

francescograppone@libero.it

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