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Il nuovo femminismo anni Cinquanta, con “vestitini a fiori”, targato Michelle Obama

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La first lady americana, Michelle Obama ha intrapreso il suo tour in Asia per promuovere l’educazione delle bambine e ai media statunitensi non è sfuggito l’abito con il quale la signora Obama si è recata per la sua missione in Giappone e Cambogia.

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La critica di moda del quotidiano New York Times Vanessa Friedman ha immediatamente commentato il “girlie look” della first lady che ha sfoderato una serie di vestitini e tailleur a fiori, attillati o a palloncino, riportando alle atmosfere anni Cinquanta.
La Friedman ha inizialmente notato come la scelta degli abiti sia all’opposto dello scopo della sua missione in Asia, che mira a diffondere la cultura dell’educazione delle bambini affinché possano decidere del loro futuro, emancipandosi.
Per la critica del quotidiano americano, gli abiti di Michelle fanno “venire alla mente gli anni in cui i ruoli di genere erano codificati e distinti, quando la sfera d’azione delle donne era la casa e i loro progetti non necessariamente comprendevano un’istruzione superiore”.

Ma la critica ha poi cambiato tono, evidenziando in realtà come lo stile a fiori sia in linea con quello tradizionale asiatico e per cui ha sottolineato che Michelle ha in realtà centrato il tema femminista: “Scegliendo di incontrare queste giovani donne in abiti che, forse, l’hanno fatta somigliare a loro, è come se la signora Obama avesse detto: potete vestirvi come una ragazza ma allo stesso tempo sognare di avere un Phd o diventare avvocato”, ha pertanto scritto la Friedman.

Una scelta coraggiosa da parte della signora Obama in contrapposizione con “l’era della Merkelizzazione delle politiche dell’abbigliamento femminile”.  Infatti, la Friedman ha spiegato che la scelta dei Michelle è pertanto in direzione opposto ad un’epoca in cui alcune protagoniste della politica mondiale come Angela Merkel e Hillary Clinton, che hanno “adottato quella che a tutti gli effetti una divisa maschile, anche se in colori più soffici e brillanti”.
Quella della Merkel e della Clinton, ha spiegato la critica di moda, si rivela una strategia per evitare che le loro scelte sartoriali non siano oggetto di attenzione da parte dei media.

Insomma un modo che, per la Friedman, mira a “fare morire di noia gli osservatori di moda” e che obbliga i giornali a scrivere delle loro posizioni politiche e non del loro modo di vestire. Forse potremmo sottolineare che l’emancipazione femminile passa anche dall’affermazione nello stile dell’abbigliamento.