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CINEMA: Intervista a Jean-Pierre Jeunet regista del film “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”

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pivetIl film Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è stato presentato in occasione del Festival Internazionale del Film di Roma – Alice nella città, venerdì 17 ottobre alla presenza di Jean-Pierre Jeunet, regista de Il favoloso mondo di Amelie.

Di cosa parla il film?  T.S. Spivet vive in un isolato ranch nel Montana, insieme ai suoi genitori, a sua sorella Gracie e al fratello gemello Layton. Spivet è un ragazzino intelligente, appassionato di scienza. Ha inventato la macchina a moto perpetuo meritando così l’attenzione dello Smithsonian Institution di Washington che lo convoca per consegnargli il prestigioso Premio Baird. A quel punto T.S. lascia un biglietto alla sua famiglia e salta su un treno merci per attraversare gli Stati Uniti e andare a ricevere il suo premio. Ma nessuno sospetta che il fortunato vincitore in realtà è un bambino di dieci anni che nasconde un oscuro segreto…

 Ecco un’intervista al regista che approfondisce le tematiche di questa nuova magia filmica.

Come ha scoperto The Selected Works of T.S. Spivet (Le mappe dei miei sogni), il romanzo che Reif Larsen sembra aver scritto pensando proprio a lei?

Dopo aver girato “L’esplosivo piano di Bazil”, non avevo voglia di occuparmi nuovamente di un soggetto inedito. Mi piace variare… Quindi ho chiesto a un “lettore”, Julien Messemackers, se conosceva qualche libro che avrei potuto trovare interessante. In precedenza Julien mi aveva scritto una sintesi de Il favoloso mondo di Amélie durante la fase progettuale del film che avrei realizzato. Era una sintesi fantastica, che comprendeva praticamente tutto quello che accadeva nel film e che mi ha aiutato molto durante il primo stadio del progetto. Nella primavera del 2010, mentre mi trovavo in Australia per girare alcuni spot pubblicitari, Julien mi ha chiamato per dirmi: “Devi assolutamente leggere The Selected Works of T.S. Spivet, è il primo romanzo di un giovane autore americano di nome Reif Larsen”. Mi ha inviato una copia del libro e ho approfittato del jet lag per leggerlo, terminandolo in pochi giorni. Sono rimasto colpito dal protagonista, un personaggio straordinario, dalla sua storia toccante, dalla ricchezza di particolari presenti nella storia, dall’ambiente descritto, dai treni, dal Montana, dagli ampi spazi aperti…

Ha incontrato l’autore?

La prima volta che ho incontrato Reif Larsen, mi ha detto: “Quando ho visto Amélie, ho avuto l’impressione che qualcuno avesse rovistato fra i miei pensieri!” E mi ha fatto vedere un album fotografico che anche io avevo appena regalato a tutti i miei amici! È’ nata subito una complicità fra noi, nonostante la differenza di età e di background. Ci sembra di appartenere alla stessa famiglia: abbiamo gli stessi gusti, le stesse ossessioni, gli stessi entusiasmi, gli stessi interessi. Lui sembra me 30 anni fa! Ha seguito il progetto fino alla fine, veniva sul set e ha fatto anche la comparsa. Da quando ci siamo incontrati, ci siamo sempre tenuti in contatto via mail… Ho desiderato subito poter adattare il suo libro. Per me è stata l’occasione di fare un film consono al mio universo ma allo stesso tempo ambientato in un luogo lontano, se non altro per via della lingua, degli spazi aperti, del paesaggio americano e del 3D.

Quindi ha subito pensato di realizzarlo in 3D?

Sì, perché è una caratteristica inerente al progetto stesso. Nel suo libro, Reif Larsen accompagna il testo con piccoli disegni ai margini: cartine, schizzi, mappe urbane, ritratti, appunti… Era normale che queste cose apparissero nel film e il modo migliore per farlo era ovviamente il 3D. Attraverso il 3D questi disegni fluttuano nella sala del cinema, si staccano dallo schermo proprio come piace al pubblico. Ma come in Amélie, gli effetti speciali sono al servizio della narrativa. Volevo che il 3D fosse funzionale alla storia e alla poesia. Ecco perché pensavo in 3D persino quando scrivevo la storia … Per me è stato un modo per rivivere il mio passato. Quando ero piccolo avevo uno stereoscopio View Master. Le sue immagini in 3D mi affascinavano ed è così che ho iniziato a muovere i primi passi in questo campo, quando avevo solo 8 anni. Scrivevo dialoghi, tagliavo le pellicole, cambiavo l’ordine dei fotogrammi e poi li mostravo ai miei amici con un minuscolo proiettore (ma lì si perde l’effetto del 3D!). Ricordo ancora l’odore che emanava quell’apparecchio quando si surriscaldava. Mi viene in mente soprattutto quando sono in macchina e sento l’odore del tubo del radiatore che si riscalda. Quell’odore è la mia versione personale della madeleine di Proust!

Cosa l’ha colpita maggiormente della storia, quando l’ha letta?

A parte gli aspetti a cui mi sento vicino e la natura ossessiva del bambino, ero affascinato dal senso di colpa che incombe sullo sfondo. Quando T.S. fa il suo discorso finale e con una frase spiega tutto, non si può fare a meno di restare sbigottiti. Mentre leggevo quella parte, avevo la pelle d’oca. Ed è lì che ho deciso. Grazie a quel brano, mi sono detto: “Voglio fare questo film”.

Lei parla di emozioni e questa è la prima volta in cui affronta le emozioni in modo così diretto, soprattutto nella scena finale. 

E’ vero. Ne  L’esplosivo piano di Bazil ho evitato qualsiasi emozione Lo consideravo più come un cartone. È stato un errore perché il mio punto di riferimento era la Pixar, e con la Pixar ci sono sempre emozioni. L’emozione dipende anche dalla personalità: alcune persone amano sentire i violini, altre no. Sono molto schivo, le mie emozioni sono contenute, spesso solo accennate. Ma con Spivet, poiché il melodramma è in agguato, ho dovuto per forza gestire i sentimenti in modo diretto. Anche se comunque resto una persona riservata. Un leopardo non può mica modificare le sue macchie!

Sì ha l’impressione che T.S. Spivet appartenga alla stessa famiglia di Miette, l’eroina de La città perduta, oppure che ricordi Amélie da bambina…

Lo ripeto, Spivet assomiglia a me! Mi sono identificato in lui. T.S. ha successo e vince un premio prestigioso grazie alla sua fantasia e quando si trova al centro dell’attenzione, non desidera altro che tornare al suo ranch. Esattamente come me: non sono mai a mio agio fuori dal mio ambiente. Quando andavo a scuola mi chiedevo sempre cosa ci facessi lì. Per non parlare di quando facevo il militare. E anche dopo, nei film d’animazione o nel cinema francese, non mi sentivo mai al posto giusto. A Hollywood è anche peggio!  Non sto bene da nessuna parte, ho sempre la sensazione di essere atterrato sul pianeta sbagliato e quando guardo i notiziari, penso sempre “Ma che ci faccio qui? E’ un errore, deve essere stato un errore fin dall’inizio”! Sono a mio agio solo quando sono in compagnia di persone che condividono la mia passione per un lavoro ben fatto.

Il Suo vecchio amico Guillaume Laurant ha collaborato con lei all’adattamento del libro. Qual è stato lo stimolo maggiore di questa collaborazione?

Il romanzo è lunghissimo, conta oltre 400 pagine! Praticamente era impossibile adattarlo ed è proprio questo che ha reso il nostro lavoro tanto stimolante! Abbiamo dovuto eliminare interi brani. Ci siamo concentrati sulla storia di T.S., eliminando le varie digressioni che costellano il libro (come la biografia di sua madre, la storia della setta)… Gli abbiamo fatto vincere il Premio Baird per aver inventato la macchina a moto perpetuo, e questa è stata un’idea di Guillaume, perché volevamo dare visibilità alla sua invenzione, mentre nel libro il ragazzino viene premiato per la sua competenza nelle mappe geografiche, nelle bozze e nei disegni. Abbiamo ricollocato il fratello al centro della storia, assegnato un ruolo essenziale alla madre che nel libro compare a malapena solo alla fine, e abbiamo unito tutti i vari stadi del lancio promozionale di T.S. in uno stravagante spettacolo televisivo. E’ stato un duro lavoro ma allo stesso tempo piuttosto semplice, perché il materiale di base è straordinario. E questo procedimento è sempre più facile che non dover inventare tutto da zero. Quindi c’è tanto lavoro ma anche tanto piacere nel farlo. Ho preso il libro e ho iniziato a colorarlo: ho colorato in rosso le parti che preferivo o che ritenevo indispensabili alla storia; ho sottolineato in giallo quelle che mi piacevano meno e in verde i passaggi che non mi convincevano affatto. Ho selezionato le pagine dividendole in cartelline e, partendo da questa classificazione, ho ricostruito la storia, mischiando le pagine. A quel punto ci siamo messi a scrivere. Come sempre, Guillaume ha scritto i dialoghi e io le descrizioni visive. Ci siamo scambiati le pagine via email, comparandole, completandole, riscrivendole. Poi le abbiamo fatte tradurre in inglese da Fred Cassidy, che vive a Los Angeles e che aveva già tradotto il mio film precedente, Vita di Pi.

Lei dice “il mio film precedente”… anche se non l’ha girato lei!

Un bel lapsus freudiano! (ride). Ma ci ho lavorato molto, curandone le varie fasi fino allo story-board definitivo. Mi sembra quasi di averlo girato io! Ovviamente ho visto il film di Ang Lee. Penso che la parte centrale sia splendida, soprattutto perché hanno potuto utilizzare una tecnologia che fino a tre anni non era ancora disponibile. La tigre generata al computer non era neanche immaginabile qualche tempo fa. Penso solo che all’inizio e alla fine abbiano fatto un copia e incolla dal libro, al posto di scrivere un vero adattamento. Il film deve essere costato 150 milioni di dollari, sicuramente con il contributo delle autorità del Taiwan che Ang Lee conosce bene. Il nostro budget era di 80 milioni e la Fox non voleva superare i 60 milioni.

E’ ancora una ferita aperta per lei?

No, perché avremmo impiegato troppo a fare quel film. Se l’avessi fatto io, ci avrei messo sette anni per ultimarlo! Ogni regista al mondo ha un progetto che gli sta a cuore e che non è mai riuscito a realizzare. Marcel Carné ad esempio aveva L’Ile des Enfants perdus, Tim Burton  Superman, Kubrick  Napoleon. Per me sarà Vita di Pi. Così stanno le cose, fine della storia! [ride]

Tutti sappiamo quanto le piace lavorare nei teatri di posa, anche se in Una lunga domenica di passioni erano presenti anche i campi di battaglia e i paesaggi bretoni. È’ stata una sfida dover girare on location, rendendo omaggio agli ampi spazi aperti statunitensi, e per di più in lingua inglese, cosa che lei non faceva dai tempi di Alien – La clonazione, girato nei Fox Studios di Hollywood?

Sì certo, tutte queste novità in una volta sola! Il film infatti è in inglese. Ho fatto dei progressi dai tempi di Alien, perché ormai non ho più bisogno di un interprete sul set! Ma la cosa a cui attribuisco una grande importanza ha un nome: libertà! In Francia abbiamo la fortuna di avere una legge che ci protegge e che garantisce il final cut al regista. L’idea era di girare un film americano prodotto a Parigi, con il mio co-produttore Frédéric Brillion della Epithète Films e con Gaumont, a cui Francis Boespflug aveva portato il progetto e che ne era entusiasta. L’idea era quella di una coproduzione, non con gli americani, ma con il Canada… Girare nel Quebec, nella nostra lingua e nella provincia di Alberta, dove gli americani stessi si recano quando devono girare le sequenze che dovrebbero aver luogo nel Montana, come ne I segreti di Brokeback Mountain… Volevamo mantenere il controllo del nostro film. Alla fine non ho mai messo piede negli Stati Uniti se non una volta sola: durante i sopralluoghi sono arrivato in un’area attraversata dal filo spinato: era il confine! L’ho scavalcato e mi sono trovato dall’altra parte! La seconda unità ha girato a Chicago e a Washington gli esterni di cui avevamo bisogno. In fondo l’unico americano del film è il bambino, Kyle Catlett, dato che Helena Bonham Carter è inglese, Judy Davis è australiana e gli altri attori sono tutti canadesi… All’’inizio sognavamo di trovare le montagne, il ruscello, le baite e il ranch nello stesso posto e di girare persino gli interni lì. Come eravamo ingenui! Abbiamo fatto tanti sopralluoghi, prima su Internet, poi recandoci di persona nei posti e ad Alberta finalmente abbiamo trovato la montagna, la campagna deserta con la baita, il fienile e il ruscello… e vi abbiamo costruito il ranch. Lì abbiamo girato tutto quello che si svolge al piano terra: si apriva la porta e si ammiravano la campagna e la montagna, era splendido! Ma tutti gli altri interni li abbiamo girati a Montreal, spesso negli studios… inoltre siamo stati fortunati perché Alberta di solito è molto ventosa, mentre durante le nostre riprese, nell’estate del 2012, non c’era quasi mai vento. Almeno il clima è stato dalla nostra parte. Ad Alberta andavamo sul set con i SUV che sollevavano la polvere, ascoltando musica a tutto volume, fra gli animali selvatici… E’ stato fantastico.

Infatti la natura è magnifica nel film. E’ lirica e sensuale, degna di uno dei primi film di Terrence Malick. Oltre tutto è esaltata dal 3D.

Erano i paesaggi a chiedere il 3D che infatti li rende più sensuali, quasi palpabili… Girare un film è sempre un po’ frustrante perché non c’è molto che si possa inventare o padroneggiare. Si può solo scegliere il posto giusto e arrivare di mattina presto. Le lenti non devono essere mai troppo lunghe o troppo corte… Mi piace usare le lenti focali corte per comporre la prospettiva di una inquadratura. Ma mi sono rifatto con la scena del treno. Lì è stato come giocare con un treno finto ma a grandezza umana!

Il grande problema era trovare un ragazzino intorno a cui costruire tutto il film. Bisogna ammettere che Kyle Catlett è prodigioso! Come lo ha scovato?

Ho lavorato con Lucie Robitaille, una fantastica direttrice del casting del Quebec che fra l’altro ha lavorato con Denis Arcand. Abbiamo cercato gli attori a Montreal, Ottawa, Toronto, Vancouver, New York, Los Angeles e Londra. Non so quanti ragazzi abbiamo visto, ma nessuno di loro era davvero interessante. Iniziavo a preoccuparmi. Così ho chiesto di incontrare i ragazzi che erano stati selezionati come seconda e terza scelta da Scorsese per Hugo Cabret ma Lucie mi ha detto che li avevo già visti e scartati! Panico! E poi un giorno mi ha mostrato il test di un ragazzino minuscolo. Aveva 9 anni ma ne dimostrava 7. Eppure aveva qualcosa! Qualcosa di strano, di avvincente, di unico. Si chiamava Kyle. Ricordo di aver pensato: “Non può essere lui, è troppo piccolo per il ruolo… T.S. dovrebbe avere 12 anni”, ma non riuscivo a togliermelo dalla testa. Ci siamo parlati su Skype. Ha cercato di convincermi in tutti i modi: “So piangere a comando, sono forte, sono un duro, sono il campione del mondo di arti marziali nella categoria dei bambini sotto i sette anni!” E così, dato che all’improvviso avevamo trovato un ragazzino straordinario che sembrava perfetto ed era in grado di comprendere senza problemi le scene comiche, non appena sono arrivato in Canada, sono andato a New York per fare con lui dei test. Ho tergiversato per due giorni ma lui era talmente fantastico che ho deciso di prenderlo per il ruolo di T.S. Spivet nonostante la sua altezza. Ma poi ci hanno detto che il giorno prima era stato scritturato per recitare nella serie americana The Following! Il suo agente ci aveva mentito, dicendoci che non aveva nessun’altra offerta e che era disponibile. Abbiamo esitato ma lui era troppo perfetto per farcelo scappare. Abbiamo deciso di correre il rischio e lo abbiamo confermato.  La serie è iniziata poco dopo, quando eravamo a metà riprese e da lì sono iniziati i nostri problemi!

Perché?

Speravamo che i produttori della serie ci venissero incontro. Non è raro che possano nascere dei conflitti nella disponibilità degli attori quando si fa un film, ma di solito i problemi si risolvono. In questo caso, invece, non hanno mosso un dito per aiutarci. Gli ho scritto ma mi ha risposto il loro dipartimento legale affermando che Kyle apparteneva a loro! Ci hanno davvero trattato come degli piccoli formaggi puzzolenti! Abbiamo avuto molte difficoltà a modificare il nostro programma di riprese ad Alberta a seconda della disponibilità di Kyle. Lo avevamo il lunedì ma non il martedì, il giovedì ma non il venerdì. Ci siamo dovuti adattare continuamente, ma per fortuna Kyle girava la serie a New York e non a Los Angeles. Viaggiava di notte, in elicottero, e lavoravamo durante il weekend… ma nonostante tutto è stato sempre straordinario! Un giorno in cui temeva che la serie gli impedisse di fare il film, è scoppiato in lacrime. Ha detto: “Ma io voglio fare T.S. Io sono T.S.  Voglio davvero tanto fare questo film …” E per quanto mi riguarda, ho dovuto fare miracoli quando giravo senza di lui, ma nessuno, nel pubblico, si accorgerà di questi problemi.

Come ha lavorato con lui? In che modo l’ha diretto? 

Prima di iniziare a girare, abbiamo lavorato una settimana con una coach, e abbiamo studiato tutta la sceneggiatura. Lui si annoiava ma prendeva comunque appunti. La sua mente era altrove. Ma ha conservato tutto, dalla A alla Z, sul suo hard disk! Durante le riprese, la coach era sempre al suo fianco per rinfrescargli la memoria rispetto al suo personaggio, ma il suo istinto era talmente forte che eravamo tutti certi che non avesse bisogno di lei. Nella seconda parte della lavorazione del film, quando la coach non era più necessaria, pensavo che avrebbe avuto più bisogno di me ma non è stato così: conosceva T.S. meglio di me. Ricordo la scena in cui incontra per caso una guardia: improvvisamente non recitava come avevo immaginato che avrebbe fatto, ma sfoggiava una certa arroganza. Pensavo che dovesse sembrare più spaventato ma mi sono reso conto che Kyle stava resistendo, e quando ho visto il montato ho capito che aveva ragione: in quel momento T.S. ha già fatto un lungo viaggio, incontrato altri pericoli, è maturato, non ha più paura… Ricordo anche che durante il suo discorso finale, in cui Kyle è straordinario, 7 o 8 minuti tutti d’un fiato, a un certo punto ha smesso di parlare. Il coach lo esortava ma lui l’ha guardata e ha detto: “Non ho un vuoto di memoria, sto solo facendo una pausa. Se non ricordo qualcosa muoverò il piede in questo modo”. Un vero professionista! Ma allo stesso tempo non è un piccolo mostro, ma solo un bambino che andava trattato come un bambino.

E come ha trovato il resto del cast?

Desideravo da tempo lavorare con Helena. L’avevo incontrata sul set di Fight Club di David Fincher e mi aveva detto, in francese: “Quando vuoi, facciamo un film insieme!” Mi piace la sua inventiva e la sua stravaganza.” Perciò, per questo film, ho scritto la sua parte proprio per lei, anche se questo è sempre un po’ rischioso. Le ho inviato il copione e lei ha risposto “Adoro la tua sceneggiatura”. È stato tutto molto semplice, proprio perché anche lei è una persona semplice… Per quanto riguarda gli altri interpreti, mi sono consultato con Lucie Robitaille, che mi ha presentato alcuni favolosi attori del Quebec e vari direttori di casting di Toronto, di Vancouver… E’ così che ci siamo incontrati e abbiamo selezionato il resto del cast: Callum Keith Rennie, che interpreta il padre, e che è noto soprattutto per i suoi ruoli nelle serie televisive Battlestar Galactica e Californication; Niamh Wilson, che interpreta Gracie, la sorella di T.S., e Jakob Davies, che recita la parte di Layton, che abbiamo trasformato nel fratello gemello di T.S. perché non riuscivamo a trovare un attore più giovane di Kyle che fosse più basso di lui.

E Judy Davis, che è bravissima nella parte della sottosegretaria dello Smithsonian Institution?

Quello è stato il ruolo più complicato da assegnare. Ho riflettuto molto su questo personaggio, che nel romanzo è un uomo. Ho contattato vari attori e attrici prima di decidere. A un certo punto ho parlato anche con l’agente di Kathy Bates, almeno così penso! Perché dopo aver saputo che mi adora e che adorava il copione e che voleva fare il film, e aver atteso due mesi per avere una risposta definitiva, abbiamo scoperto, a due settimane dall’inizio delle riprese, che in realtà la Bates non aveva mai visto il copione! A quel punto le ho scritto direttamente e le ho inviato la sceneggiatura. Lei era contenta, mi ha parlato del personaggio con molto entusiasmo e ha detto che avrebbe voluto interpretarlo. Ma poco dopo, purtroppo, ha scoperto di avere il cancro e di doversi sottoporre a una doppia mastectomia. Che shock! Ma dovevamo fare qualcosa, allora abbiamo pensato a Robin Williams, che all’inizio ha detto sì, ma poi ci ha ripensato, pochi giorni prima dell’inizio della lavorazione. È’ stata la nostra produttrice canadese Suzanne Girard che ha pensato a Judy Davis. L’abbiamo chiamata e lei è arrivata da Sydney due giorni prima dell’inizio del film! Mamma mia, quanto mi ha fatto ridere.

E c’è di nuovo  Dominique Pinon…

Era inevitabile! (ride), ma ce l’abbiamo fatta a malapena. Il nostro programma di riprese veniva costantemente modificato sulla base della disponibilità di Kyle. Dominique era quasi impossibilitato a girare il film perché già impegnato a teatro a Parigi. Infatti è arrivato a Montreal di giorno, lo abbiamo portato subito nel luogo dove ci eravamo installati, fra l’autostrada e i centri commerciali. Abbiamo creato il suo look sul posto, ha girato con noi quella sera e il giorno dopo lo abbiamo rimesso su un aereo ed è arrivato a Parigi giusto in tempo per la sua prima! Per fortuna aveva già imparato a memoria le battute. E dato che aveva imparato l’inglese negli Stati uniti non ci sono stati problemi di lingua … E’ stato l’attore ideale per dare vita a Two Clouds (Due nuvole), un personaggio veramente favoloso.

Di solito Lei lavora sempre con le stesse persone del settore tecnico: la scenografa Aline Bonetto, la costumista Madeline Fontaine, la truccatrice Nathalie Tissier. Perché ha cambiato il direttore della fotografia?

In parte l’idea di fare un film europeo nel continente americano era motivata dal desiderio di lavorare con i miei soliti collaboratori che sono come una grande famiglia! Li ho trascinati in questa avventura, sia quelli che Lei ha menzionato, sia la mia segretaria di edizione, il mio primo assistente alla regia, l’ingegnere del suono, il montatore, eccetera. Avrei desiderato anche lavorare con Bruno Delbonnel, con cui non sono riuscito a fare L’esplosivo piano di Bazil perché era già stato impegnato in due film americani, Dark Shadows con Tim Burton e A proposito di Davis con i fratelli Coen, e non poteva trascorrere altro tempo all’estero, lontano dalla famiglia. Perciò ho ricominciato daccapo. Grazie a Internet oggi è tutto possibile! Ho visionato i demo di tutti i direttori della fotografia francesi, come se non ne conoscessi nessuno. E ho scoperto Thomas Hardmeier, che mi era piaciuto molto nei film di Richard Berry e in un film di fantascienza di nome Chrysalis, di Julien Leclercq. Ci siamo incontrati. Viene dalla Svizzera tedesca e ha un senso dell’umorismo molto asciutto, quasi britannico. Abbiamo guardato insieme delle immagini, parlato del 3D, del film, ecc. Mi è piaciuto.

Avete visto insieme dei film e studiato alcune immagini di riferimento?

Sì, come al solito, ma alla fine abbiamo dimenticato il film che inizialmente abbiamo usato come riferimento, e cioè L’assassinio di Jesse James… Mi piacciono molto le sue immagini non sature, ma ci siamo resi conto che se ci fossimo spinti in quella direzione, il nostro film avrebbe avuto un aspetto “storico”, e non era il caso. Inoltre non sarebbe stato adatto al 3D, perché il 3D necessita di forti contrasti e di immagini colorate. Altrimenti non si ottiene l’effetto voluto.

Dal punto di vista visivo, questo film è abbastanza diverso dai Suoi lavori precedenti, non solo per quanto riguarda i colori, ma anche nella composizione.

Sì. Infatti anche se volevo restare fedele al mio personale senso estetico e al mio gusto per la bellezza, fin dall’inizio volevo anche fare qualcosa che fosse meno “Jeunet” del solito. In altre parole, mi sono discostato dalle atmosfere calde e dorate, optando per immagini più ‘normali’, realistiche, dato che la storia ha luogo al giorno d’oggi ed è radicata nella realtà. Per quanto riguarda le mie esigenze estetiche, potevo facilmente contare sulla bellezza dei paesaggi e come sempre, sulla scelta dei set e dei costumi. Per le inquadrature, ho continuato a usare le lenti focali corte ma si impiega talmente tanto a cambiare una lente quando si lavora con il 3D, che finivo per lasciare il 21mm in macchina, che comunque è la lente che preferisco e con cui ho girato 3/4 del film. In ogni caso non sono certo che le inquadrature siano così diverse, è il 3D che gli conferisce questa nuova dimensione. È anche vero che muovevo meno la cinepresa e anche quando lo facevo, era un movimento più lento per via del 3D.

Esattamente. Spivet è il suo primo film in 3D e si può dire, come ha affermato all’inizio di questa intervista, che è una scelta intrinseca al progetto. Come si è preparato all’utilizzo di questa tecnologia?

Lavorandoci! Avevo già studiato tutto quello che è stato fatto, per capire sia le esigenze che i limiti del 3D, cosa si deve e non si deve fare, cosa funziona e cosa non funziona. Mi sono reso conto che negli Stati Uniti molti film sono girati in 2D, e poi convertiti in 3D, ma questo è un vero massacro! Non ci sono  molti film ideati realmente per iI 3D, solo Hugo Cabret di Martin Scorsese – il cui stereografo Demetri Portelli fra l’altro, quando stava girando Cabret a Parigi, mi ha scritto chiedendomi di lavorare con me –  e Vita di Pi di Ang Lee. Mentre stavo scrivendo il film, lo immaginavo in 3D, sfumando i personaggi proprio per conferire l’idea del 3D; e ovviamente mentre giravamo, siamo stati attenti al 3D. Lo stesso vale per la nostra post-produzione. Ora ci sarà una nuova battaglia, per essere sicuri che il film venga proiettato nelle sale in modo corretto. È’ una lotta infinita, che richiede molto tempo, soldi ed energia. Siamo ancora nella fase sperimentale del 3D, siamo le cavie di questa nuova tecnologia. Per esempio, siamo stati i primi a utilizzare una nuova camera digitale, la Alexa M della Technovision, che è minuscola e collegata via cavo a un registratore, e siamo stati i primi a usare le fibre ottiche con cavi di 300 metri. Ma essendo la fibra ottica molto sensibile alla polvere, poteva accadere che, dopo aver atteso due ore una bella nuvola da filmare, venivamo a sapere che non funzionava… Quello è il momento in cui potresti anche uccidere il tuo cameraman!

C’è una grande differenza nel risultato delle riprese?

Certo. E’ una tecnica che richiede molta attenzione ma come in ogni nuova esperienza, è stata  elettrizzante. Ci sono tantissime cose che non sappiamo fare, ad esempio bisogna sempre evitare movimenti troppo veloci davanti alla cinepresa, o primi piani troppo affollati, riflessi, oggetti lucidi, perché producono un brutto effetto. Preferisco immagini contemplative. Bisogna posizionare le cose in modo corretto per poter amplificare l’effetto del 3D e in questo senso gli oggetti di scena e il lavoro di Aline Bonetto erano importanti. Lo stesso vale per Madeline Fontaine e i suoi costumi: per il 3D è importante scegliere i giusti materiali e tessuti, perché alcuni risultano meglio di altri … Durante le riprese non facevo altro che correre dal set alla tenda doveva avevamo allestito gli schermi 3D per controllare l’effetto ottenuto e se andava tutto bene. E’ stato bellissimo anche inserire nel film gli appunti e i disegni del libro, ma questo lo abbiamo fatto in post-produzione. Gli spettatori amano la sensazione degli oggetti che volano verso di loro, il fatto che possono quasi toccarli. È facile fare una cosa del genere in uno spot commerciale ma è più difficile farlo in un lungometraggio, a meno che il soggetto non sia adatto, come in questo caso. Quei piccoli disegni, le invenzioni di Spivet, diventano fantasmi, sogni che prendono vita dalle pagine del libro e che bucano letteralmente lo schermo!

Oltre a Thomas Hardmeier, il direttore della fotografia, c’è anche un nuovo collaboratore: il compositore Denis Sanacore.

Per ragioni di coproduzione, è stata una buona idea usare un compositore canadese. Ma non me la sentivo di lavorare con i grandi compositori Howard Shore o Mychael Danna, perché la loro musica è un po’ troppo descrittiva, per i miei gusti. Ho sempre avuto un debole per i compositori più offbeat: Carlos d’Alessio, Yann Tiersen, Badalamenti, Raphaël Beau… Così, ho scelto il musicista come avevo fatto con il direttore della fotografia: ho cercato su internet! Ho ascoltato tutto ciò che viene fatto in Canada oggi. Avrò ascoltato almeno 400 musicisti. Ne ho trovato persino alcuni che di se stessi dicevano: “Scrivo musica e cambio le gomme” Questo per farvi capire fino a che punto mi sono spinto. E poi a un certo punto ho trovato il sito di un musicista che non aveva mai fatto un disco, tantomeno un film. Aveva creato un gruppo con la moglie, il Duo Sanacore. Lui suona la chitarra e sua moglie il violino. Hanno un repertorio molto vasto e suonano ai matrimoni. Sul suo sito c’era un tema musicale composto da lui che corrispondeva esattamente a ciò che volevo per Spivet. Un piccolo paese, poca gente, ma profonda e ricca di emozioni. Quando sono arrivato nel Quebec, ho ascoltato altri suoi brani e gli ho chiesto di incontrarlo. E’ rimasto molto sorpreso. Con Denis Sanacore ho fatto come con Raphaël Beau ne L’esplosivo piano di Bazil: gli ho proposto di comporre trenta temi musicali senza la garanzia che venissero utilizzati, ma che se andavano bene, sarebbero diventati la colonna sonora. Lui ha accettato e ogni settimana mi portava nuove composizioni. Denis è geniale nel comporre un tipo di musica che non riesci a toglierti dalla testa e poi un giorno, durante le riprese, Julien Lecat, che curava il ‘making-of’ e aveva fatto un montaggio temporaneo del film, ha usato la musica di Sanacore per una scena e abbiamo visto che funzionava benissimo! Ho chiamato Denis e gli ho detto che avrebbe fatto il film. Ho fatto la stessa cosa con Yann Tiersen, gli ho chiesto di comporre diversi brani e ho usato quello che sembrava adatto per le singole scene o per i gruppi di immagini. Trovavamo sempre qualcosa da adattare. Ha anche scritto due o tre brani per alcune immagini specifiche, ma in generale ha bisogno di libertà. Poi è arrivato il momento in cui volevamo incidere tutto in modo più professionale, in uno studio di registrazione, perché finora era stato fatto nel suo salotto, staccando il telefono e mettendo la museruola al cane! Ma ci siamo resi conto di aver ottenuto un sound che non saremmo mai stati in grado di abbinare, e così abbiamo lasciato la versione registrata in modo artigianale. Adoro questo tipo di incontri e di storie.

Qual è stata la cosa più difficile del film?

Prima di tutto sopravvivere ai problemi legati al programma di riprese con Kyle. Poi abbiamo dovuto risolvere i problemi con i sindacati, tanto comuni in America e specialmente ad Alberta, perché in Francia non ci rendiamo conto della libertà di movimento che abbiamo sul set. Tutto è molto più flessibile e tranquillo. Poi abbiamo dovuto superare le difficoltà relative al 3D, perché da un punto di vista pratico è davvero molto complicato. E poi resistere alla tentazione di uccidere alcune delle persone più bugiarde di questo pianeta: gli agenti cinematografici americani…

Quale scena che la spaventava maggiormente?

Il discorso finale di T.S. Era essenziale perché in fondo l’intero film dipende da quello. Nel primo giorno di riprese dedicato a questa scena, sua madre non pensava che sarebbe stato all’altezza. Quindi potete immaginarvi come mi sentivo il secondo giorno. Sono andato a trovarlo nella sua roulotte e gli ho chiesto se andava tutto bene, e lui ha risposto “Si, tutto ok!” Gli ho chiesto se voleva le comparse di fronte a lui o se preferiva non vederle e lui ha risposto: “Magari è un bene che siano lì, potrebbe aiutare”! E così abbiamo messo questo ometto che doveva recitare dieci pagine di testo, davanti a 130 figuranti che pensavano che sarebbe svenuto da un momento a loro. Ho gridato “Azione!”, e in due riprese abbiamo avuto la scena!

Qual è la sua scena preferita?

Credo proprio che sia quella! Kyle è stato bravissimo e sapevo che da quella scena dipendeva tutto il film! Questo è successo poco prima che ci dicessero che Kyle non sarebbe stato completamente disponibile, che avrebbe dovuto fare la serie americana. Allora mi sono detto: “Abbiamo il discorso, abbiamo le scene più difficili, il peggio è passato… Non possiamo fermarci proprio ora, dobbiamo solo trovare una soluzione”. E ci siamo riusciti! Fortunatamente avevamo già girato tutte quelle scene a Montreal, prima di partire per Alberta, perché altrimenti saremmo stati fregati!

Quando uscirà il film?

Non è stato ancora deciso. Abbiamo anche un co-produttore americano, Cross Creek, che aveva collaborato a Il cigno nero, e che dopo aver visto Harvey Weinstein con le lacrime agli occhi alla proiezione di Spivet a Cannes, lo ha comprato senza neanche aspettare di vedere la versione finale, e sta cercando di distribuirlo. E’ lui che ha distribuito Amélie, quindi lo considero un buon segno.