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“Sulla Mia Pelle” da stasera su Netflix il film sugli ultimi 7 giorni di Stefano Cucchi – VIDEO

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Stefano Cucchi

Il caso Stefano Cucchi, la storia del geometra romano, deceduto il 22 ottobre del 2009, dopo sei giorni dal suo arresto per droga è finita in un film.

Sulla mia pelle è UN lungometraggio diretto da Alessio Cremonini con Alessandro Borghi sugli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, esce in sala e contemporaneamente su Netflix. Il film sarà anche oggetto di una serie di visioni gratuite in giro per l’Italia: associazioni, collettivi universitari e spazi autogestiti hanno infatti deciso che i vincoli imposti dal copyright non valgono quanto la necessità di divulgare e informare il pubblico su una storia come quella raccontata da Sulla mia pelle. Così, si è scelto di andare oltre la censura di Facebook e le (legittime) segnalazioni di Netflix che produce e Lucky Red che distribuisce.

La Storia e la Sentenza

Infatti, si apprende che nelle motivazioni della sentenza, emessa lo scorso ottobre dalla Corte d’appello, con la quale sono stati assolti tre agenti penitenziari dal reato di lesioni e i medici e infermieri dell’ospedale Sandro Pertini dal reato di omicidio colposo, viene indicato che “è opportuna la trasmissione della sentenza al Pm perché valuti la possibilità di svolgere nuove indagini per accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti di polizia penitenziaria”.

Cucchi fu sottoposto “ad una azione di percosse”

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Ovvero, i giudici hanno chiesto alla procura di Roma di riaprire le indagini in quanto emerge che Cucchi sia stato picchiato ma non si conoscono le cause della morte.
Nella sentenza, viene scritto che Cucchi fu sottoposto “ad una azione di percosse” e  che “non può essere definita un’astratta congettura l’ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare”,  in quanto “già prima di arrivare in tribunale Cucchi aveva segni e disturbi che facevano pensare ad un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte2,  per cui le lesioni “debbono essere necessariamente collegate ad un’azione volontaria, anche una spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento”.

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Per i giudici, Cucchi non fu abbandonato dal personale dell’ospedale Sandro Pertini che fece tutto il possibile per prendere in cura il ragazzo che presentava “complessità e oscurità del suo quadro patologico”.
In mancanza di una causa certa del decesso, la Corte di Appello ha pertanto concluso che “non è possibile individuare le condotte corrette che gli imputati avrebbero dovuto tenere” e che “l’attività svolta sia dai medici che dagli infermieri non sia stata di apparente cura del paziente ma di concreta attenzione nei suoi riguardi”.
“Le quattro diverse ipotesi avanzate da parte dei periti d’ufficio (morte per sindrome da inanizione), dai consulenti del pubblico ministero (morte per insufficienza cardio-circolatoria acuta per brachicardia), delle parti civili (morte per esiti di vescica neurologica) e degli imputati (morte cardiaca improvvisa), tutti esperti di chiara fama non hanno fornito una spiegazione esaustiva e convincente del decesso di Stefano. E dalla mancanza di certezze non può che derivare il dubbio sulla sussistenza di un nesso di causalità tra le condotte degli imputati e l’evento”, viene sottolineato nella sentenza.

Adesso le 67 pagine di motivazioni saranno trasmesse alla procura di Roma affinché “valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse” dai poliziotti della penitenziaria già giudicati e il pubblico ministero deciderà se riaprire il caso sulla morte del giovane.