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CINEMA: Intervista a Jasmine Trinca, protagonista del film “Nessuno si salva da solo”

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Che cosa ti succede in scena?

Delia vive con Gaetano da subito un amore folgorante e una profonda passione reciproca che loro “divorano” forse anche in maniera sprovveduta, come dice Sergio Castellitto, nel senso che bruciare in un modo simile un amore da una parte fa vivere momenti pieni e indimenticabili ma dall’altra rappresenta anche qualcosa di estremo. Nel racconto viene analizzato l’iter di un  rapporto sentimentale che passa dalla follia amorosa all’innamoramento, alla condivisione, alla nascita dei figli e poi alla crisi, all’allontanamento, allo “strappo”. Quello che trovo bello in Nessuno si salva da solo è che il percorso dell’amore (passione, deterioramento e consapevolezza della fine di una relazione) potrebbe essere identificato come un “luogo comune” ma questa volta questa parola va intendersi nel senso di accomunare davvero: le persone si riconoscono in un esempio che parla di tutti ed è per questo che il film riesce ad arrivare in profondità a livello emotivo.

Che cosa ti ha interessato di Delia?

Penso che all’interno del suo essere una giovane borghese lei da adulta dia l’immagine di una donna irrigiditasi nel tempo ma nel frattempo gli spazi di follia riescono a raccontare bene i suoi sentimenti di donna appassionata e la passione frustrata per una storia d’amore che si è persa lungo la strada. Durante la cena al ristorante con Gaetano, in quel vero e proprio match che si instaura tra loro, nel suo essere altera e distaccata c’è il tentativo di interpretare un ruolo ma ci sono anche dei momenti in cui lei “esplode” rabbiosamente contro il marito che reagisce dicendole “sei ancora innamorata di me…”. Mi interessava trovare piccoli elementi che svelassero qualcosa di diverso di Delia, mi piaceva molto che si potesse osservare il passaggio del tempo su di lei non solo attraverso la trasformazione fisica ma anche attraverso il suo cambiamento emotivo di persona che passa dalla follia amorosa iniziale, allo slancio, alla positività fino alla frustrazione e alla chiusura successiva.

Che rapporto si è creato con Riccardo Scamarcio sul set?

La possibilità di lavorare con Riccardo ha rappresentato una combinazione felice, davvero speciale, avevamo recitato insieme ne “Il grande sogno” di Michele Placido (e anche in “Romanzo criminale” senza però ritrovarci mai in scena insieme), e lui è stato anche il mio produttore in occasione del film “Miele” diretto da Valeria Golino: al di là del lavoro comune siamo amici da tempo, abbiamo una bella intesa e ci sentiamo affini, abbiamo lo stesso tipo di sensibilità rispetto ad un approccio al nostro  mestiere che avviene in maniera istintiva, di “pancia”, di cuore, con un’idea della verità molto simile nella rappresentazione e nella finzione. Per la conferma di una notevole alchimia tra noi credo sia stato decisivo il provino che abbiamo sostenuto insieme prima di essere scelti, penso che Sergio Castellitto al di là dell’eventuale nostra bravura vedendoci all’opera abbia “sentito” nel modo giusto fin da allora due persone in grado di raccontare bene cosa è un legame nelle sue varie sfaccettature e che avrebbe potuto contare senz’altro su quella zona di profonda familiarità che esisteva tra noi. In un film come questo dove si metteva molto in gioco la parte emotiva l’intesa era decisiva e io e Riccardo abbiamo potuto contare per fortuna su una forte complicità, su una situazione particolare in cui nel tentativo di raccontare i sentimenti in maniera autentica ognuno sorvegliava l’altro in una specie di aiuto e soccorso continuo e reciproco: siamo simili sia come persone che come attori e quando sono in scena con lui sento che nessuno dei due sta recitando da solo. Mi considero un’attrice discontinua e imperfetta ma rispetto alle sensazioni e alle emozioni cerco sempre di essere autentica e di non prendere in giro mai nessuno, secondo me far finta di provare delle emozioni rappresenta un tradimento verso lo spettatore. Io sono un’attrice più disciplinata, direi una soldatessa, lui è più “anarchico”, lo trovo molto ispirato, ha un suo istinto di autodeterminazione e libertà molto forte che diventa col tempo sempre di più un grande valore. Questa nostra maniera diversa di essere attori racconta bene anche le due anime del film e dei nostri  due personaggi, sul set tutto tornava e se qualcuno si sente in un certo modo mentre sta lavorando questo non avviene mai a caso. Da una parte quindi tendenza alla libertà, dall’altra quella di voler essere “rassicurati”, siamo empatici uno con l’altra e molto simili in quello che restituiamo, siamo molto poco tecnici e molto carnali e la nostra dinamica è stata quella di affidarci reciprocamente all’altro. L’impianto narrativo di Margaret e Sergio era molto presente anche all’interno di quel contesto ma io e Riccardo siamo riusciti a costruire il nostro piccolo spazio privato, la nostra piccola “capanna”, questo non vuol dire isolamento ma che come accade in una vera e propria coppia all’interno di quella storia c’era qualcosa di esclusivo tra noi che aveva una sua vita autonoma.

Che tipo di rapporto si è creato con Sergio Castellitto, che tipo di regista è?

Quando preparava il film Sergio non aveva un’idea certa e chiara in testa per il ruolo della protagonista, aveva sottoposto diverse attrici a vari provini valutando varie opzioni. Quando sono stata scelta riflettendo su chi aveva recitato per lui in passato pensavo che avrebbe compiuto un intervento “importante” su di me, teso a tirar fuori certe cose o a cambiare il mio modo di essere, invece mi ha molto colpito l’enorme capacità di “accoglienza” verso il tipo di interprete che aveva di fronte. E’ un regista che dirige molto ma allo stesso tempo portava con sé qualcosa di molto affettuoso che anche sua moglie Margaret Mazzantini aveva, come se tutti noi fossimo davvero i loro personaggi incarnati. Penso che nel film ci sia molto degli interpreti e che sia io che Riccardo abbiamo inserito nei nostri caratteri molti aspetti che ci appartenevano ma Sergio teneva molto che il film corrispondesse a quello che era stato scritto: il libro di Margaret non era soltanto una traccia ma qualcosa a cui dovevamo restare tutti profondamente legati. Io quando recito tendo a non dire una frase “pulita” e diretta ma ad aggiungere certi piccoli versi di commento e lui mi faceva notare che le nostre frasi avrebbero avuto maggior senso se fossero lasciate pure, nel rispetto della letteratura che stavamo incarnando e questo aspetto è molto interessante sia perché l’attenzione alla parola è rara sia perché il rispetto e l’ammirazione reciproca di qualcuno verso il lavoro di un altro è qualcosa che sembrava possibile solo in altri tempi.

Conservi qualche ricordo particolare della lavorazione?

Mi sembra che il film abbia tanti livelli differenti, abbiamo girato prima tutta la parte relativa ai flashback e poi in soli cinque giorni quella della cena al ristorante che si è rivelata una sorta di… partita di tennis a tavola dove tutto veniva verbalizzato. Quando abbiamo finito di girare la parte relativa al passato ho pensato che il film fosse più o meno finito e che raccontasse già bene tutto, la nascita, la crescita e la fine di un amore, e invece ci aspettavano le scene del ristorante che sarebbero state molto più coinvolgenti e tese del previsto. Ricordo con emozione poi la parte onirica della passeggiata notturna, di quel viaggio compiuto da me e Riccardo con Roberto Vecchioni e Angela Molina lungo le strade del centro di Roma, per me è stato come ritrovarmi davvero dentro al film che concludeva in maniera morbida un viaggio faticoso. Questa fase delle riprese ha rappresentato un ulteriore capitolo, una resa dei conti finale più dolce e quindi è come se avessi girato tre film muovendomi su tre registri differenti.

Che tipo di presenza ha avuto Margaret Mazzantini prima e durante le riprese?

Una presenza discreta ma anche molto efficace, è stata anche lei molto affettuosa e presente, veniva spesso sul set e osservando i nostri personaggi che lei aveva pensato ancora prima di Sergio offriva una maggiore completezza nell’interpretazione di ogni carattere c’era un punto di vista del regista e uno dell’autrice e sceneggiatrice.

Come ti sei ritrovata a gestire l’ insolita carica di sensualità che Delia rivela nel film?

Avevo grande fiducia non solo in Sergio ma anche in Riccardo, ci siamo accompagnati a vicenda, io più che una forma di imbarazzo in quanto all’esposizione di sé ho grande pudore nel’esposizione dei sentimenti, se decido di fare una cosa del genere ho bisogno di “spogliarmi” delle mie barriere e maschere, nonostante o sia una timida il sesso e il nudo sono del tutto secondari rispetto al mostrare se stessi emotivamente, al rivelare qualcosa più intimo di sé.