Una voce calda, un sorriso gentile, un camper sotto casa a cambiare un destino: ricordare Alberto Castagna significa tornare a un’Italia che si riconosceva nella TV del cuore, tra speranza, coraggio e seconde possibilità.
C’è chi dice “come dimenticare”, ma con Alberto Castagna non si tratta di memoria. Si tratta di presenza. Lo incontri ancora nelle clip che girano online, nei racconti delle famiglie, nelle sere d’inverno quando qualcuno nomina quel camper bianco e si apre una storia. Era la televisione italiana che entrava in punta di piedi nelle vite, e non faceva rumore inutile.
Per molti, il nome di Castagna è legato a Stranamore. Un format semplice, quasi elementare. Una lettera d’amore. Un viaggio. Un citofono che suona. Poi lacrime, abbracci, ripartenze. Non c’era cinismo. C’era ritmo, certo, e una regia attenta. Ma al centro stava la persona. Lui ascoltava. Non rubava la scena. Portava la scena dove serviva: tra due persone che cercavano parole.
A metà anni Novanta, in pieno boom dei grandi show, Stranamore era un’anomalia felice. Non sfoggiava grandi scenografie. Regalava invece un gesto. Eppure otteneva ascolti da prime time. Le platee si fidavano. Sapevano che Castagna non avrebbe spinto oltre il necessario. È lì che è nata la sua fama di icona televisiva: nella misura.
La sua storia viene da lontano. Un profilo da giornalista, una dimestichezza naturale con la strada e la cronaca. Poi il passaggio ai varietà delle reti Mediaset. La popolarità cresce. Arrivano i riconoscimenti, anche premi popolari come i Telegatti. Sono fatti noti, verificabili. Ma la cosa che conta, oggi, non è la lista. È l’impronta.
Lo stile Castagna, tra empatia e ritmo
Castagna non recitava empatia. La praticava. Stava zitto quando serviva. Faceva una domanda sola, pulita. Usava parole brett e chiare. Non costruiva eroi. Mostrava fragilità. In un’epoca già incline alla spettacolarizzazione del privato, lui difendeva quel metro quadro invisibile in cui due esseri umani possono dirsi tutto senza sentirsi giudicati. È una lezione tv, ma anche una lezione civile.
Ricordo un episodio tipico, senza date né clamori: una signora esitava sul portone, mani strette sulla borsa. Lui non la incalzò. Le propose di fare due passi. Due minuti in più, nessuna fretta. Alla fine la porta si aprì lo stesso. Non fu un colpo di scena. Fu un respiro.
Un’eredità che parla ancora
Quando Castagna se ne va, nel 2005, la televisione cambia ritmo. Arrivano social, talent, format iper veloci. Eppure quella grammatica di rispetto resiste. La ritrovi nei podcast confessionali, nelle docuserie attente, in chi ancora oggi porta un microfono senza travolgere la storia che sta ascoltando. È l’eredità di Alberto Castagna: fare spettacolo senza togliere dignità.
Non tutto di quegli anni è perfetto. Qualche eccesso c’è stato, e non sempre abbiamo dati completi sui retroscena produttivi. Ma il cuore del racconto resta chiaro e verificabile: un conduttore ha cambiato il nostro modo di parlare d’amore in tv. Con un camper, una lettera, una carezza di voce.
Forse è per questo che non lo “ricordiamo” soltanto. Lo usiamo come metro. Quando un programma ci tocca, diciamo: ha qualcosa di Castagna. Ed è già un complimento. Oggi, se quel camper suonasse sotto casa, avremmo il coraggio di scendere? O aspetteremmo ancora un istante, giusto il tempo di ascoltare il nostro cuore fare spazio.



