Dal trucco dell’antichità ai social: il make-up si trasforma in arte visiva, tra pittura, identità e nuove star digitali.
La storia del trucco non è solo una questione estetica: è un racconto parallelo a quello della pittura, un linguaggio visivo che attraversa i secoli e si reinventa continuamente. Dall’antico kohl egizio, utilizzato non solo per delineare lo sguardo ma anche per proteggere gli occhi, fino alla biacca dei ritratti elisabettiani o alle maschere teatrali del Kabuki, il make-up ha sempre dialogato con l’arte, riflettendone codici e simbologie.
A restituirci questa evoluzione sono spesso proprio le immagini: ritratti, dipinti e raffigurazioni che raccontano come si truccavano le persone e cosa quel trucco rappresentasse. Ma è solo con l’avvento della moda contemporanea, della fotografia e infine dei social media che il ruolo del truccatore emerge in primo piano, trasformandosi in quello di un vero autore con uno stile riconoscibile.
Negli ultimi decenni, molti make-up artist – soprattutto in ambito editoriale e sulle passerelle – hanno iniziato a considerare la pelle come una vera e propria superficie pittorica. Il volto diventa tela, il colore materia, il gesto tecnico un atto creativo.
Con l’arrivo dei social network, questo processo ha subito un’accelerazione decisiva. Piattaforme come Instagram e TikTok hanno permesso a una nuova generazione di artisti di costruire il proprio pubblico in modo indipendente, senza passare necessariamente da agenzie o riviste di settore. In questo scenario si inserisce il lavoro di Dina, make-up artist siberiana nota online come @topblrrfc.
Il suo profilo segue una struttura precisa e riconoscibile: ogni contenuto è costruito come un dittico, in cui il volto truccato viene affiancato all’opera d’arte che lo ha ispirato. Un dialogo visivo diretto che attraversa epoche e stili, dalla Dama con l’ermellino di Leonardo fino all’estetica gotica, passando per gli anni Venti, l’arte astratta e persino l’universo anime, come nel caso di Ergo Proxy. Non mancano incursioni nel vintage, come il make-up ispirato alla Bild Lili, la bambola tedesca che ha anticipato Barbie.
Il punto centrale del lavoro di Dina non è la semplice imitazione. Il suo approccio consiste piuttosto nel trasferire la logica visiva dell’opera sulla pelle. Una pennellata diventa eyeliner, una velatura cromatica si trasforma in sfumatura sulle labbra, mentre le proporzioni rinascimentali guidano il disegno delle sopracciglia.
La base tecnica resta coerente: fondotinta pallido e opaco, sopracciglia sottili e arcuate, labbra effetto acquerello, eyeliner grafico. Su questa struttura si innestano variazioni che cambiano di volta in volta, seguendo il riferimento artistico. In alcuni casi, il volto perde i suoi contorni tradizionali e si trasforma completamente, come quando una bocca diventa una macchia rossa, evocando la libertà espressiva della pittura astratta.
In un’intervista a Dazed, Dina ha descritto la propria estetica come “elegante, minimalista, autentica”. Il suo lavoro, più che uno strumento comunicativo, è un mezzo personale, quasi un diario visivo. Il valore principale, sottolinea, non sta tanto nella risposta del pubblico quanto nello sviluppo della propria creatività.
Ed è proprio questo che distingue i suoi contenuti da gran parte del beauty content online: il rapporto con la fonte artistica non è superficiale, ma strutturale. Il dipinto guida colori, linee e atmosfera, offrendo una nuova chiave di lettura contemporanea, mentre il make-up acquisisce profondità storica.
In questo equilibrio tra passato e presente, tra arte e pelle, il trucco torna a essere ciò che è sempre stato: un linguaggio visivo capace di raccontare il mondo, e chi lo abita, attraverso il volto umano.