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Tommaso, il bimbo di due anni in attesa di un nuovo cuore: tra speranza, angoscia e inchieste sul trasporto dell’organo

Una corsa contro il tempo, un cuore minuscolo e una catena di gesti che deve essere perfetta: la storia di Tommaso svela quanto contino dettagli e controlli nel trasporto degli organi, tra speranza accesa, angoscia reale e domande urgenti che pretendono risposte.

Diciamolo senza giri di parole: quando si parla di un trapianto pediatrico, ogni secondo e ogni grado di temperatura sono un confine sottilissimo tra vittoria e sconfitta. Quante volte, seguendo una notizia sanitaria, ci sentiamo impotenti e confusi, senza capire cosa stia davvero succedendo dietro le quinte? E soprattutto: come si riconosce il punto critico, quello dove si gioca il destino di un organo e di una famiglia? Restare a guardare non è un’opzione: capire adesso significa proteggere la fiducia nel sistema dei trapianti e accelerare soluzioni concrete.

La storia di Tommaso

Partiamo dai fatti. Tommaso, due anni, è stato operato il 23 dicembre all’Ospedale Monaldi; le sue condizioni, riferisce l’ultimo bollettino condiviso con la famiglia, restano stabili ma dentro un quadro di grave criticità. Il bimbo è in terapia intensiva, monitorato ora per ora, e l’Heart Team ha confermato la sua idoneità al nuovo trapianto, una frase che pesa come una promessa e come un timer. Intanto si indaga sul trasporto dell’organo prelevato a Bolzano: il contenitore è sotto sequestro e, secondo le prime ipotesi, potrebbe essere mancato un sistema di controllo della temperatura. Gli inquirenti stanno valutando se l’impiego di ghiaccio secco – capace di arrivare a -80 gradi – possa aver danneggiato il tessuto cardiaco. Sulla vicenda lavorano i Carabinieri del Nas tra Napoli e Trento; il ministro della Salute Orazio Schillaci ha definito tutto questo “inaccettabile”, assicurando verifiche rapide e responsabilità chiare. La famiglia parla di “ore disperate”: un’espressione che dice tutto di un’attesa che si allunga, ma non si spezza.

Il problema dei trapianti

Il problema da risolvere è più vicino al quotidiano di quanto sembri: nei trapianti la logistica non è burocrazia, è clinica. Il cuore è l’organo più esigente in assoluto: ha una finestra di tempo strettissima, una sensibilità estrema alla temperatura e zero margine d’errore nella conservazione. Di solito il percorso si presenta così: il prelievo avviene in sala operatoria, l’organo viene immerso in soluzione di conservazione, sigillato in sacchetti sterili a strati e inserito in un contenitore rigido refrigerato, con ghiaccio tradizionale intorno ma mai a contatto diretto; servono 4–8°C costanti, niente shock termici, e una staffetta veloce, tracciata e documentata. Non è un dettaglio: è il metodo raccomandato da fonti accreditate come il Centro Nazionale Trapianti (CNT) e le linee guida internazionali della ISHLT (International Society for Heart and Lung Transplantation), proprio per evitare il rischio più temuto, cioè il danno da congelamento o da surriscaldamento dei tessuti. L’uso di ghiaccio secco non fa parte delle procedure standard per cuori da trapianto perché può portare a temperature troppo basse e quindi a lesioni irreversibili. Saranno, ovviamente, le indagini a stabilire se e cosa non abbia funzionato in questo caso specifico.

La necessità di agire

Perché questa non è una questione che possiamo permetterci di rimandare? Perché quando c’è di mezzo un organo, ogni errore costa doppio: si mette a rischio la vita del ricevente e si perde un dono irripetibile fatto da una famiglia nel momento più difficile. L’inerzia ha un prezzo enorme anche per tutti gli altri in lista d’attesa: fiducia che si sgretola, donazioni che potrebbero calare, tempi che si allungano, costi sanitari che esplodono. E se non troviamo in fretta cosa non ha funzionato, rischiamo un effetto domino che colpisce l’intero sistema dei trapianti, non solo un singolo ospedale o una sola città.

Trasporto organi: cosa è davvero cruciale

Gli esperti sono chiari: servono protocolli blindati, contenitori certificati con datalogger di temperatura continuo, tracciabilità in tempo reale e checklist da spuntare, come in cabina di pilotaggio. La temperatura non si “indovina”: si misura e si registra, minuto per minuto. In alcuni centri, quando possibile, si stanno adottando tecnologie di perfusione normotermica (i cosiddetti sistemi “heart-in-a-box”) che mantengono l’organo pulsante e perfuso durante il trasporto, riducendo la vulnerabilità agli sbalzi e all’ischemia; non sono la risposta a ogni situazione e non sono ovunque disponibili, ma rappresentano una strada concreta che la letteratura internazionale considera promettente. È lo stesso spirito con cui il CNT ha standardizzato negli anni la tripla barriera sterile, i tempi di ischemia raccomandati e la formazione delle équipe: dettagli apparentemente tecnici che, messi in fila, salvano vite.

La testimonianza delle famiglie

In questo contesto, la testimonianza di famiglie e operatori pesa: chi ha vissuto un trapianto sa che la differenza si vede nelle regole rispettate alla lettera. È un rigore che non “raffredda” l’umanità, la protegge. Ed è lo stesso rigore che oggi ci si aspetta dall’inchiesta: verificare il tipo di contenitore, la catena del freddo, la presenza (o assenza) di un controllo attivo della temperatura, i tempi di percorrenza e ogni passaggio documentale, per capire dove intervenire subito.

La chiamata all’azione

La chiamata all’azione è semplice e urgente. Per le istituzioni, la soluzione passa per un pacchetto integrato: contenitori certificati con monitoraggio continuo obbligatorio, divieto esplicito di ghiaccio secco per i cuori, audit indipendenti regolari con esiti pubblici, simulazioni periodiche della catena di trasporto, allineamento operativo tra regioni e centrali di allocazione, e trasparenza: comunicare senza zone grigie quando qualcosa non va

Silvia Cini

Classe 1982, giornalista pubblicista dal 2020, divento ‘mamma’ di CheDonna, ideato in concerto con la proprietà, nel lontano 2009. Fu la mia prima esperienza giornalistica e dal primo ‘pubblica’ su WordPress capii che questa era la mia vera passione. Dirigo questa testata da allora, gestendo un gruppo di persone appassionate e professionali che negli anni sono diventate la mia famiglia. Nel 2019 divento mamma di Sara, e grazie a lei do vita ad altri progetti legati al mondo delle mamme e del settore food sempre per la Web365. Oggi dirigo 4 giornali e la mia passione per questo lavoro cresce ogni giorno di più.

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