Una voce graffiata che non ha paura di farsi domande. Fabrizio Moro oggi parla da padre, dopo una vita di curve strette e ripartenze. Lì, tra palco e cucina di casa, spunta una verità semplice: crescere un figlio è un atto di coraggio quotidiano, e la droga non è un dettaglio di contorno ma un pericolo vero.
C’è chi di fronte alle difficoltà spinge via lo sguardo. Moro fa il contrario. Da anni porta nelle sue canzoni strappi e ricuciture, gli alti e bassi che tutti riconosciamo. Ha vinto Sanremo, ha sbagliato, è tornato, ha retto l’urto del tempo. E oggi, da genitore, mette sul tavolo una paura concreta: la responsabilità dell’educazione.
Non fa il moralista. Dice di voler essere onesto con il figlio. Lasciargli spazio, senza negargli l’esperienza. Ma fissa un paletto netto: la droga è la cosa peggiore che un giovane può incontrare. Non lo dice per sentito dire. Lo dice con la ruvidità di chi sa che certe traiettorie, se romanticizzate, finiscono male.
La musica, qui, non è solo lavoro. È contesto. È influenza. È linguaggio che a volte illumina e a volte confonde.
Quando il successo non basta: il peso dell’esempio
In Italia, i rapporti più recenti sulle dipendenze segnalano che oltre un quarto degli studenti tra 15 e 19 anni ha provato almeno una sostanza illegale. L’età del primo contatto si assesta spesso tra i 15 e i 16 anni. I decessi per overdose oscillano attorno a qualche centinaio l’anno, e i pronto soccorso registrano migliaia di accessi correlati. Numeri freddi, certo. Ma bastano per capire il punto: l’idea che “tanto capita agli altri” è una comoda illusione.
Qui entra la posizione di Moro sulle canzoni che “la fanno passare come una cosa figa”. È un pugno sul tavolo. Perché l’arte può tutto, tranne mentire sul dolore. Se racconti la dipendenza, fallo come testimonianza, con responsabilità. Se la lucidi per moda, stai barando. E chi bara sui ragazzi, inquina il pozzo.
Non serve demonizzare la musica. Serve ricordare che esiste una linea sottile tra racconto e glamour. Un brano può dire la verità senza estetizzare lo sballo. E un artista può scegliere di proteggere, non di sedurre. Quando Moro parla, sta dicendo proprio questo: l’esempio pesa più dell’applauso.
Prevenzione, ascolto, realtà: cosa serve ai ragazzi
La vera prevenzione inizia dove finiscono i proclami. In salotto, a cena, in macchina dopo la partita. Parole brevi, domande chiare, niente panico. Funzionano tre cose: Ascolto attivo: lascia parlare tuo figlio, senza interrompere. Confini concreti: “no” spiegati, non urlati. Realtà verificabile: storie vere, dati semplici, zero miti.
Anche la scuola conta. Programmi seri, non una lezione spot. Gli amici contano ancora di più: se la compagnia cambia, cambiano i rischi. E sì, contano pure i social: filtri che rendono patinato ciò che nella vita graffia. Qui la famiglia resta il primo algoritmo.
Mi immagino Moro, dopo un live, al semaforo rosso. La voce ancora calda, un messaggio sul telefono: “Come va?”. Non è retorica. È manutenzione dell’affetto. Quella che tiene lontane le scorciatoie.
Alla fine tutto si gioca lì: nella scelta di dire la verità prima che lo faccia la strada. Noi adulti siamo pronti a sostenerla, questa verità scomoda? E quando arriverà la domanda che fa paura, avremo il coraggio di restare seduti e guardare nostro figlio negli occhi? Perché crescere non è evitare il buio. È attraversarlo, con qualcuno che tiene la luce ferma. Con coraggio, con onestà, senza sconti e senza cosmesi.


