24 September 2017

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CINEMA: Intervista a Marianne Denicourt e clip in esclusiva del film "Il medico di campagna"

Fran?ois Cluzet, amato dal pubblico in Quasi amici, torna sullo schermo nei panni di Jean-Pierre, un medico di campagna devoto al proprio lavoro e dotato di una straordinaria umanit? nei confronti dei suoi pazienti. Al suo fianco

François Cluzet, amato dal pubblico in Quasi amici, torna sullo schermo nei panni di Jean-Pierre, un medico di campagna devoto al proprio lavoro e dotato di una straordinaria umanità nei confronti dei suoi pazienti.
Al suo fianco un’affascinate Marianne Denicourt, che condivide con lui una “vocazione”, quella del medico: prendersi cura degli altri e costruire con i pazienti un rapporto di profonda fiducia.   Una storia di empatia e umanità, per la regia di Thomas Lilti, ex medico che, dopo Hippocrate, torna a raccontare la sua professione nell’emozionante film di Natale di BIM, Il medico di campagna, dal 22 dicembre al cinema.   INTERVISTA CON MARIANNE DENICOURT   Medico ospedaliero in Hippocrate, la ritroviamo medico di campagna in questo nuovo film di Thomas Lilti.
Stesso mestiere, stesso ruolo o si tratta di un personaggio molto diverso?   Un mondo separa questi due ruoli e queste due professioni.
E per quanto mi riguarda anche l'impegno è stato molto diverso.
In Hippocrate, non dovevo compiere quasi alcun atto medico.
Le questioni dei rapporti di potere tra i membri del personale sanitario erano più importanti rispetto al rapporto medico-paziente.
In Il medico di campagna è l'esatto contrario.
Ho dovuto prepararmi a lungo per interpretare questo personaggio.
Insieme a un dottore ho imparato numerosi gesti fondamentali: misurare la pressione, utilizzare uno stetoscopio, auscultare un paziente.
E con un'infermiera, la stessa che recitava in Hippocrate, ho imparato a mettere un laccio emostatico, a fare una medicazione, a pulire una ferita, ad applicare delle suture.
Ho persino seguito un corso di pronto soccorso della Protezione Civile.
Apprendere tutte queste cose mi ha permesso, una volta arrivata sul set, di concentrarmi solo sul mio ruolo.
Poco dopo la conclusione di Hippocrate, Thomas Lilti mi ha fatto lo splendido regalo di propormi questo personaggio prima ancora di aver scritto la sceneggiatura.
Ho quindi potuto lavorarci sopra per due anni prima dell'inizio delle riprese e questo mi ha dato una libertà straordinaria e anche un grande senso di responsabilità.
Thomas era ricettivo alle mie proposte e gli sono immensamente grata della sua fiducia.
È stato straordinario essere coinvolta a questo livello nella creazione di un personaggio.   In A fortunate man: The story of a country doctor, John Berger descrive il medico di campagna come un eroe.
Ha avuto anche lei la sensazione di essere una vera e propria eroina, quando in Hippocrate, in definitiva non era altro che un ingranaggio nella catena?   Prima di leggere il libro di John Berger, avevo letto le opere di Marie Didier, in particolare Contre visite e Dans la nuit de Bicêtre.
In seguito ho incontrato questa donna che, oltre a essere una scrittrice meravigliosa, è un medico.
Ho scoperto la sua luce, i rapporti magnifici che intrattiene con i suoi pazienti, il suo volto, la sua coraggiosa verità… Ai miei occhi, Marie Didier è una vera e propria eroina ed è stata una delle mie fonti di ispirazione.
Quanto al libro di John Berger e del fotografo Jean Mohr, è effettivamente magnifico.
Lascia trasparire in modo chiaro la straordinaria abnegazione del medico di campagna.   Un'abnegazione che è anche quella del dottor Werner nel film.   Sì, è quello spirito di sacrificio e impegno al servizio dei pazienti che François Cluzet ha incarnato con una forza incredibile.
In precedenza avevo girato con lui solo alcuni giorni per il film Le domaine perdu di Raoul Ruiz.
Lavorare insieme per Il medico di campagna mi ha permesso di conoscere meglio la sua personalità caratterizzata da un'estrema bontà, schiettezza e generosità.
È un attore che ama il lavoro di squadra.
Come lui, ritengo che la fonte della creatività sia nel rapporto con l'altro, nella condivisione.
François ci teneva che preparassimo ogni scena insieme a Thomas, in modo da individuare ogni sfumatura e da analizzare l'evoluzione del rapporto tra i nostri due personaggi.   Nel film, lei non ha la tipica età del giovane medico che prende il posto del collega più avanti negli anni.
Il suo personaggio ha già un suo vissuto alle spalle…   Un ruolo è come un'equazione con numerose variabili.
Ci sono molte cose da risolvere.
A volte ci si serve della realtà per costruirlo.
All'ospedale di Alès, avevo conosciuto una donna che dopo essere stata infermiera aveva ripreso gli studi per diventare medico.
Mi sono ricordata di lei per il personaggio di Nathalie.
Fa parte del mistero di Nathalie: cos'è andata a fare in quel luogo? Perché si attacca in quel modo quando Werner fa di tutto per disgustarla? Sicuramente si tratta di una donna che ha sofferto e che sta rinascendo dalla sua sofferenza.
E che peraltro non ha una reale alternativa.
Forse la vocazione e l'impegno sono proprio questo: una necessità assoluta.   Precisiamo comunque che per lei è un ritorno a casa, in quella che era stata la casa di suo padre.
In un certo senso, ritrova le sue radici...
  Sì, assolutamente, ha ragione.
Ha la forza di quelli che hanno già una vita alle spalle e non sarà certo un branco di oche vendicative a indurla a rinunciare.     È anche un medico specializzato in chirurgia d'urgenza…   Thomas ci teneva, probabilmente in vista della scena con il sindaco, quando questi si ferisce e c'è bisogno di un intervento di emergenza, nel cuore della notte.   In effetti è una scena importante, dove ci rendiamo conto che la trasmissione della conoscenza tra il dottor Werner e Nathalie può essere reciproca.
Lei conosce delle procedure che lui ignora.   È una scena che arriva nel momento esatto in cui lui sembra determinato a separarsi da Nathalie.
In quell'istante, prende coscienza del fatto che ha bisogno di lei.
Il loro rapporto oscilla.   Considera le persone con cui ha uno scambio di battute come attori o piuttosto come pazienti? Recitare significa arrivare a sdoppiarsi, a credere in quello che si sta facendo.
È una sensazione molto strana.
All'improvviso mi sono ritrovata a incarnare un medico con un paziente davanti a me e a crederci! C'è da dire che tutti gli attori con i quali ho recitato sono stati straordinari portatori di verità.   Il suo lavoro di preparazione con François Cluzet è stato visibilmente molto importante.
Gli attori svolgono dunque un ruolo preciso nella scrittura e nella preparazione di un film?   In questo momento, sto lavorando su Vecchi tempi, la pièce di Harold Pinter che reciterò prossimamente al teatro l’Atelier insieme a Adèle Haenel e Emmanuel Salinger.
La prima produzione di quest'opera teatrale risale al 1971 ed era interpretata da Delphine Seyrig, Françoise Fabian e Jean Rochefort.
Nelle sue memorie, Françoise Fabian riprende questa dichiarazione di Pinter: «Voglio che si chieda il parere degli attori.
Sono la carne della pièce».
È proprio così, semplicemente.
Uno può essere un buon regista, ma se l'interpretazione non si presenta all'appuntamento non succede nulla.
Un film si costruisce anche a partire dagli attori e in base alla fiducia che viene accordata loro.
Thomas l'ha capito molto bene e ha saputo metterlo in pratica in questo film.   © Riproduzione Riservata

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