23 September 2017

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LIBRI: Intervista esclusiva a Vincenzo Restivo, autore del romanzo "Storia di Lou"

Lou prova un senso di inadeguatezza nei confronti del mondo e soprattutto del suo corpo, nel quale si trova profondamente a disagio.   Lou, infatti, sta per Louis, perch? all?anagrafe ? un ragazzo. Ma dentro quel

Lou prova un senso di inadeguatezza nei confronti del mondo e soprattutto del suo corpo, nel quale si trova profondamente a disagio.   Lou, infatti, sta per Louis, perché all’anagrafe è un ragazzo.
Ma dentro quel corpo maschile si nasconde Louise, la principessa della favola che le raccontava sempre la madre Carla.   Già alcuni anni prima aveva deciso di tagliare via con le cesoie del padre quell’appendice innaturale che gli pendeva tra le gambe, ma adesso il suo è solo un corpo mutilato.
Eli, la sorella, è una ragazzina autistica che trova sollievo nello scavare con le dita il terreno del giardino per mangiarne gli insetti.   Le uniche persone a comprendere l’importanza che questo rituale rappresenta per il suo equilibrio emotivo sono Lou e la madre, che le lasciano fare liberamente ciò che per tutti gli altri sarebbe una pratica aberrante, innaturale.   Ma improvvisamente Carla muore e, con il padre morto già anni prima, l'unica persona a cui Lou può rivolgersi è zia Flo, sorella della madre, una donna conformista e perbenista.
Le due si scontrano da subito, tuttavia Lou trova un complice nel cugino Even, un giovane paraplegico dalla nascita.
Sebbene il primo approccio tra i due sembri ruvido e sgarbato, forse un’iniziale reazione difensiva alla paura di non essere accettati dall’altro, presto la loro apparente rivalità si evolve in una profonda sintonia, una complicità figlia dell’esigenza di protezione tra esseri similmente diversi.   Ed è con questa tra ma corposa e delicata che Vincenzo Restivo regala ai lettori un romanzo di formazione, un viaggio profondo nel cuore umano.
Per saperne di più, l'abbiamo intervistato...   Come è nata la passione per la scrittura?   Ero piccolo, undici, dodici anni o giù di lì.
Un giorno mi ritrovai a casa di mia nonna con un quaderno e una penna.
Non avevo altro, davvero.
Così lasciai che la mente andasse per conto suo e scrissi.
Fu un bell’incontro quello tra me, la penna e la carta.
Non che tra i banchi di scuola non avessi mai messo in mano una penna, ma questa volta era diverso.
C’ero solo io, la mia testualità e la solitudine di un ragazzino di undici anni che avrebbe tanto voluto degli amici.
La scrittura è servita, i miei primi amici sono stati quelli d’inchiostro ,ed è servita anche dopo, a darmi lo sprint giusto per affrontare il mondo di fuori.
È stato terapeutico.
E lo è attualmente.   Qual è stato l’input che l’ha spinta a scrivere il suo ultimo libro?   Sono co-direttore agli eventi letterari e consigliere di Rain Arcigay Caserta ONLU.
Rain mi ha introdotto in quello che potrei definire “l’universo delle sessualità” , un’eterogeneità corposa che ha a che vedere con una moltitudine di sfumature della sessualità, una ramificazione che parte da quella suddivisione incompleta che prevede l’esistenza (ancora non del tutto accolta) di gay e etero. Fortunatamente c’è ben altro e il transessualismo è una di queste altre esistenze e con Storia di Lou ho voluto parlarne.
Lou è una ragazza transessuale che cerca di farsi strada a morsi in un mondo che non è in grado di accoglierla, di includerla in quel discorso eteronormativo a cui, in ogni caso, non vuole appartenere.
Lou è il tripudio della diversità che grida al mondo per farsi sentire, per rivelarsi a tutti.   Il suo scrittore preferito chi è?   Adoro Philip Ridley, artista poliedrico dell’East End londinese.
Nei suoi libri, al cinema e al teatro, tratta di realtà metropolitane difficili: adolescenti abbandonati alla loro sorte, violenza, sessualità, difficili rapporti genitori e figli.
Narrativa di formazione che un po’ strizza l’occhio all’urban fantasy e che ha come scopo la denuncia sociale.
Ci somigliamo, in un modo o nell’altro.   Tre aggettivi per descrivere la sua ultima opera?   Dolorosa, aberrante, rabbiosa.   Dove trae ispirazione per i personaggi? In quali si riconosce maggiormente?   I personaggi delle mie storie sono un po’ il risultato delle mie esperienze di vita e, inevitabilmente, la riscrittura di chi , nel bene o nel male, mi ha lasciato dentro qualcosa di importante.
Del resto sono le esperienze, belle e brutte che siano, a darmi gli elementi giusti per le storie che scrivo.
Tutti i miei personaggi posseggono, chi più, chi meno, qualcosa di me.
Tuttavia,adesso, risponderei che tra tutti, mi sento più vicino a Martin de Il tempo caldo delle mosche, vittima delle sue insicurezze in un mondo dove la debolezza non può sopravvivere.   Quale fra i suoi personaggi vorrebbe nella vita reale?   Lou, senza ombra di dubbio.
Abbiamo bisogno del suo anticonformismo, ci fa bene rompere gli schemi di una norma imposta che comincia a starci davvero troppo stretta.
Lou è l’antieroe che ci manca.   Le piacerebbe scrivere un libro a quattro mani? Se sì, con chi?   Scriverei qualcosa con Ridley e anche con Almodóvar, o con tutti e due assieme.
Sarebbe una gran figata.   Perché qualcuno dovrebbe leggere la sua ultima fatica letteraria?   Perché di antieroi ne abbiamo bisogno.
Perché è giusto sconvolgerli certi schemi quando diventano troppo obsoleti.
Il mio libro cerca di dare qualche dritta a riguardo.
Con rispetto.
Senza presunzione.   Progetti futuri? Mi piace scrivere e quindi continuerò a farlo , anche se un giorno non avrò più modo di pubblicare niente, ma io scriverò lo stesso perché dentro di me resto pur sempre quel ragazzino che un giorno, a undici anni, si trovò in casa con una penna e un foglio.
Poi, beh, c’ è l’attivismo con Rain, il lavoro come insegnate di lingue, le traduzioni.
I progetti ci sono e la voglia di andare avanti, anche.   Silvia Casini © Riproduzione Riservata

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