23 September 2017

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"Vai, se devi andare" ... la lettera commovente di una mamma al suo bimbo prematuro.

Questa ? la storia di Tanja (27 anni) della Bassa Baviera. Ha avuto un parto prematuro. Il suo bimbo ? nato 15 settimane prima della data presunta di nascita. Per?parto prematuro si intende la nascita prima della 37 settimana

Questa è la storia di Tanja (27 anni) della Bassa Baviera.
Ha avuto un parto prematuro.
Il suo bimbo è nato 15 settimane prima della data presunta di nascita.
Per parto prematuro si intende la nascita prima della 37 settimana completata.
Il 9% dei bambini nascono prematuri.Quando è nato Philipp nessuno sapeva se fosse sopravvissuto, ma il piccolo guerriero e la sua coraggiosa mamma hanno lottato e hanno vinto: oggi Philipp pesa 6,5 kg ed è lungo 65 cm, è un bimbo felice. Mamma Tanja ha inviato una lettera al sito tedesco Stadtlandmama.de in cui racconta il suo vissuto.
E' commovente.
Tante mamme si rispecchieranno nelle sue parole, tante mamme attingeranno forza, perchè purtroppo tante mamme vivono lo stesso dramma. Leggete la lettera: "Ohhh, ma tu sei la mamma del bimbo prematuro? Poverina! Questo tipo di frasi le ho sentite per settimane, anzi mesi.
Si, io sono la mamma di un bimbo prematuro.
Ma sono povera? No! Perchè io sono una mamma.
Una mamma felice di un bambino nato troppo presto.
Non sono povera, io sono molto ricca.
Ricca di sentimenti, di esperienze, di felicità e di miracoli. Mio figlio nacque il 20 aprile 2015 - 14,4 settimane prima della data presunta.
Nessuno sa se si era bucato prima il sacco amniotico o se ho avuto un'infezione.
Ma a questo punto non fa più differenza. Ero alla settimana 25+2 ed ero già ricoverata in ospedale.
Ricordo che il giorno prima parlavo con la mia migliore amica del fatto che a questo punto della gestazione la probabilità di sopravvivenza di un bimbo era pressoché raggiunta.
Però mai avrei pensato che sarebbe nato di lì a poco, avrei preferito restare incinta ancora per qualche settimana - ma il giorno dopo nacque. 25+3 settimane, alle ore 15.52, peso 850 gr, 33 cm e una circonferenza testa di 23 cm.
Questo eri tu. Così all'improvviso, troppo presto, troppo piccolo, troppo poco maturo, ma nonostante tutto bellissimo.
E soprattutto eri il mio bambino.
Mi innamorai subito di te e seppi: Per te darò tutto! I primi giorni trascorsero come in trance.
Alzarsi, tirarsi il latte, venire a vederti, tirarsi il latte, mangiare, tirarsi il latte, stare con te, seduta accanto a te, tirarsi il latte... Tutto andava bene considerato la tua grandezza e il tuo peso.
Tutti erano soddisfatti di te.
Pensai, così passeremo soltanto alcune settimane e poi ce ne andiamo a casa.
Ma come ero ingenua... Il primo fine settimana di giugno successe qualcosa con te, qualcosa che ancora oggi non riusciamo a spiegarci.
Ti veniva dato dell'ossigeno, ma il tuo stato era stabile.
Poi all'improvviso il tuo stato peggiorò drasticamente e avevi bisogno di ossigeno al 100%.
Nonostante ciò, la saturazione di ossigeno nel tuo sangue era al di sotto del limite minimo. Cosa stava succedendo? Ero distrutta, non capivo più nulla.
Piangevo disperatamente, urlavo contro tuo padre, urlavo contro i dottori, imploravo di aiutarti. Ma i dottori stavano lì, vicini all'incubatrice e scuotevano soltanto la testa.
"Non sappiamo cosa sta succedendo! Non riusciamo a spiegarcelo!" - "Proviamo questo e quest'altro..." E infine dissero: "Non possiamo più fare nulla.
O supera la crisi o non la supera ...
ma dobbiamo presupporre che non ce la farà." Stavo in piedi davanti ai dottori e tutto dentro di me urlava NO! Mi ricordo che la porticina della tua incubatrice era aperta e che io mantenevo le tue manine e i tuoi piedini.
Poi più tardi, accarezzavo le tue manine e il tuo papà i tuoi piedini.
Il tempo si era fermato. Con cuore pesante ti salutammo la sera e tornammo a casa.
Chiamavamo sempre in ospedale, ma la risposta era sempre la stessa: "Lo stato non è buono, ma stabile." Dovevamo prendere delle decisioni.
Test genetico: si o no? Battesimo d'urgenza: si o no? Parlai con la psicologa dell'ospedale.
Mi raccontò di neonati che non riuscivano a staccarsi, ad andare via, se i genitori stavano al loro lettino ad implorare. Allora, in un momento di tranquillità surreale, con lucidità, mi sedetti accanto a te, presi la tua mano e dissi: "Puoi andare.
Vai, se vuoi andare.
Se devi, allora vai.
Ma se puoi, resta." Ti ripetevo sempre le stesse parole.
"Vai, se vuoi andare.
Resta, se puoi restare". Il giorno dopo venni da te, come sempre.
All'improvviso il monitor iniziò a suonare.
Indicava un alzamento di saturazione d'ossigeno, saliva e saliva.
Arrivò l'infermiera, guardava perplessa, e abbassò l'alimentazione di ossigeno.
Eravamo sconcertati, felicissimi eppure anche sotto shock. Arrivarono i medici.
Ti fecero un prelievo di sangue.
Nessuno riusciva a capire, ma il tuo bisogno di ossigeno scese dal 100% al 65 e la saturazione era ottima.
Non riuscivo a credere alla nostra fortuna, che restavi.
Nessuno sa perché, nessuno sa come ci sei riuscito - ma ce l'hai fatta. Successivamente seguirono dei contraccolpi.
All'inizio di settembre, sia i medici che noi genitori stessi, dovemmo ammettere che non poteva più andare avanti così.
Avevamo sempre provato a farti fare un solo tipo di respirazione artificiale, ma non funzionava.
Gli alti e bassi erano troppi. Per questo motivo ti trasferirono in un ospedale universitario e ricevesti una cannula tracheale, una macchina per la respirazione artificiale che ti aiutava e che ti alimentava con ossigeno e lo fa tutt'oggi. Quando ti vidi per la prima volta con la cannula, mi crollò il mondo addosso.
Avevo la sensazione di aver sbagliato tutto.
Ti avevo fatto fare un buco nella gola.
Me l'avresti mai perdonato? Ma già dopo poche ore dall'operazione eri tornato ad essere come sempre, un piccolo coraggioso ometto e mi sorridesti.
Accettasti subito la cannula e superasti tutto in modo esemplare. Nel giro di pochi giorni e settimane facesti passi da gigante e sono più che grata che ci eravamo decisi a farti inserire una cannula.
Ti permette finalmente di vivere, di giocare, di ridere, di scherzare. Ovviamente dovetti imparare a prendermi cura di tutto, la pulizia e manutenzione della cannula, il cambio, aspirazione, usare la macchina per la respirazione artificiale e così via.
Ma tu c'eri sempre ed eri molto paziente con me. Dopo altri due mesi di permanenza in ospedale potemmo finalmente tornare a casa. E da quando sei a casa, la paura è quasi passata.
La paura che avevo tutti i giorni in ospedale, che poteva succederti qualcosa, che potevi peggiorare, che potevi non farcela.
Questa paura non c'è più.
Tu sei qui, vicino a me.
Sorridi e ridi, giochi e mi dai tanta forza.
In tutti questi mesi sei stato tu il più forte di noi due, lo devo ammettere.
Sei così coraggioso, così felice, così paziente, così meraviglioso, mi doni una forza mai conosciuta prima e un amore infinito.
E un giorno guarirai del tutto! Fino ad allora canto e canterò la "nostra canzone" di Matthias Schweighöfer.
"E se dobbiamo volare, voleremo."

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