26 September 2017

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CINEMA: Intervista a Francesco Bruni, sceneggiatore del film "Il capitale umano"

Il film "Il capitale umano" ? tratto dal romanzo di Stephen Amidon, ?Il capitale umano?, di cui Virz? si ? innamorato coinvolgendo lo stesso scrittore americano nella stesura della sceneggiatura, scritta con Francesco Bruni e

Il film "Il capitale umano" è tratto dal romanzo di Stephen Amidon, “Il capitale umano”, di cui Virzì si è innamorato coinvolgendo lo stesso scrittore americano nella stesura della sceneggiatura, scritta con Francesco Bruni e Francesco Piccolo.
Ecco un'intervista a Francesco Bruni, che ci parla dell'ultima fatica cinematografica di Virzì. Quali analogie e quali differenze esistono con il romanzo originario? Paolo Virzì aveva letto il romanzo e ne era rimasto entusiasta, lo ha fatto leggere anche a me e Francesco Piccolo e anche noi ne siamo diventati grandi estimatori.
Ci piaceva l’idea di fare un film di genere diverso e cambiare strada.
Abbiamo affrontato il libro mantenendone la trama ma l’abbiamo scomposto.Vediamo in scena all’inizio un agente immobiliare in crisi ma ambizioso (Fabrizio Bentivoglio) che vuole sfruttare cinicamente l’opportunità che gli deriva dal fidanzamento tra sua figlia e il figlio di un ricchissimo titolare di fondi di investimento (Fabrizio Gifuni).
Seguiamo poi la vicenda della moglie del ricco finanziere, Carla (Valeria Bruni Tedeschi) mentre un terzo punto di vista è quello della figlia dell’agente immobiliare, fidanzata col rampollo ricco.
Man mano che si segue il racconto lo spettatore si farà continuamente idee diverse su chi possa avere investito il ciclista e solo alla fine capirà che cosa è successo veramente e chi è il responsabile dell’investimento, nell’epilogo il racconto riprenderà da quella notte e andrà verso la sua conclusione, verrà individuato il colpevole e verranno mostrate le conseguenze di quel fatto tragico. Come avete creato la scansione degli avvenimenti attraverso punti di vista diversi? Il film è poliedrico, una sorta di caleidoscopio.
I tre capitoli raccontano lo stesso lasso di tempo attraverso un testimone e uno sguardo differente e l’unione dei tre punti di vista fornisce il quadro completo della vicenda. Il film è anche un rompicapo, un giallo che ti porta lentamente alla scoperta della verità, dopo averti fuorviato più volte. Qual è secondo te la novità, lo scatto in più che ha caratterizzato questa vostra sceneggiatura? Il fatto curioso è l’avere trasportato un romanzo ambientato nella provincia americana del Nord est nella Lombardia di oggi: mi ha colpito molto la corrispondenza verosimile tra quello stile di vita e il nostro, evidentemente abbiamo sposato quella cultura e quello stile di vita, ci siamo allineati perfettamente al modello americano.
Io, Piccolo e Virzì ci siamo divertiti moltissimo alle prese con questo lavoro matematico di composizione-scomposizione della trama con una logica complessa e molto sorvegliata del racconto che è preciso come un teorema.
Forse si è trattato in assoluto del film più avvincente, ricco e complesso che abbia mai sceneggiato.

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