20 October 2017

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CINEMA: Intervista a Paolo Virzì, regista del film "Il capitale umano"

  • CINEMA: Intervista a Paolo Virzì, regista del film "Il capitale umano"
Le velleit? di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice , il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre. E poi un misterioso incidente, in

Le velleità di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice , il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre.
E poi un misterioso incidente, in una notte gelida alla vigilia delle feste di Natale, a complicare le cose e a infittire la trama corale di un film dall’umorismo nero che si compone come un mosaico.
Paolo Virzì stavolta nel film "Il capitale umano" racconta splendore e miseria di una provincia del Nord Italia, per offrirci un affresco acuto e beffardo di questo nostro tempo. Stavolta è partito da un thriller americano? Il bellissimo romanzo di Stephen Amidon forse è qualcosa di più di un thriller.
Noi lo abbiamo adoperato con una certa disinvoltura, traendo elementi del plot e spunti per personaggi da un’abbondante materia letteraria che avrebbe potuto nutrire una dozzina di puntate di una grande serie HBO. Trasferendo il racconto dal Connecticut alla Brianza? Ma tieni presente che per me finora la Brianza era un territorio esotico, misterioso ed enigmatico come dev’esser stato la East Coast americana per un taiwanese come Ang Lee quando ha girato Tempesta di Ghiaccio.
Per l’appunto un film nel gelo di una provincia ricca, nei giorni del Thanksgiving.
Mi sentivo un regista in trasferta, alle prese con un intreccio di racconti da Comédie Humaine balzacchiana, ma immerso in un contesto sconosciuto e oscuramente minaccioso.
Durante le riprese ascoltavo spesso in cuffia certe musiche che stava componendo Carlo, che poi abbiamo usato nel film, suonate a volte da certi strumenti etnici che sembravano suggerirmi di guardare a quel gelido paesaggio lombardo come fosse una tundra mongola, una misteriosa Siberia dove le foreste sono pronte ad inghiottirsi da un momento all’altro le villette degli immobiliaristi, i centri commerciali, le ville padronali, le periferie degradate, tutto. È l’effetto che le fa la Lombardia, o è perché c’è dietro il film un discorso sulla fine di un mondo, di un modello di civiltà e di ricchezza? Evidentemente ero un po’ suggestionato.
Dall’atmosfera che cercavo per il film, dal girare comunicando in inglese con una troupe meticcia, lombarda, francese, con un paio di romani e un solo livornese.
Ero in Italia con attori italiani nordici o costretti, poveri loro, ad emettere suoni consoni con quel paesaggio, alle prese con tematiche e conflitti a noi molto familiari, ma allo stesso tempo ero all’estero, con un plot rielaborato appunto da un sofisticato noir americano, e cercando per il film una temperatura, un tono illustrativo che arrivasse da altrove.” Meno commedia all’italiana e più suspense americana e dramma francese? Senza rinunciare a una corrente sotterranea di ironia, magari stavolta meno tenera, meno dolce, più beffarda, direi.
E anche gli eventi drammatici non sono presi di petto con il pathos del melodramma, ma mi pare che si senta dietro un certo disperato sarcasmo, quella cosa che mi piace tanto da lettore e da spettatore in certi autori letterari e cinematografici ebrei americani, quella cosa che loro chiamano dark humour. Che tipo di rapporto è nato con Amidon: è rimasto in contatto con voi, ha discusso e approvato le vostre scelte? Stephen è stato entusiasta fin da subito, da quando l’ho contattato la prima volta via mail dopo essere riemerso emozionato dalla lettura del suo libro, con la convinzione ancora un po’ confusa di farne un film italiano.
È un vero cinephile, e avendo visto da qualche parte Caterina in the big city, mi ha accolto con una considerazione alla quale non avevo pensato, ovvero che Drew Hagel, il Dino del romanzo, fosse un parente americano di Giancarlo Iacovoni.
Ha poi letto le varie versioni del copione, senza fare una piega rispetto a come con Francesco (Bruni) e Francesco (Piccolo) stavamo sventrando il suo bel libro, anzi facendoci molti complimenti ed incoraggiandoci a farne cosa nostra.
Poi siccome abbiamo avuto occasione di conoscerci e di frequentarci, e posso dire che siamo diventati anche amici, quando finalmente ha visto un montaggio del film l’ho visto sinceramente, positivamente turbato.
Ma queste son cose che dovreste chiedere a lui. Ci ha abituati, con i suoi film, a guardare alla società italiana con un occhio speciale, per certi versi capace di rivelare attraverso l’ironia questioni spinose e controverse che poi finiscono per offrire spunti ai commentatori e ai giornalisti - quante volte sono stati citati passaggi di “Ferie d’agosto”, de “La Bella Vita” e di “Caterina va in città” nel parlare e nello scrivere di aspetti socio-antropologici dell’Italia degli ultimi vent’anni.
Questo suo undicesimo film sembra capitare proprio in un momento sociale delicato e drammatico: l’Italia sull’orlo del collasso finanziario, politico, istituzionale.
Ci aiuti a trarre subito qualche conclusione anche da “Il capitale umano”. Certe questioni è meglio sotterrarle nel racconto, nei personaggi, nei loro comportamenti, per non farle suonare sgradevolmente come dei proclami, o delle prese di posizione aprioristiche e quindi anti-narrative.
Se da una parte mi sembra che si debba nascondere un eventuale significato dentro un film che sia di per sé appassionante, anche senza bisogno di note a margine, dall’altra si può dire che seguire con scrupolo paziente il destino dei personaggi e l’itinerario di una vicenda porti a scoprire significati e considerazioni impreviste, che è interessante far emergere senza troppa enfasi.
E in questo film per l’appunto, i temi in campo sono numerosi: l’avidità, la competizione, l’agonismo, una ricchezza ambita attraverso la speculazione, il ruolo marginale della cultura, i conflitti sociali e quelli generazionali: ragazzi schiacciati dalle pressioni delle aspettative e dalle smanie di adulti egocentrici e irresponsabili.” E a proposito di generazioni, qui mette a confronto una squadra di grandi interpreti, ciascuno di loro inedito nei suoi film, con giovanissimi quasi o del tutto debuttanti. Mi sono tolto la soddisfazione di avere in un mio cast per la prima volta alcuni degli attori e delle attrici che ammiro di più, come i due formidabili Fabrizi (Gifuni e Bentivoglio), le due spettacolari Valerie (Golino e Bruni Tedeschi), l’ottimo Luigi Lo Cascio.
Vorrei dire almeno una parola su ciascuno, se ne ho lo spazio: Bentivoglio è un vero eroe della metamorfosi, la sua forza è non aver mai paura o vergogna del lato risibile, o sconcertante di un personaggio, nel quale si tuffa con un trasporto ed un abbandono che emoziona filmare.
Gifuni si è sentito finalmente autorizzato ad abbandonare la sua aria di squisita persona, democratica e perbene, per divertirsi ad indossare qualcosa di torvo, di inquietante e persino di volgare, ma senza mai perdere un’oncia della sua eleganza.
Poi ho finalmente coronato il sogno di avere in un mio film una creatura singolare come Valeria Bruni Tedeschi, una che fa vibrare la macchina da presa e che sa essere allo stesso tempo sexy e goffa, intensa e patetica.
Tra l’altro sono un sincero fan dei suoi intelligenti, spiritosissimi e dolenti film da regista.
Anche dell’altra Valeria, Golino, oltre che del suo carisma d’attrice genuina e anticonvenzionale, sono un ammiratore adesso del suo cinema, dopo quel popò d’esordio che è stato Miele.
Ma conto di averla ancora come attrice, perché porta sul set un’atmosfera di festa e di intelligenza.
Avevo insomma un set affollato di registi, perché c’era anche Lo Cascio, che spero si sia divertito, seppure in un personaggio più piccolo, nel disegnare quel suo professorino colto e astuto, conferendo serietà e credibilità, con la sua aria imperturbabile, anche a certi momenti di delirio erotico sopra le righe insieme alla signora Carla, davanti a certe inquadrature visionarie di Carmelo Bene.
Poi dovrei citare i tre ragazzi, Giovanni Anzaldo che fa Luca, l’unico ad avere idea del mestiere dell’attore, essendo gli altri due, Matilde e Guglielmo, creature portatrici di verità umane e di autenticità in purezza.
E poi una vecchia conoscenza come Gigio Alberti, la scoperta dell’ironia lombarda di Bebo Storti, l’incontro con lo stupefacente Paolo Pierobon, fuoriclasse ronconiano che non conoscevo, che scolpisce lo zio Davide scroccone stolto e violento approfittatore in due scene che sono due fucilate.
Infine, tra i tutti i miei collaboratori, sento di dover spendere una parola su una figura cruciale in un film come questo: la montatrice Cecilia Zanuso, che mi ha aiutato sia nel maneggiare il puzzle della vicenda, la cui struttura si prestava a lasciarsi ulteriormente ridisegnare in un montaggio, sia nel cercar di centrare l’insolita atmosfera del film.

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