21 September 2017

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CINEMA: Intervista a Tahar Rahim protagonista del film “Il passato”

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Tahar Rahim ottiene il primo ruolo importante nel 2009 nel film ?Il profeta? di Jacques Audiard (Gran premio al Festival di Cannes 2009). Il film riscuote un importante successo di critica e pubblico e nel 2010 l?interpretazione

Tahar Rahim ottiene il primo ruolo importante nel 2009 nel film “Il profeta” di Jacques Audiard (Gran premio al Festival di Cannes 2009).
Il film riscuote un importante successo di critica e pubblico e nel 2010 l’interpretazione gli vale il César come Migliore esordiente maschile e Miglior attore, oltre al Premio Patrick Dewaere.
Nel 2011, è sul grande schermo con il suo primo film in inglese, “The eagle” di Kevin Macdonald e in due film d’autore selezionati al Festival di Cannes (“Les hommes libres” di Ismael Ferroukhi, con Michael Lonsdale) e alla Mostra cinematografica di Venezia (“Love and bruises” di Lou Ye), prima di incarnare il Principe Auda in “Il principe del deserto” di Jean-Jacques Annaud.
Attualmente, sta continuando la sua carriera internazionale dal momento che incarnerà uno dei protagonisti del nuovo film di Fatih Akin, “The cut”.
E oggi ci parla del suo ruolo nel film “Il passato” di Asghar Farhadi. Originariamente avrebbe dovuto fare un film diverso da “Il passato” con Asghar Farhadi.
Di cosa si trattava e cosa è successo? Asghar aveva visto “Il profeta” e mi ha detto che il suo desiderio di lavorare con me era nato da lì.
Ci siamo incontrati e mi ha parlato di un progetto.
È passato tanto tempo ormai, ma ricordo che era la storia di un uomo e una donna che si innamoravano via internet.
La scrittura verteva su un problema preciso: l’utilizzo di una webcam.
Per farla breve, avremmo dovuto rivederci tre settimane dopo e durante quell’incontro mi raccontò la storia di “Il passato”.
Gli chiesi «E l’altro film?» e lui mi rispose «No, preferisco fare questo, è più vicino a me».
È stato sorprendente, ma poiché non avevamo ancora cominciato a lavorare… Perché ha scelto lei? Non lo so di preciso, ma penso che Asghar scelga gli attori in base al loro lato «plastilina».
Credo che ami trasformare le persone.
Non gli interessa prendere un attore e chiedergli di rifare quello che ha già fatto e ha ragione.
Del resto ha voluto ripulirmi di tutti i miei ruoli precedenti.
Ha visto tutti i miei film in modo ossessivo, fino al minimo dettaglio dei costumi.
A volte mettevo una giacca simile a una che avevo indossato in un altro film e lui protestava «No, quella l’ho già vista, non la voglio». Asghar le ha parlato delle sue origini? Abbiamo accennato all’argomento e abbiamo concordato che il film non doveva parlare di questo aspetto.
Il film è vicino a quella che è oggi la società francese, a come si fa a percorrerla con le nostre gioie e le nostre sofferenze, ma senza la questione del patrimonio culturale, della coppia che ha un passato di immigrazione, eccetera.
Asghar ha capito che la Francia ha superato questo fatto. Come definirebbe il personaggio di Samir? Come un uomo che si è stancato della vita.
È bloccato dal suo senso di colpa ed è anche incastrato tra un amore che è ancora vivo e un nuovo amore, tra una vita passata e la voglia di proiettarsi in una vita futura.
E, secondo me, è un uomo in un reale stato di perenne depressione, che tuttavia esteriorizza molto poco.
Se la cava, dando prova di maturità.
È un po’ più grande di me, è sulla trentina, e ha subito i traumi della vita.
Sicuramente è invecchiato più in fretta… Asghar mi ha trasformato, dando una leggera brizzolatura ai miei capelli e io ho scelto un’andatura un po’ più pesante, uno spostamento più lento, mentre io generalmente sono molto più speedy. Ha immaginato subito così il suo personaggio? All’inizio lo avevo immaginato un po’ più sorridente, un po’ più incline alle cose belle della vita, ma Asghar lo vedeva in modo diverso.
Ne abbiamo parlato a lungo.
Per lui, era un personaggio vicino a quello del padre in “Ladri di biciclette”.
Asghar mi ha chiesto di vedere il film di De Sica.
Voleva che capissi il rapporto quasi adulto che può avere un madre nei confronti del proprio figlio.
La mia natura e il mio percorso di vita mi spingevano ad andare verso un personaggio più allegro, ma alla fine aveva ragione Asghar. Il lungo processo delle prove è stato una novità per lei? Avevo provato molto per il film di Jacques Audiard, ma erano delle prove diverse, il cui obiettivo era trovare il personaggio, costruirlo.
Con Asghar si è trattato di andare nella sua direzione: voleva rendere malleabili i suoi attori affinché si fondessero nelle direzioni che lui avrebbe indicato. In che modo l’hanno arricchita queste prove? Mi hanno aiutato a comprendere il mio personaggio, ad adattarmi meglio alla modalità delle riprese, al metodo di Asghar, e anche a poter sviscerare un po’ di più i punti salienti della sceneggiatura e i rapporti tra i personaggi.
La cosa più importante è stata forse scoprire come la sceneggiatura, la storia in se stessa, sarebbe stata sublimata dalla mise en scène.
Nel corso delle prove sono emersi degli aspetti che non erano nella sceneggiatura, in particolare i rapporti emotivi tra i personaggi.
E tutto è diventato molto più complesso rispetto alla chiave di lettura che la mia esperienza mi aveva fornito. Insieme ad Asghar ha immaginato il passato di Samir in modo più preciso? Sì, abbiamo lavorato molto su questo aspetto.
Mi ricordo un esercizio: Asghar mi chiedeva come avevo conosciuto mia moglie, come era lei fisicamente ed era un esercizio reso molto più interessante dal fatto che non era stato preparato.
Era una vera improvvisazione.
Facevamo anche degli esercizi per imparare a osservare l’altro: io e il giovane attore che interpreta mio figlio dovevamo guardarci per una trentina di secondi, poi ci voltavamo di spalle e dovevamo descrivere in dettaglio i vestiti che indossavamo rispettivamente e i tratti del volto dell’altro.
Sono esercizi che appartengono alla vita precedente di Asghar, a quando faceva il regista teatrale, e sono stati molto efficaci per conoscere e integrare alcuni elementi biografici dei personaggi e quindi non doverci più pensare nel momento delle riprese.
Mi hanno permesso di radicarmi in un’altra vita. Durante le prove, avete anche inventato l’incontro tra Samir e Marie? Sì, è avvenuto semplicemente quando lui è andato a comprare le medicine per la moglie nella farmacia di lei.
In momenti di sconforto come quelli, due braccia accoglienti possono essere pericolose o salvifiche, a seconda dei casi! Marie aveva anche portato la biancheria a stirare e in quel momento Samir ha trovato qualcuno con cui parlare.
È così che succede nella vita! Sul set, come si è adattato al metodo di lavoro molto meticoloso di Asghar Farhadi? Mi sono adattato! In me, l’energia si disperde sempre a un certo momento, non riesco a restare in uno stato costante, mi è impossibile.
Il mio modo di decomprimermi, è di rilassarmi tra un ciak e l’altro.
E quando devo girare una scena difficile e devo restare concentrato, bisogna davvero cogliere l’attimo in fretta perché non è facile essere sinceri e autentici nell’esprimere un sentimento! Ricordo un aneddoto che testimonia la precisione di Asghar.
Dovevamo girare una delle ultime scene del film, quella in cui vediamo Samir attraverso una finestrella di una porta.
Mi avevano alzato leggermente per ottenere la composizione che Asghar desiderava.
Poi dovevamo girare il controcampo, che era abbastanza lungo, in cui mi si vede di spalle e per farlo bisognava ovviamente togliere la piccole tavole su cui ero salito.
Asghar mi ha chiesto di retrocedere di due passi in modo che la prospettiva desse l’impressione esatta, facesse credere che io fossi nello stesso punto.
Nessuno avrebbe notato nulla, ma per lui era importante. Qual è il sentimento prevalente che pervade Samir? La tristezza? Il senso di colpa? Entrambi e penso anche l’indecisione.
E oltre a questi tre sentimenti, anche l’amore, ovviamente, perché se non provasse amore, la sua situazione sarebbe presto risolta.
A volte l’amore porta a circostanze complesse come questa. Qual è il ruolo del personaggio di Ahmad, secondo lei? È un catalizzatore e, alla fine, unirà Samir e Marie.
Capita di brancolare nella nebbia e di aver bisogno di una scossa per riuscire ad andare avanti.
Può essere importante che un elemento esterno intervenga a restaurare un dialogo divenuto impossibile. Samir non mostra un’animosità aperta nei confronti di Ahmad, né mostra versi segni di affetto a Marie.
È quello che le ha chiesto di fare Asghar Farhadi? Sì, è una sua richiesta precisa.
Io tendevo a mostrare un po’ di più, a cercare di essere più affabile e Asghar non voleva.
Aveva ragione rispetto alla situazione di Samir: accompagna una persona malata, con la quale non può più realmente comunicare, è in uno stato di attesa che gli impedisce di accedere alla felicità.
Ancora una volta, Asghar è il più meticoloso dei cineasti con cui ho lavorato.
Grazie a lui, ho unito per la prima volta il lavoro interiore e il lavoro esteriore e quando dico esteriore mi riferisco alla scenografia teatrale, cioè, per esempio, certi movimenti molto precisi, quasi coreografati.
A volte, Asghar ha qualcosa del burattinaio che vorrebbe dare vita alla sua marionetta.
E questo mi piace, quando ho fiducia in qualcuno.

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