22 September 2017

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Intervista a Cesare Oliva: l'arte di dipingere

Cesare Oliva se dovesse presentarsi ?come lo farebbe? Nell?opera di Oliva coesistono pluralit? di indagini alla cui base emerge l?interrogarsi sui limiti della conoscenza umana, la difficolt? di comunicazione tra gli esseri

Cesare Oliva se dovesse presentarsi come lo farebbe? Nell’opera di Oliva coesistono pluralità di indagini alla cui base emerge l’interrogarsi sui limiti della conoscenza umana, la difficoltà di comunicazione tra gli esseri umani e l’intento di porvi rimedio almeno in parte.
Tali riflessioni risentono della crisi mondiale, che coinvolge tutte le strutture organizzate di una società geopoliticamente sempre più complessa e conflittuale.
Come per altri artisti ed intellettuali della cultura postmoderna, l’opera di Oliva si pone come possibile contributo per la ricostruzione di una società differente, confrontandosi teoricamente con le molteplici urgenze sociali, attraverso una visione decostruttiva dei vecchi sistemi di pensiero egemonici e tramite un duro lavoro di revisione delle strutture epistemologiche della conoscenza.
Affermando nuove teorie d’indagine e aderendo a correnti culturali quali il Surrealismo o ad alcune teorie scientifiche ultime, l’artista, con opere prodotte in periodi diversi, indaga i limiti della percezione umana della realtà e del sapere aprioristico, per riformularlo tramite il confronto con i dibattiti postmoderni già citati, soprattutto nell’ambito delle posizioni filosofiche post-strutturaliste. Sin dalla prima fase della sua produzione artistica infatti, Oliva promuove anzitutto la difesa del libero esercizio di pensiero attraverso l’adesione al Surrealismo.
Raffigurando il mondo surreale e subcosciente, caratterizzato dall’assenza censoria della coscienza, fa emergere il processo reale del pensiero.
Grazie al percorso surrealista, l’artista si identifica anche con la corrente artistico-letteraria latino-americana del Realismo Magico, sviluppatasi soprattutto negli anni '60 e '70 e legata a elementi mitologici appartenenti al substrato indigeno e africano.
La sua adesione a questa corrente, viene interpretata soprattutto in opposizione alla cultura egemonica occidentale ed eurocentrica. Il desiderio di rottura e di revisione della semiotica esistente e la ricerca di una realtà che vada al di là dei limiti della percezione umana, vanno messi in risalto in un’altra fase della sua produzione artistica, nell’ambito di un percorso dialettico tra Arte e Scienza.
In questa fase l’artista si confronta in particolar modo con quelle moderne posizioni scientifiche, volte a dare la spiegazione ultima della realtà.
Riflettendo sul superamento tridimensionale della geometria euclidea con la fine degli specialismi lineari e dei punti di vista fissi, l’artista acquisisce la scoperta dello spazio curvo einsteiniano e lo sviluppo geometrico dello spazio a quattro dimensioni, concordando con la scienza l’inaccettabilità della divisione in settori della conoscenza.
Si interessa perciò a quella parte della fisica che punta alla scoperta di una teoria omnicomprensiva regolatrice di tutte le leggi di natura e dell’universo.
Le opere di questo periodo denotano pertanto il superamento dei parametri esclusivi della geometria cartesiana ed euclidea e una riflessione sulle teorie che ruotano attorno alla rappresentazione della forma poliedrica dell’ipercubo o tesseract, e all’allusione alla quarta dimensione.
Il tesseract ha costituito per l’artista l’oggetto che riunisce le caratteristiche principali della pluridimensionalità e si rivela uno strumento utile alla rappresentazione prospettica di tutti i piani dell’ipercubo, che sono molteplici, dando luogo allo sviluppo di una prospettiva o pittura “ipercubista”, esibita per la prima volta al Montreal Art Exchange tra il 1985 ed il 1986. Oliva applica l’illusione ottica della prospettiva in entrambi i lati di tutti i piani del tesseract, su un oggetto tridimensionale quindi anziché su un piano dimensionale, che secondo la teoria dell’ipercubo, sarebbe l’ombra del cubo nella quarta dimensione.
Ciò da luogo a una visione pluriprospettica, ovviamente maggiore di quella tridimensionale e più completa dell’oggetto, che viene visto da tutti i lati senza perciò cadere nella scultura, ma rimanendo nella bidimensionalità e riflettendo il passaggio della percezione umana in più dimensioni rispetto a quella tridimensionale. L’artista quindi compie una analisi dello spazio e dell’universo che ci circonda tramite una scomposizione prospettica che permette di osservare da tutti i punti di vista, e allude all’esistenza di una dimensione non percepita dai nostri sensi.
Ogni angolazione della composizione ha una posizione centrale e non gerarchica, da qualsiasi parte la si osservi.
A differenza di Picasso, che scompone l’oggetto per poterlo narrare, Oliva vuole scoprire la vera forma dello spazio che ci circonda attraverso il “piegamento dello spazio” stesso.
Sovverte dunque lo spazio a modo suo, in base alla convinzione che sono i nostri sensi ad orientarlo, mentre potrebbe avere una forma a noi ignota fuori dalla percezione umana.
Ciò comporta una percezione più ampia dello spazio.
Attraverso la pittura ipercubista, l’artista si pone inoltre l’obbiettivo di superare il limite della frammentarietà della percezione, di cui è vittima la società contemporanea, anteponendo il bisogno di decifrare ciò che ci circonda in modo integrale e universale, in antitesi alla tendenza attuale di percepire solo aspetti particolari degli oggetti, senza la capacità di inserirli nell’ambiente preso nel suo insieme.
Nella pittura di Oliva si potrebbe parlare dunque di neo-umanesimo, la cui complessa integralità geometrico-spaziale costituisce una metafora per il superamento dei particolarismi, risorgenti nazionalismi e localismi, che restringono la complessa, ampia e accogliente visione dell’umanità. Infatti una ulteriore indagine dell’artista verte sui limiti di pensiero e di percezione della realtà, nella sfera delle interrelazioni, che determinano difficoltà di comunicazione tra gli esseri umani.
In affinità con alcune posizioni filosofiche post-strutturaliste, e riflettendo sui conflitti generatisi nell’epoca della globalizzazione, Oliva analizza il processo che dà origine ai limiti e ai conflitti di ogni cultura e ne ipotizza la causa nella imposizione di un unico o di pochi processi mentali, che determinano sistemi di pensiero e di significato chiusi.
Rispetto all’arte, la creatività va di pari passo con la libertà di pensiero e di azione.
La creatività viene danneggiata quando viene privata di libertà, giacché la mancanza di libertà pone un freno al libero scorrere dell’analisi.
Ciò viene espresso nel suo Manifesto Riflessionista creato dall’artista a partire dal 1990.
Quest’ultimo fu reso noto in qualche occasione, come in un articolo pubblicato nel 1995 o durante la distribuzione pubblica del manifesto alla Biennale di Firenze nel 1999.
Nel Manifesto Riflessionista si propone dunque l’obbiettivo di analizzare la realtà che si nasconde nel processo mentale stesso utilizzato per analizzarla.
L’analisi della realtà è dunque l’analisi dei processi mentali utilizzati per indagarla. Limitarsi ai pochi sistemi di pensiero e di processi mentali consentiti dalla cultura e dalle leggi di una società e a dei modelli precisi è fortemente limitativo.
Si percepisce perciò una realtà immobile, con la conseguente sterilizzazione della creatività intellettuale all’interno e all’esterno dell’essere.
La creatività è dunque una delle caratteristiche umane che va mantenuta il più possibile sana e protetta.
Per quanto riguarda l’arte dunque, secondo l’opinione di Cesare Oliva, l’artista risulta essere più evoluto quanto più percepisce che tutti gli stili sono validi e che non vi è uno stile superiore ad un altro.
Di conseguenza può prendere da ciascuno stile solo quello che gli interessa, combinandolo con altri stili come una tavolozza di colori.
L’elaborazione di diversi processi mentali determina un’arte cosciente.
Confrontandosi con alcune posizioni post-strutturaliste, attua quindi una critica delle verità inappellabili e dei valori indiscutibili promossi da questi sistemi di pensiero chiusi, che generalmente appartengono alla cultura gerarchica, autoritaria, istituzionalizzata ed etnocentrica.
Oliva contrappone dunque un processo mentale aperto, basato su apporti diversi che, attraverso una sintesi, costituiscano un metodo di percezione e di analisi più efficace.
Tali indagini, vengono rappresentate a livello figurativo attraverso un processo di decostruzione e condensazione delle forme.
Il processo di compressione di immagini e forme non è dunque l’oggetto centrale e significante di queste opere, lo è invece il vuoto che viene fuori da questo processo di compressione e che allude allo spazio o alla dimensione sconosciuta su cui riflettere, e a cui attribuire nuovi significati semantici. Le riflessioni personali di Oliva, messe a confronto con alcune tra le tematiche più rilevanti del pensiero attuale, producono una indagine interessante per comprendere gli aspetti asimmetrici e conflittuali delle culture contemporanee e costituiscono un invito all’accettazione di diversi processi mentali ugualmente validi ai fini di una pluralità di comunicazioni e di interpretazioni della realtà.
In particolar modo, il contributo dell’artista in questo contesto va inserito in quelle tendenze ideologiche più recenti, attente ad una “dimensione culturale” più aperta ed elastica rispetto alle rigide norme e agli usi morali proposti dalla modernità.
Un’altra fase dell’opera di Oliva è legata maggiormente al riscontro sociale e multiculturale dell’artista nei suoi anni trascorsi in Canada.
In questo periodo infatti, aderendo a posizioni neoespressioniste, compie una analisi dello stile di vita delle grandi città del Nord-America, delle sue alienazioni, frustrazioni e solitudini, a cui contrappone a volte un sentimento nostalgico della sua cultura di origine, attraverso una serie di riferimenti e citazioni simboliche del nostro passato culturale. Cesare Oliva e l’arte: come quando, dove perché L’attività pittorica di Cesare Oliva, consiste in una vastissima produzione di opere.
Durante la sua carriera, l’artista ha divulgato la sua opera attraverso la realizzazione di mostre ed eventi, conseguendo riconoscimenti pubblici in importanti gallerie ed enti culturali di Caracas, Italia, New York e Canada.
In Italia, ad esempio, la sua opera si è distinta con diverse mostre in ambiti pubblici che caratterizzano la scena culturale della città di Firenze, come la Biennale di Arte Contemporanea, le mostre della Sala d’Archi di Villa Pozzolini, di Villa Vogel, o del caffè storico-letterario Giubbe Rosse.
Nel resto d’Italia, ha anche vinto diversi premi o esposto in importanti gallerie nazionali, come quella romana di Ca d’Oro.
Dal 1996 vive a Firenze, dove ha avuto diversi riconoscimenti artistici, come il premio Firenze XVII.
Durante il suo soggiorno canadese, oltre ad aver effettuato mostre in alcune gallerie di Toronto e di Montreal, e all’Istituto italiano di cultura di Montreal, ha realizzato opere pubbliche tra cui va ricordato un ciclo di murales al Jewish Hospital of Hope.
Ha inoltre realizzato numerose copertine di libri per diverse case editrici, sia canadesi che italiane. come: Da piccolo, da molto giovane disegnavo su qualsiasi cosa mi ricordo che un maestro a scuola mi mandò a pulire tutti i muri con sapone.
Sono contento di non essermi fatto scoraggiare e lo feci ancora addirittura firmando con il mio nome.
Non le dico dopo cosa successe! Avevo appena sei anni il disegno era bellissimo e a molti miei amici piaceva tanto, anche a una mia maestra preferita mi disse che somigliava molto alla direttrice.
Ovviamente la direttrice si offese perché avevo osato ritrattarla, mi ricordo infatti che era un po’ bruttina. Mio nonno si occupava d’importazione di articoli Italiani in Venezuela, erano gli anni 50, ed erano frontiere tutte da esplorare crescevo tra europei Italiani Portoghesi Americani del nord che si occupavano di petrolio, Spagnoli, Venezuelani di ogni tipo Neri Indios, sambos, mulatos, mestisos. Avevo però un punto di riferimento, un angelo custode, mia nonna che mi ha insegnato la sensibilità per l’arte, l’opera, la musica, la pittura come Caravaggio, mi insegno a ballare il tango il valzer.
Era una donna molto sensibile e colta, mi ricordo che leggeva sempre e parlavamo molto d’arte.
Ho avuto questo supporto emotivo fino agli anni 90 quando morì comunque già anziana. Cominciai a disegnare bene da molto piccolo, già a 4 anni facevo disegni e ritratti verosimili.
All’età di sei anni, in collegio in Italia, mio Nonno lasciò il conto aperto allo spaccio dove consumavo un’acquerella a settimana mentre gli altri ragazzi compravano macchinette e figurine della juve.
Fino ad una certa età ho sempre vissuto tra L’Italia e il Venezuela.
Ho perso il conto di quante volte cambiai paese so che la scuola primaria la feci in quattro posti diversi e in due paesi diversi 2 volte. A 10 anni mi era già innato l’impressionismo, poi anche il cubismo, nell’adolescenza facevo delle opere metafisiche e questo oltre alle solite madonne e figure religiose all’italiana tipiche della nostra cultura. Per un periodo mi piacque Michelangelo, ma mi innamorai perdutamente di tutti i lavori di Leonardo Da vinci, stava al mio genio come vedeva la realtà, continuai per la via metafisica in cominciando a conoscere le opere di De Chirico, continuai, per la strada surrealista. Questi furono i miei inizi, anche se la mia prima mostra, una sorta di realismo impressionista – fauve - espressionista, a Caracas all’età di 17 anni alla galleria Art Nouveau dove vendetti il mio primo quadro ad un petroliero di Dallas. La seconda fu allestita un anno e mezzo dopo nella galleria Neri Garban, che era una pittrice premiata con la più alta carica dal Presidente del Venezuela, lei mi aiutò molto a valorizzarmi e a capire che il mio talento non era comune.
Questi furono gli anni nei quali presi fiducia in me stesso, il resto venne da se.
Studiai, maturai mai lasciando la pittura anche se per un periodo ebbi delle titubanze musicali già che la musica mi viene facile dovetti decidere a un certo punto la disciplina che era più forte in me.
Decisi per le arti plastiche quando intrapresi di studiare la musica. Dal 1973 vennero altri spostamenti, a Caracas si unirono Toronto, Montreal Roma, New York. Cosa significa essere un pittore nel 2012? Dipingere è un’attività non convenzionale, sembra proprio quasi non riconosciuta come una professione dalla maggior parte della gente.
A seconda dal paese nel cui vive un pittore o artista visivo vive ci sono vantaggi e svantaggi, questa attività è in certo modo legata alla cultura eppure non ci sono finanziamenti ne agevolazioni come potrebbe avere il cinema o l’editoria per esempio.
In altri paesi, come gli USA e il nord america in generale ci sono i cosi detti “grants” (aiuti economici) e so che nella maggior parte dei paesi Europei ci sono pure fondi stanziati dall’unione europea ma in Italia non se ne sente proprio parlare.
Borse di studio, residenze, sponsorizzazioni, rimborsi per viaggi promozionali e partecipazioni e fiere ed eventi importanti, sono tutte cose statali alle quali in altri paesi basta applicare con facilità e se l’artista presenta un buon progetto riesce in qualche modo ad ottenere fondi.
Ci sono addirittura facilitazioni e sconti fiscali per aziende che investono nell’arte.
Eppure in Italia l’arte viene apprezzata e capita forse di più che in qualsiasi altro posto e quindi diventa una contraddizione che ferisce. Capire la realtà in un certo modo ed lasciarne testimonianza attraverso l’opera d’arte, in una maniera rilevante per gli altri esseri umani e per la storia e che questo possa in certo modo costituire un fattore di arricchimento umano e di elevazione della qualità di pensiero e di esistenza.
Diventa importante opporsi incisivamente a tutta sorta di strumentalizzazione dell’arte per fini ideologici, economici e politici, non cadere nello star system, che molto spesso ha dei valori effimeri.
Infatti dopo un po’ di anni certi investimenti consigliati da cosi detti esperti, spesso di somme ingenti, si dimostrano sciocchi e addirittura sprecati in opere che non mantengono il valore.
Bisogna stare attenti e questo, lo direi quasi come consiglio ai giovani artisti, che è pericoloso farsi travolgere da movimenti e teorie altisonanti, che potrebbero sembrare utili per diventare noti, ma che potrebbero rovinare la vera ricerca artistica che avrebbe potuto realizzare se non avesse dato affidamento a delle tendenze spesso sbandierate da famosi nomi che solo possiedono tutti i mezzi e il circuito già creato per farsi sentite al disopra delle vere ricerche artistiche che sono spesso l’underground.
“Undeground” è proprio la parola con la quale potrei definire la vera arte dagli anni 80 fino ad oggi ed è proprio la parola che si utilizzava per la musica pop proibita dai grandi interessi dominanti dagli anni 50 al 79 quindi considero che la maggior parte dei buoni pittori e della buona arte e oggigiorno nascosta nel grande ammasso informativo. Vuol dire Creare in piena libertà di canoni e di condizionamenti, approfittando di tutte le scoperte che altri artisti che ci anno preceduto anno conquistato con sacrificio, non ricadere in nessun modo in problemi già superati come gli accademismi non solo formali e ideologici, di consenso accademico o commerciale.
Creare liberi, onorando la piena libertà della creatività umana, liberandosi dai “sacerdoti e vescovi” dell’arte che fanno le politiche di certi “musei di mondiale fama dell’arte”.
Bisogna ignorare e non prendere rischi il più possibile e non farsi influenzare dalle tendenze contemporanee che tentano di trasformare l’arte in una moda che va e che viene.
Bisogna non lasciarsi condizionare dall’arte snobbistico del tempo che ci circonda e prendere esempio solo da artisti che hanno già dimostrato che rappresentano un tesoro per l’umanità.
Bisogna evitare di sottoscriversi a qualsiasi maniera del ben trovato e del l’arte dell’impatto che non regge nel tempo.
Bisogna essere particolarmente attenti a quelli che sembrano aver trovato una via, una soluzione alla confusione attuale, già che è fin troppo facile cadere quando si è nel buio fidandosi di chiunque dice aver trovato la luce. Come definisce le sue opere? Le mie opere comprendono vari periodi partendo dagli anni 70 il surrealismo e il metafisico finendo nei settanta con una nuova figurazione che si sviluppa in una figurazione quasi neo espressionista dove si esaltano gli elementi dalla vita urbana della città infatti la maggior parte della serie ossessive de quei giorni dance in modern city, walk in modern city, modern city. Nello stesso periodo stavo lavorando ad una mia teoria chiamata ipercubismo che sono delle ricerche personali dettate da preoccupazioni spazio temporali che sfociano in un ipercubismo.
Dopo di questo, negli anni 90, feci una ricerca chiamata Riflessionismo, che si basa in un metodo di analisi della realtà utilizzando i processi mentali.
Pubblicai un manifesto, ed è proprio la particolarità del riflessionismo che mi ha portato spaziare nella pittura gestuale- tachista per un po’ di anni, fino a ritornare alla figurazione cercando, però, un nuovo inizio, rivalutando la storia lineare dell’arte, volendone uscire per ricominciare partendo da un punto lontano per trovare le cose che ci siamo lasciati indietro e per poter incorporare quelle cose.
Questo mio tentativo ha l’intento di cercare i punti di svolta che hanno portato l’arte all’esasperazione di se stessa attuale. Quanto prende in considerazione il giudizio dei critici? I critici sono utili quando servono da intermediari tra l’artista e il pubblico già che l’artista non sempre se la sente di tradurre le suo opere in parole.
Per me è un utile comunicatore che aiuta a collocare l’opera d’arte in un contesto logico storico – sociale - antropologico.
Per questo motivo diventa importante che il critico sappia in modo approfondito di storia dell’arte, un po’ anche di filosofia o per lo meno la storia della filosofia ma non solo “una” delle versioni di essa già che nel mondo odierno non si può più vedere l’arte in un contesto etnocentrico. Il critico deve sapere anche molto di sociologia per saper comunicare ed inserire nel contesto sociale l’opera d’arte.
Spesso accade, però, con la buona arte che l’opera sorpassa il tempo presente e spesso ne il critico ne lo storico dell’arte riescono a capirla.
In tale caso sarà la storia a dire cosa sarà rilevante o meno. Do molta importanza a critici che non si mettono in primo piano al di sopra dell’artista ma che mantengano il loro posto con grande umiltà davanti all’opera e all’artista.
Molto spesso si vedono critici che credono di possedere il tocco di Midas o che appartengono ad una burocrazia che risponde a necessità lontane dall’arte.
Da ormai molto non mi faccio abbagliare da tali personaggi.
Esistono invece critici che sento con piacere e che dai quali si percepisce un apporto costruttivo verso la cultura come Jurgen Klaus ed anche Hereward Lester Cooke curatore della National Gallery of art (Washington) dal 61 al 73.
Non a caso, anche se questi due critici appartengono a due facce diverse della medaglia, sono stati tutti e due dei bravissimi artisti. La critica implementa molto spesso il metodo analogico che è poi il metodo più generalizzato che utilizza parametri scientifici ma questi appartengono al presente, quindi al momento stesso.
Questo metodo, per quanto efficace, non arriva perché, quando l’arte scappa dal presente o si muove in avanti la critica fa fatica a capire cosa sta succedendo quindi è a posteriori che questo metodo funziona meglio ed anche in questo caso c’è una grossa componete d’interpretazione già che l’analista non sta vivendo il passato, ma continua ad interpretarlo con i condizionamenti del momento presente.
Il metodo della critica comunque non è mai completamente adeguato anche quando i risultati sono positivi giacché la pittura, l'arte, la ricerca artistica di colpo fa un passo avanti e il concetto viene superato all’istante.
Per ciò è a volte molto azzardato fare delle affermazioni sull'arte. Che posto occupa la pittura nella società odierna? La pittura nella società odierna è, con le altre discipline artistiche, una delle uniche connessioni con la dimensione umana più elevata diciamo vicino allo spirito.
Dovrebbe insegnarsi a scuola già dalle elementari come leggere un opera d’arte anche come sentire la musica e cosi via, in modo che un domani queste non rimangano senza pubblico interessato lasciando generazioni di giovani diventare preda di valori effimeri del mercato consumistico quando invece nella tenera età, quando le loro menti sono affamate di conoscenza si potrebbe facilmente educarli all’apprezzamento dei valori artistici dando loro strumenti per diventare essere umani più completi e con una visione più aperta sul mondo.

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