Violenza sulle Donne: perché è così difficile denunciare i familiari?

La Violenza Sulle Donne si consuma, nella maggior parte dei casi, all’interno dell’ambito familiare, ma raramente è seguita da denuncia: esiste un modello teorico che spiega il perché e si chiama Immunity Doctrine.

Violenza sulle donne
(Pexels)

La famiglia dovrebbe costituire, per la maggior parte delle persone, un luogo sicuro all’interno del quale trovare accoglienza, rifugio e sostegno. Molto spesso però questo non avviene e, soprattutto per le donne la famiglia si trasforma fin troppo spesso in un luogo di paura e di sopruso, all’interno del quale si consumano diverse forme di violenza.

La violenza fisica infatti è solo quella più evidente tra le molte forme di sopruso subito dalle donne ogni giorno, ma la violenza psicologica, che spesso sfocia in un vero e proprio abuso, è ancora estremamente diffusa.

Stando ai dati raccolti dall’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) la consapevolezza delle donne è aumentata nel corso degli ultimi anni: oggi le donne sono in grado di comprendere quando sono vittime di violenza e spesso riescono anche a individuare con precisione il tipo di violenza a cui sono sottoposte.

Purtroppo però il rapporto tra la violenza contro le donne che si verifica in famiglia e le denunce di questi episodi è ancora molto scoraggiante: oggi il 29,6% delle donne considera la violenza subita come un reato e procedono a denunciare gli abusi più spesso di quanto facessero in passato. Oggi l’11,8% delle donne si rivolge alle forze dell’ordine dopo aver affrontato un episodio di violenza. Nel 2006 le donne disposte a sporgere denuncia erano appena la metà.

Perché le donne non denunciano la violenza subita in famiglia? Si tratta di un meccanismo psicologico e sociale che è stato analizzato anche in ambito giuridico.

Immunity Doctrine: perché la legge rimane a margine della famiglia?

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25 Novembre: giornata mondiale contro la violenza sulle donne (Istock)

Come ha ricordato il Presidente Giuseppe Conte durante la conferenza stampa del 24 Novembre 2000, la famiglia (sia quella di origine sia quella che si costruisce da adulti) è considerata come un nucleo completamente immune all’applicazione delle leggi che regolano il resto del mondo.

Dal momento che conosciamo personalmente i membri della nostra famiglia siamo in grado di comprendere a fondo i loro pensieri e le loro motivazioni, arrivando a giustificare e assecondare azioni che, se commesse da altri individui, probabilmente non approveremmo mai.

Questa giustificazione, che spesso si accompagna a una spessa coltre di omertà, si applica anche (forse soprattutto) agli episodi di violenza che avvengono all’interno delle mura domestiche.

Bisogna specificare che si parla di violenza familiare molto spesso in relazione alla violenza di genere, cioè alla violenza che gli uomini praticano nei confronti delle donne, soltanto perché è la forma più frequente di violenza familiare. Questo però non significa che all’interno delle mura domestiche non si verifichino episodi di violenza a danno di uomini o di bambini.

L’Immunity Doctrine spiega per quale motivo i membri della famiglia tendano a giustificare e nascondere gli episodi di violenza che si verificano all’interno di essa, a prescindere dall’identità e dal sesso della vittima: il concetto di base è che la famiglia è estranea alla legge, in ambito familiare non c’è bisogno della legge, poiché sono le dinamiche interne alla famiglia a regolare i rapporti tra i vari membri del “clan” e a decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. L’obiettivo di fondo è sempre quello di mantenere l’integrità e la coesione della famiglia: affermare l’esistenza di un problema all’interno della famiglia significa minare sia la sua solidità interna sia la sua immagine sociale. 

Per questo motivo, anche se non se ne rendono conto, le donne che subiscono violenza in famiglia non si rivolgono direttamente alle forze dell’ordine, preferendo parlare con amici e conoscenti. reati commessi in famiglia infatti non vengono quasi mai considerati reati ma solo “episodi spiacevoli”, “bravate”, “casi sfortunati”, “casualità” e così via.

Si tratta in qualche modo di un meccanismo di difesa: la mente della vittima non riesce ad accettare che la famiglia non sia l’oasi felice che dovrebbe essere e quindi preferisce nascondere l’evidenza continuando a subire.

Si tratta di un meccanismo assolutamente tossico, che è necessario riconoscere e rompere a tutti i costi: bisogna riconoscere quelli che si commettono in famiglia come reati veri e propri.

A chi rivolgersi per denunciare episodi di violenza in famiglia?

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Femminicidio le domande da porsi (Fonte: GettyImages)

La violenza sulle donne è aumentata enormemente durante il primo lockdown, durante il quale si è registrato un femminicidio ogni due giorni a fronte di un calo complessivo degli omicidi.

Questo significa che mai come nel periodo della pandemia è necessario conoscere quali sono i mezzi a disposizione di una donna vittima di violenza per liberare se stessa ed eventualmente i propri figli: