L’Abruzzo si proclama zona rossa: il braccio di ferro sulla scuola

L’Abruzzo si è auto dichiarato zona rossa: per il Presidente Marco Marsilio non c’era altra scelta, e la scuola è stato un tema difficilissimo da affrontare.

Marco Marsilio abruzzo zona rossa
Marco Marsilio, governatore della Regione Abruzzo (Instagram)

Marco Marsilio si è consultato a lungo con la propria giunta regionale e a quanto pare il Presidente e gli assessori della Regione Abruzzo hanno votato all’unanimità per imporre in Abruzzo misure più restrittive rispetto a quelle suggerite dal governo di Roma.

L’Abruzzo era stato dichiarato zona arancione e non era nemmeno tra le regioni considerate “sorvegliate speciali”, cioè in pericolo di una rapida escalation verso una situazione sanitaria più grave.

Nonostante questo, per volontà degli amministratori diretti della regione, i cittadini abruzzesi sperimenteranno la versione delle misure di sicurezza anti Coronavirus più prossime al primo lockdown.

La decisione è stata presa dopo un confronto con il governo centrale e soprattutto con la ministra Lucia Azzolina. Il problema della gestione dei bambini in età scolare era, infatti, un nodo centrale della questione Abruzzo.

Abruzzo zona rossa: che fine fanno i bambini?

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Nelle regioni rosse la didattica in presenza è sospesa per le scuole di ogni ordine e grado al di fuori di materne ed elementari. L’intenzione del Presidente della Regione Abruzzo sarebbe stata quella di imporre misure ancora più restrittive di quelle applicate in tutte le altre zone rosse d’Italia: aveva cioè intenzione di sospendere completamente la didattica in presenza, anche per i bambini più piccoli.

La proposta è stata fortemente criticata dalla Ministra Azzolina, che ha sicuramente sottolineato l’importanza della socializzazione per i bambini più piccoli, i quali hanno già sofferto per mesi della lontananza dai propri compagni, ma sono stati problemi di ordine pratico a convincere il Presidente Marsilio a tornare sulle proprie decisioni.

L’idea di sospendere la didattica in presenza avrebbe costretto le famiglie dei bambini in età scolare a trovare modi alternativi di badare ai bambini mentre i genitori erano al lavoro. Nel piano del governo, infatti, non sono stati previsti bonus baby sitter e non sarà possibile usufruire di congedi parentali speciali in previsione delle nuove esigenze a cui le famiglie andrebbero incontro con le scuole chiuse.

“Sulla scuola c’è stata una discussione molto ampia ma abbiamo ritenuto, e siamo tutti d’accordo nella giunta e nella maggioranza, di non poter accogliere nemmeno volendo la richiesta da parte del Gruppo Tecnico Scientifico di chiudere le scuole di ogni ordine e grado. L’attuale disciplina di legge non consentirebbe alle famiglie di affrontare questo problema, dal momento che rimangono aperte le attività economiche e i genitori devono poter recarsi a lavoroha spiegato Marsilio.

Tra l’altro, se il Presidente della Regione Abruzzo avesse effettivamente chiuse le scuole, il governo di Roma avrebbe potuto impugnare il provvedimento che sarebbe stato in contrasto con una norma emanata a livello nazionale. Non bisogna nemmeno dimenticare che varie associazioni di cittadini hanno già avviato diverse proteste negli scorsi giorni, al fine di attirare l’attenzione del governo sulla necessità di conciliare le attività lavorative dei genitori con la necessità di badare ai bambini che non vanno a scuola. Se una volta questa delicatissima funzione sociale era affidata ai nonni, nella situazione odierna si tratta di un’ipotesi completamente impraticabile.

bambini non sviluppano sintomi gravi, come è stato possibile osservare nel corso della prima ondata di Coronavirus, ma contraggono il virus esattamente come gli adulti, rimanendo asintomatici.

Incoraggiare o porre le condizioni di uno stretto contatto tra i bambini e i nonni significherebbe esporre a un gravissimo rischio di contagio le cosiddette fasce deboli della popolazione, cioè i cittadini al di sopra dei 65 anni di età.

Si tratta di un’evenienza che l’Italia, e in questo caso l’Abruzzo in particolare, non si può assolutamente permettere di affrontare. L’occupazione dei posti letto in terapia intensiva ha infatti superato la soglia del 30%, considerata soglia d’allarme. Inoltre il rapporto tra il numero dei tamponi effettuato e quello dei tamponi positivi sta aumentando progressivamente, causando grande preoccupazione sia tra gli amministratori sia tra i cittadini.