Quando l’ansia ti prende al cuore: l’infarto e altri pericoli

I sintomi di un attacco d’ansia e i sintomi di un infarto sono molto simili tra loro, ma quale relazione c’è (davvero) tra chi conduce una vita piena d’ansia e le malattie cardiocircolatorie?

ansia infarto
(Pixabay)

Coloro che soffrono di attacchi d’ansia o che sperimentano spesso stati d’ansia sanno perfettamente che l’ansia si manifesta attraverso sintomi fisici che possono spaventare moltissimo coloro che li subiscono.

Questo è dovuto al fatto che la maggior parte dei sintomi fisici dell’ansia sono a carico del cuore e a carico dello stomacoSe però il mal di stomaco, la nausea e forti bruciori gastrici possono risultare fastidiosi è anche vero che nessuno di questi sintomi può indurre a pensare di essere in pericolo di vita. I sintomi legati al comportamento del cuore, invece, sì.

Molto spesso infatti i sintomi tipici dell’attacco d’ansia vengono scambiati con i sintomi di un infarto e, talvolta, quest’associazione mentale può comportare seri problemi al benessere psicologico e fisico di un individuo.

Quale relazione c’è davvero tra l’ansia e i problemi di cuore (in tutti i sensi)? E perché non si può curare la prima trascurando i secondi e viceversa?

Curare l’ansia e i problemi di cuore: bisogna farlo insieme

stress
(fonte: Pexels)

Anche se siamo ormai nel ventunesimo secolo si fa ancora molta fatica a convincere le persone che il benessere fisico non dovrebbe mai essere raggiunto a discapito oppure ignorando il benessere fisiologico, che è estremamente importante per la qualità della vita di un individuo.

Purtroppo ciò che si tende a fare più spesso è invece prestare la massima attenzione ai sintomi fisici nel tentativo di guarire da essi il più rapidamente possibile. Quello che si evita accuratamente di fare, invece, è indagare le cause profonde di alcuni disturbi che, talvolta, hanno radici nella nostra psiche.

problemi cardiaci sono profondamente influenzati dallo stato d’animo di un individuo, che può peggiorare o preservare la salute del cuore.

La scienza conferma in tutto e per tutto un’antica credenza della saggezza popolare, ovvero che “il cuore non regge” allo stress continuato, soprattutto se si tratta di un alto livello di stress.

Nello specifico è stato dimostrato che è possibile dividere gli individui cardiopatici in due categorie: competitivi e i cooperanti.

Gli individui competitivi manifestano un atteggiamento ambizioso, impaziente, spesso aggressivo. Tende a rifiutare la comunicazione e il confronto, soprattutto con quelle persone che manifestano con decisione idee diverse dalle sue. Questi individui sono lavoratori infaticabili, malati di perfezionismo e iperefficienti, in grado di svolgere in breve tempo un gran numero di compiti e impegnati contemporaneamente su molti fronti. Risultano inoltre molto assertivi, cioè molto predisposti ad affermare la propria volontà con fermezza, spesso allo scopo di prevalere sugli altri. Hanno una vita molto irregolare: difficilmente dormono un numero appropriato di ore, difficilmente mangiano in maniera equilibrata e ad orari fissi. Sono portati spesso a negare i propri bisogni e i propri sentimenti, che spesso non vengono nemmeno manifestati.

 

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Gli individui cooperanti sono invece in grado di collaborare nelle relazioni personali senza trasformarle in uno scontro ed è in grado di adattarsi alle situazioni in maniera positiva e utile. Sono molto tolleranti nei confronti degli altri ed elastici in merito alle proprie convinzioni. Non temono di cambiare idea e non temono di manifestare i propri sentimenti.

Posto che tutte e due queste categorie manifestano problemi cardiologici, uno studio condotto per otto anni ha dimostrato che le persone del primo gruppo sono 3 volte più esposte al rischio di infarto.

Questo significa, semplicemente, che sottoporsi costantemente ad alti livelli di stress genera prima o poi un malfunzionamento del cuore che conduce a ipertensione, tachicardia, consumo eccessivo di ossigeno e riduzione del flusso renale.

A livello psicologico le persone che sono sottoposte o che scelgono di sottoporsi a elevati livelli di stress sono anche quelle che sperimentano stati d’ansia più frequenti, profondi e prolungati. Inoltre si innesta il classico meccanismo del circolo vizioso. Le persone di tipo competitivo sono spesso maniache del controllo e dell’organizzazione, quindi tollerano molto male l’idea di non essere in grado di controllare le proprie reazioni.

La conseguenza più ovvia è che cercheranno di reprimere gli stati d’ansia o addirittura negheranno di averli. Questo non potrà far altro che peggiorare le cose.

È assolutamente evidente, quindi, che oltre a curare l’ipertensione o le palpitazioni (sintomi dell’ansia che tipicamente si manifestano a carico del cuore e del sistema circolatorio) sarà necessario intervenire sulla situazione psicologica del paziente per indurlo a rompere il circolo vizioso e uscire dai comportamenti che generano stress.

“Ho avuto un infarto, sarò in ansia per il resto della vita”

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(Pixabay)

Se è vero che vivere in un costante stato d’ansia porta inevitabilmente ad affaticare il proprio sistema cardiaco, è anche vero che aver avuto problemi di cuore si trasforma spesso in una ferita emotiva che si ripercuote profondamente sul benessere psicologico di una persona.

Una persona che ha avuto un infarto ha sperimentato in genere i seguenti sintomi:

  • dolore toracico prolungato di intensità e durata variabili
  • peso al centro del petto che sembra togliere il fiato
  • apparenti bruciori di stomaco che derivano invece dal dolore al petto
  • formicolii al braccio sinistro, alla mandibola e tra le scapole
  • sudorazione fredda, nausea, vomito, debolezza e vertigini

Purtroppo questi sintomi sono estremamente simili a quelli di un attacco d’ansia e, nel momento in cui un soggetto che ha già vissuto un infarto sentirà svilupparsi alcuni di essi (dovuti a un attacco d’ansia o a un semplice stato di agitazione), penserà di essere di nuovo in pericolo di vita.

Questo significa che una persona che ha superato un infarto, anche se è guarita del tutto, non guarirà facilmente dalla ferita emotiva e dalla paura che l’infarto ha generato.

Anche per questo motivo  fornire assistenza psicologica a coloro che hanno avuto un infarto o hanno vissuto altri problemi cardiaci risulta molto utile. Attraverso la terapia si può aiutare i soggetti a liberarsi dai comportamenti psicologici che hanno favorito il primo infarto e a gestire la costante paura di doverne affrontare un secondo.

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