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Coronavirus | “Chi si reinfetta ha una forma più severa della malattia”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:29
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Secondo uno studio italiano pubblicato sulla rivista scientifica BMJ Global Health “chi si reinfetta con Coronavirus ha una forma più severa della malattia”.

coronavirus re-infetta forma più severa
Adobe Stock

Essendo un nuovo virus il Sars-Cov-2 è ancora sotto studio degli scienziati che ogni giorno scoprono qualcosa di nuovo su questa malattia.

Stavolta è uno studio italiano, pubblicato sulla rivista scientifica BMJ Global Health, ad affermare che chi si reinfetta ha una forma più severa della malattia. Un’ipotesi che se confermata, potrebbe cambiare completamente l’approccio di ricercatori e medici alla cura e alla prevenzione contro il Covid-19.

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L’immunità acquisita dunque oltre a non proteggere da un reinfezione potrebbe addirittura essere controproducente causando sintomi ancora più gravi.

Sintomi più gravi per chi si reinfetta con il Coronavirus

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Scienziati (Adobe Stock)

Uno studio realizzato da 7 ricercatori italiani con primo firmatario Luca Celogon, medico epidemiologo presso l’Ausl 2 di Marca Trevigiana di Treviso. La ricerca si focalizza sull’ immunizzazione di un individuo dopo aver contratto il virus. In particolare, la durata degli anticorpi e se questi diano un’immunità permanente dopo il primo contagio. Leggi anche Vaccino Coronavirus, test sull’uomo | milioni di dosi prodotte nel 2020

Il gruppo di studio proveniente dall’ Irccs Burlo Garofalo di Trieste ed ex compagni di corso della London School of Hygiene & Tropical Medicine hanno formulato l’ipotesi basandosi sulle caratteristiche fino ad oggi conosciute del Sars-Cov-2.

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Ad esempio osservando l’andamento della malattia, in particolare l’elevata trasmissibilità e i casi severi tra gli operatori sanitari, anche giovani, sia in Italia che in Cina.

Ma anche il basso rischio di Covid-19 severo tra i bambini al di sotto dei 10 anni che avendo meno anticorpi spiegherebbe perché sono più protetti.

Gli scienziati analizzando i 7 ceppi di coronavirus umani hanno rilevato che “4 di essi creano sindromi respiratorie lievi e tutti causano reinfezioni. Questo indipendentemente dall’immunità umorale che si acquisisce dopo essere guariti dalla malattia”, spiega Cegolon.

Per i ceppi più pericolosi di coronavirus come Mers-CoV ed il Sars-CoV, gli scienziati hanno identificato e riconosciuto un fenomeno immunologico noto come Antibody Dependent Enhancement (Ade), scatenato da reinfezioni.

“Non solo l’immunità acquisita non sembra proteggere dalle reinfezioni da coronavirus – spiega l’epidemiologo – ma può addirittura diventare un boomerang. Come? Alleandosi con il virus stesso durante infezioni secondarie per facilitarne l’ingresso nelle cellule bersaglio, sopprimere l’immunità innata e scatenare o amplificare una reazione infiammatoria importante dell’organismo”.

Un fenomeno che accade oltre che in questi coronavirus anche con i flavivirus come la Dengue, il West Nile, la Febbre Gialla e la Zika. E se ci fosse una nuova ondata, una persona che l’ha preso a marzo in autunno potrebbe ammalarsi di nuovo e in forma più grave.

Il Sars-CoV-2 oltre ad essere simile al Sars-Cov e Mers-Cov, e fa quindi ipotizzare che il fenomeno Ade nelle infezioni causate da questi due tipi di coronavirus presenta caratteristiche simili al quadro clinico dei casi critici di Covid-19. Ovvero polmonite interstiziale con sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), linfopenia, aumento dei neutrofili, tempesta di citochine, forte riduzione dell’interferone.

E mentre in tutto il mondo prosegue la corsa al vaccino per il Sars-CoV-2, se l’ipotesi del team italiano fosse confermata, si aprirebbe una prospettiva piuttosto preoccupante. Leggi anche Vaccino Coronavirus | Pronto quello cinese

Per nessun coronavirus è mai stato possibile produrre e commercializzare un vaccino efficace finora. Neppure per quelli temibili che, come il Sars-CoV-2, causano sindromi respiratorie acute severe: il Merc-CoV ed il Sars-CoV che causò la famosa epidemia cinese nel 2003″, continua Cegolon.

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Il meccanismo che ne ha impedito finora la produzione non è chiaro. “Sicuramente l’immunità umorale, cioè gli anticorpi prodotti in seguito ad una prima infezione – conclude il ricercatore – non sembrano avere un ruolo protettivo. Ed infatti i coronavirus sono noti per causare re-infezioni, indipendentemente dall’immunità acquisita”.

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L’ipotesi degli scienziati italiani potrà eventualmente avere conferme su larga scala solo in caso di una seconda ondata. Questa esporrebbe di nuovo al virus persone già risultate positive nella prima parte dell’anno.

 

(fonte: Repubblica.it)