Jane Goodall: “L’umanità è finita se non riesce ad adattarsi dopo Covid-19″

“L’umanità è finita se non cambiamo dopo il Covid-19″. Nota primatologa cerca di sensibilizzare l’umanità sulla necessità di cambiare in risposta alla pandemia.

Dalla sua nascita a Wuhan, in Cina, il nuovo coronavirus ha infettato oltre 7,5 milioni di persone in tutto il mondo. Francia, Regno Unito, Italia, Brasile, Spagna, Stati Uniti, oltre 190 paesi e territori sono stati colpiti. In effetti, il virus Sars-CoV-2 si è diffuso a una velocità inaspettata ai quattro angoli del pianeta. Per alcuni scienziati, l’umanità detiene una certa quota di responsabilità. Jane Goodall, una primatologa britannica impegnata nella difesa dell’ambiente e degli animali, ne ha parlato durante un evento virtuale organizzato dalla ONG Compassion in World Farming (CIWF).

Secondo l’esperta, “l’umanità può dirsi finita se non inizia ad adattarsi dopo Covid-19”. Le sue osservazioni sono state trasmesse dai nostri colleghi del quotidiano The Guardian.

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Il mondo dopo il Covid-19, nuove necessità

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Come altri naturalisti, anche Jane Goodall è convinta della responsabilità indiretta dell’uomo nell’emergere di alcune malattie.

Jane Goodall, 86 anni, crede che l’umanità stia danneggiando il suo ambiente in molti modi. In un documentario inedito pubblicato ad aprile su National Geographic, aveva affermato che il disprezzo dell’uomo per la natura e la mancanza di rispetto per gli animali sono i primi responsabili della comparsa della pandemia. La causa è la distruzione delle foreste, ciò obbliga gli animali ad avvicinarsi sempre più all’uomo, questo favorisce la trasmissione di malattie dato il contatto sempre più ravvicinato.

Nel tentativo di sensibilizzare la popolazione, l’esperta ha partecipato ad un evento CIWF. Per la primatologa, “l’umanità dovrebbe cambiare radicalmente, ad iniziare dai sistemi alimentari, in risposta alla pandemia di coronavirus e alla crisi climatica”.

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Per l’attivista di lunga data, l’emergere del Covid-19 deriva da uno sfruttamento eccessivo del mondo naturale. La donna incita ad intraprendere un cambiamento nelle nostre abitudini alimentari e in particolare la cessazione dall’agricoltura industriale a causa del suo impatto sul clima e della minaccia di patologie che possono infettare l’uomo.

“Se non operiamo in modo diverso, siamo finiti”, ha detto Jane Goodall, prima di aggiungere: “Non possiamo andare avanti così a lungo”. La ragione ? l’agricoltura industriale favorirebbe l’ascesa di superbatteri resistenti agli antibiotici e finirebbe per minacciare la nostra salute, riferisce The Guardian.

L’esperta solleva anche il problema della povertà che spingerebbe le persone senza alternative a deforestare per poter coltivare e sopravvivere, senza dimenticare il ruolo della violenza e dei conflitti che alimentano la distruzione del pianeta.

Per la primatologa, le nostre abitudini e i nostri comportamenti sproporzionati aggravano ulteriormente il problema, come ad esempio l’eccessivo consumismo, nonché la necessità “di accumulare cose” senza necessariamente averne bisogno. Per gli attivisti impegnati, spetterebbe alle persone più agiate esercitare pressioni sui leader per evitare lo sfruttamento della natura e il ricorso all’agricoltura industriale.

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“Abbiamo raggiunto un punto di svolta nelle nostre relazioni con il mondo naturale”,  sottolineando che la finestra di opportunità per attuare il cambiamento è minima prima di vedere apparire pericoli reali. Impegnata da sempre nella tutela della flora e della fauna, la donna propone di iniziare da una dieta meno dannosa per l’ambiente, essenzialmente basata sulle verdure, “a beneficio degli animali, del pianeta e della salute dei nostri bambini”.

In una rubrica dei nostri colleghi di Le Monde, pubblicata all’inizio di maggio, l’esperta aveva già messo in guardia dall’impatto dell’uomo sul suo ambiente. “La pandemia è legata alla nostra mancanza di rispetto per il mondo naturale”, ha detto preoccupata per il traffico di fauna selvatica. Quando questi animali vengono venduti in mercati stipati in gabbie, il rischio di contatto ènotevole. L’urina, le feci o qualsiasi altro tipo di fluidi corporei possono aiutare a diffondere il virus ospitato dagli animali ai venditori o ai consumatori.

(Pixabay photo)

Un’opinione condivisa da Bruno David, presidente del museo nazionale di storia naturale. Secondo il naturalista, la nostra promiscuità con gli animali selvatici è problematica, sottolineando che “la cosa migliore da fare sarebbe rispettare l’ambiente nel miglior modo possibile, fare meno deforestazione, tenersi lontano dalle specie selvatiche, quindi non addentrarci nei loro territori, né portar loro nei nostri territori ”.