Quarantena da madri | Vi raccontiamo il disagio delle nostre famiglie

L’Espresso ha raccolto le testimonianze di alcune madri che hanno voluto raccontare la quarantena dei loro figli e il disagio di tutta una famiglia.

coronavirus famiglia
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Anziani, donne maltrattate, disabile e bambini.

Sono alcune delle categorie che durante l’emergenza Coronavirus l’Italia sembra aver perso lungo la strada.

Categorie dimenticate, persone che, anche senza volerlo, abbiamo lasciato indietro.

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Ve lo abbiamo raccontato con la la lettera del nonno che ha scritto ai nipoti prima di morire e anche con il racconto di Sara, mamma di un bambino autistico.

Oggi vogliamo regalarvi altri racconti, altre testimonianze che ci parlano in particolare di una di queste “categorie dimenticate”: i bambini.

come stanno vivendo loro questa lunga quarantena?

Testimonianze: mamme raccontano la quarantena con i bambini

coronavirus figli
foto da Pixabay

Tra i dimenticati di questa emergenza ci sono anche loro, i bambini.

A detta di molti, le loro necessità sono state sottovalutate, messe da parte, non tenute nella dovuta considerazione.

Si è troppo ingenuamente pensato che tenerli in casa, al sicuro, fosse sufficiente. Il bonus baby sitter avrebbe fatto il resto ma, ahimè, così non è andata.

I bambini vengono ora descritti come le vittime silenziose di questa pandemia, coloro a cui si sta togliendo di più e per quali, quanto più rapidamente possibile, si deve correre ai ripari.

Una situazione per molti non semplice da comprendere. E’ un così grande sacrificio chiedere a dei bambini di restare a casa, di non andare a scuola? Pare proprio di sì e a spiegarcelo giungono coloro che più di tutti vedono e vivono tale disagio, le mamme.

L’Espresso, settimanale di Repubblica, ha raccolto una serie di testimonianze di madri che hanno voluto raccontare il disagio che, di questi tempi, molte famiglie celano tra le mura domestiche.

Anche noi riportiamo alcune di queste testimonianze.

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La prima è Francesca che racconta come a mancare ad alcuni bambini sia la scuola. Già proprio quel posto dove normalmente si fa magari anche qualche capriccio per andare ma della quale, proprio come per tutte le cose belle della vita, si sente la mancanza solo quando la si è perduta.

In questo caso, quel che è perduto verrà prima o poi senza dubbio ritrovato ma chissà se ritroveremo anche il rispetto, quello che, a detta di questa mamma, abbiamo dimenticato di avere nei confronti dei cittadini più piccoli del Paese.

La domanda rimane ma, in attesa di una risposta, proviamo a comprenderla meglio leggendo la testimonianza di mamma Francesca.

“Una settimana fa ho chiesto a mio figlio P, sul punto di addormentarsi, cosa desiderasse sognare. P si è stretto a me e ha detto: vorrei sognare la scuola, i miei amici e la maestra di musica, mamma.
E aveva una voce squillante, la voce che gli conosco. Il suo tono, la sua cifra. Ma appoggiata su un volto che per la prima volta in quasi quattro anni ho visto malinconico. Ho taciuto qualche secondo, il tempo di depurare la mia risposta dalla rabbia e dalla frustrazione. Gli ho detto: è una risposta bellissima P, perché si desidera sognare le cose belle, quelle ci mancano. E la fortuna è che sappiamo che un giorno torneremo a fare tutte le cose che ci mancano.
Non ho dormito quella notte e il giorno dopo ho preso un quaderno e dieci matite colorate.
Ho chiesto a P se avesse voglia di giocare alla scuola, sul suo banco bianco, accanto alla piccola lavagna della sua stanza. E P, con la logica dei bambini, si è voltato rimproverandomi.
Tu non sei la mia maestra, mamma. Rosa, Annamaria e Clara sono le miei maestre. Tu sei mamma.
E ho sorriso, pensando che P, nella sua nostalgia avesse capito cosa è per noi l’educazione. P ha capito che l’identità di un bambino è un incastro di tanti tasselli che non devono sovrapporsi, che non devono confondersi. Che la sua identità si fonda sul nostro amore, e sul fuori. Laddove non c’è famiglia. Laddove si costruisce con fatica la sua autonomia. La sua personalità libera da noi, dai vincoli familiari.
E mi sono sentita sola. Non perché costretta come tutti a sacrifici – sono pur sempre i sacrifici dei privilegiati, e non ci si lamenta – mi sono sentita sola perché ho avvertito con nettezza che i nostri figli non siano considerati in queste settimane atipiche, drammatiche, cittadini di questa costituzione come tutti gli altri. Cittadini di oggi e soprattutto cittadini di domani.
Che non parliamo di loro, a loro. Non parliamo come non si parla della cose che non si sanno affrontare.
In quella solitudine di donna e poi madre ho chiesto ad altre madri cosa stessero vivendo.
E queste sono le testimonianza che hanno condiviso con me.”

C’è poi chi con la scuola non ha mai avuto un buon rapporto e ora, con una scuola più lontana, rischia di perdere anche i pochi traguardi conquistati. Difficile per i genitori compensare e Rita, la mamma del secondo intervento, lo sa bene.

“Le giornate trascorrono lunghe e intense, è bello stare insieme e riscoprire il tempo familiare.
Ma gli aspetti positivi cominciano a essere sostituiti da quelli negativi.
Nostra figlia, 11 anni, non è stata fortunata con la DAD, a dirla tutta non è stata fortunata con la scuola in generale. E comincia a chiudersi. Facciamo fatica a farla uscire anche sul terrazzo condominiale, da 10 giorni dice che non le manca nessun compagno di scuola, e rifiuta le chiamate dei compagni nella chat della classe.
Mia figlia sta manifestando segni di regressione, è tornata a dormire nel lettone, ha altre comportamenti attribuibili a neonati o bambini di pochi anni.
Proprio ieri è scoppiata in un pianto a dirotto, dicendo che si sente sola…
Ci sentiamo soli anche noi, la discussione con altri genitori è infernale, e per quanto riguarda la didattica se non rinunciassimo a lavorare per seguire nostra figlia nei compiti resterebbe indietro. La scelta è tra il nostro lavoro e la sua istruzione, delegata a noi.
E non possiamo permettercelo a lungo.
Nella nostra scuola ci sono stati problemi con le insegnanti che hanno fatto riferimento al loro diritto sindacale di scegliere i mezzi più idonei scelti da ciascuno, con il risultato che al 21 aprile mia figlia non ha mai più avuto nessun tipo di contatto con l’insegnante di matematica, ne feedback sui compiti svolti sulla base di 3 piccoli video e schede su argomenti nuovi inviati.
Ad oggi ancora attendiamo dalla scuola una risposta sulle modalità di calcolo delle assenze e su come verranno valutati gli alunni…
Quello che mi è evidente è che chi è più fragile rimarrà indietro.
Cerco di raccogliere i lati positivi, il fatto che stiamo superando insieme, come famiglia, questo momento e che la paura la si impara ad affrontare passo passo.”

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C’è poi chi ritene la didattica a distanza semplicemente inadeguata, non pensate per le diverse esigenze che studenti diversi possono avere. Si potrebbe forse dare la scelta di ritornare in classe a chi vuole sottostare a nuove regole? Se lo chiede Sonia, un’altra mamma insoddisfatta della gestione di questa crisi.

“Mia figlia A. non vuole piu’ dormire da sola, è a rischio apatia.
Nella sua scuola le insegnanti ci provano. Le difficoltà però non sono solo gli strumenti, le connessioni, il disinteresse di alcuni genitori, ma il metodo: perlopiù frontale.
Siamo in 5^ elementare. I bambini sono in grado, per fortuna, di sviluppare insieme dei ragionamenti. Ma lo fanno in gruppi spontanei. Così la dispersione dei Badr, dei Jerome, dei Mohamed, delle Riham è disperante.
Di fatto la scuola non ha mai reso i suoi muri davvero penetrabili alla cittadinanza.
Le proposte per una condivisione di progetti e di intenti inclusivi difficilmente accolte. Anche quando a costo 0.
Perché associazioni e volontari sono visti come alieni, come agenti contaminanti. E ora, che è il terzo settore che si sta muovendo spontaneamente, creando corridoi per aiuto a distanza, per procurare strumenti, per rispondere dove può al disorientamento, viene accettato in sordina.
Ora che molto è assegnato alla famiglia… non viene nemmeno in mente di attivare una formazione per gli adulti/educandi/educanti in casa. E nemmeno di dare a questi giovani attori del futuro la possibilità di scegliere: puoi stare con gli altri se impari ad abbandonare le vecchie abitudini. Non si pensa che magari a questo prezzo accetterebbero e parteciperebbero in modo costruttivo al superamento di questa situazione? Insegnare loro che: “Se tieni le distanze, se ti lavi le mani, se indossi la mascherina, se rispetti le regole per salvare gli adulti, allora gli adulti non ti temeranno e ti permetteranno di sviluppare la libertà che avanza in questa uniforme di restrizioni”.
E dal lato didattico secondo me un disastro: “Se accedi alle classroom, se hai un genitore che ti segue, se hai un posto in cui sentirti libero di agire, formulare domande e generare possibili risposte, seppure in clausura, allora forse qualcosa apprendi”. Insomma, una montagna di se.. Aggiungi, sottrai e poi dividi per fare una statistica e generare una curva di probabilità di riuscita. A spanne emergerebbe quanto sia ingiusta, iniqua, ingiustificabile la situazione.”

Infine ci sono i bambini che tengono duro, quelli che fanno i compiti, si dilettano in tante diversità ma che poi, in fondo, sono pur sempre bambini. Così Katia, mamma di L. si è ritrovata dinnanzi a una figlia che sente la mancanza della sua nonna e teme di non rivederla più.

“Sono Katia, mamma di L.
Con L. abbiamo lottato da sempre, quando 8 anni fa lei è apparsa nella mia vita abbiamo combattuto con altre donne per rivendicare il diritto al lavoro di chi aspetta un bimbo o una bimba. Da lì, abbiamo continuato a crescere e a interpretare il mondo insieme. Io ho portato con me le mie radici: nasco in una famiglia molto semplice, i libri me li mise in mano la mia maestra delle elementari e quei libri, quei racconti sono diventati i miei strumenti di vita. L. in queste settimane è stata molto resiliente, come tanti bambini e bambine, o almeno quelli che vivono in case dove non si perpetrano violenze.
Ha letto, ha fatto i compiti, si è inventata degli spettacoli, ha scritto una canzoncina, ha giocato con le Barbie, ha giocato con papà e mamma. Non ha infatti sorelle o fratelli.
L’altro giorno però, dietro a tutta questa forza e capacità di adeguarsi, si è commossa: le manca andare dalla nonna, ma soprattutto spera che la nonna non muoia a causa del virus. Siamo a Roma e la nonna sta bene, ma la costrizione forzata non aiuta. La nonna, mia mamma, vive nella casa popolare dove ho speso la mia adolescenza e oggi penso a quando ero bambina io, penso a quei bambini e quelle bambine che prima ero io a 7, 10, 14… anni. Penso ad alcuni compagni di classe di Lara e mi sento in difficoltà nella chat di scuola, quella che durante il lockdown è diventata bollente: girano foto, saluti, ma il tanto acclamato senso di collaborazione e di attenzione verso gli altri, nella crescita dei figli viene un po’ meno. Pensa, siamo una classe di una scuola montessoriana… apparenti paradossi. Le maestre si barcamenano con collegamenti dove per la maggior parte del tempo esprimono ai bambini il loro affetto e poi un po’ goffamente provano a prendere confidenza con la tecnologia. Già la tecnologia, la scuola digitale: sembra sia divenuto un fine ultimo, ci si dimentica che è uno strumento, importante ma pur sempre uno strumento.
Per me la scuola, oggi più ieri, è un diritto: è la possibilità di dare delle chiavi di interpretazione della vita che hai introno. Da comparsa, ti restituisce un ruolo vero. È un posto diverso dalla strada, dai portoni rotti e dagli ascensori che non funzionano, fermi a sbeffeggiarti con le porte aperte. È la possibilità di un pasto diverso, è l’occasione per una socialità che usa un altro alfabeto. Allora mi spiace tanto vedere Lara da sola, attaccata a messaggi ed emoticon con i quali dà e riceve il buongiorno dagli amici e con i quali si danno la buona notte. Però mentre vivo con lei, ho sempre accanto quella piccola me, che sa bene cosa sta avvenendo in altre case. Sa che ci sono bambini e bambine che stanno perdendo delle opportunità, che si stanno ancora di più allontanando dalla scuola, dalla possibilità di incontrare una maestra, una persona capace di illuminare la loro strada. Già, perché ancora oggi l’istituzione scuola non è capace di dare risposte concrete, strategiche, lungimiranti. Lo fanno i singoli, lo fanno coloro i quali vivono con passione il loro lavoro, e per nostra fortuna sono molti.”

io resto a casa
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Storia diverse, certo, ma tutte con un tratto comune importante: la scuola non è solo il luogo in cui imparare è un luogo in cui sentirsi indipendenti, avere confronti costruttivi con i coetanei, allontanarsi, qualora occorra, da realtà familiari complesse e superare i propri piccoli limiti.

Come può una famiglia o un tablet sostituire tutto ciò? A quanto pare non può e da qui nascono molte delle difficoltà delle famiglie italiane. Difficoltà a cui forse si è pensato ancora un po’ poco.

Ci auguriamo che la fase 2 possa tener conto anche di testimonianze come queste.

Fonte: espresso.repubblica.it/

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