Coronavirus | Tamponi e discriminazione: lettera d’accusa di un primario

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“Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi” a lanciare l’accusa circa eventuali discriminazioni nell’esecuzione dei tamponi per il Coronavirus è il primario di Medicina dell’ospedale di Magenta

medici coronavirus
Photo by GEORGES GOBET/AFP via Getty Images

L’avvento del Coronavirus e tutte le difficoltà a esso seguite hanno portato alla scoperta di un nuovo genere di supereroi che forse, ingiustamente, avevamo fino ad oggi sottovalutato: i medici.

Più in generale è l’intero schieramento del personale sanitario a esser stato in questi giorni eletto a icon di dedizione, generosità e professionalità. Dottori, infermieri e tutte quelle figure che davamo per scontate son divenute delle celebrità, degli esempi da imitare e, ancor prima, da omaggiare.

Striscioni esposti fuori dagli ospedali e non solo porgono a costoro i ringraziamenti di noi tutti e anche le autorità non esitano a riconoscere i meriti di medici e affini.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte li ricorda sempre nei suoi discorsi via Facebook e i rappresentati delle varie fazioni politiche si sono trovati concordi nel riconoscerne il merito.

Ma poi? A questa ossequiosa sequela di ringraziamenti segue anche qualcosa di più pratico? Il dubbio che ci si fermi alle parole c’è e recentemente è stato avanzato proprio da un esponente di questa schiera di supereroi: il Dottor Nicola Mumoli.

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Tamponi per i calciatori ma non per i medici: il primario accusa

tampone coronavirus
Photo by David Hecker/Getty Images

Lui è il Dottor Nicola Mumoli, primario di Medicina dell’ospedale di Magenta, e ha firmato una lettera di denuncia inviata al Corriere della Sera.

Qual è l’oggetto della sua  rimostranza: la questione tamponi.

No, non stiamo parlando dell’annoso dibattito “tampone per tutti sì o no”, perché mentre molti si battono per testare quante più persone possibili, il Dottor Mumoli vorrebbe qualcosa di molto più semplice: che a poter fare i test siano anche i medici e, più in generale, gli esponenti del personale sanitario.

Già, proprio coloro che rignraziamo con pubblici striscioni e applausi dai balconi spesso hanno difficoltà nel comprendere se sono stati contagiati o meno.

E’ successo a una collaboratrice del Dottor Mumoli che ora, dunque, non esita nel denunciare la gravità di questa situazione.

Riportiamo per esteso la lettera pubblica dal Corriere della Sera.

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“Gentile redazione,
dirigo l’Unità operativa di Medicina dell’ospedale di Magenta da più di due anni dove da settimane, con immenso e costante sforzo dei miei collaboratori, trovano cura oltre 130 pazienti affetti da Covid 19. L’impegno di ognuno di loro si concretizza in giornate di lavoro che ormai, è noto, disconoscono orari, riposo e recuperi, ma che soprattutto, si nutre inspiegabilmente di quella generosa follia che ci fa esporre ogni giorno allo stesso rischio da cui chiunque invece si difende. Sono attualmente 2.629 i sanitari contagiati — l’8,3% del totale dei colpiti — e tra essi 14 vittime. Tutti hanno nascosto sotto una mascherina la propria identità, nessuno ha cercato visibilità, di loro nessuno ha parlato perché queste notizie «non fanno più rumore del crescere dell’erba», come scriveva Ungaretti. Una mia collaboratrice, impegnata da subito in questa battaglia e con contatti quotidiani con pazienti affetti da Covid 19 disease, pochi giorni fa si è ammalata, manifestando sintomi e segni tipici della patologia virale; contattati più volte i numeri di emergenza nazionale, le è stato negato il tampone. Invece oggi le pagine delle cronache riportano le buone condizioni di calciatori, attori e politici che esattamente come la mia collaboratrice hanno avuto «contatto con persone positive e sintomi da virosi» ma cui, a differenza della dottoressa, è stato eseguito il tampone e quindi formulato un corretto programma sanitario di controllo. Non conoscere, ma solo ipotizzare per la mia collaboratrice un contagio da Coronavirus, oltre a essere ragione di preoccupazione e angoscia, non le consente di applicare le linee guida in fieri sull’eventuale assunzione di farmaci antiretrovirali né di scegliere i corretti tempi del rientro al lavoro. Inevitabile il pensiero di chiunque: grande solidarietà con il personale sanitario, striscioni ovunque, slogan buonisti sbandierati da tutti ma di fatto solo discriminazione e ipocrisia. Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno con grande fierezza, esercitando un lavoro che mai come ora consideriamo un privilegio.
A nome di tutti i miei collaboratori

Nicola Mumoli

*direttore Uo Medicina interna Ospedale di Magenta”

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Photo by David Hecker/Getty Images

Parole dolorose e dalle quali una rabbia senza dubbio oramai consolidata non esita a trasparire.

A noi il dovere di riflettere su una simile lettera, di cercare di comprendere se dietro gli striscioni e gli slogan che anche il dottore ricorda, non ci sia forse qualcosa di più concreto da attuare, una solidarietà che non sia fatta solo di parole.

Meditiamo allora, noi ma, ancor di più, chi avrebbe il potere di cambiare la situazione.