Home Personaggi Uomini Piero Ciampi | Il fascino della dissolutezza in un cantautore senza tempo

Piero Ciampi | Il fascino della dissolutezza in un cantautore senza tempo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:27
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Il 19 gennaio del 1980 ci lasciava Piero Ciampi, uno dei personaggi più rappresentativi e controversi del secolo scorso. Ha fatto della musica l’arma in più per contestualizzare i tormenti e l’estasi di una vita sregolata.

Piero Ciampi, genio e sregolatezza di un mito senza tempo
Piero Ciampi, genio e sregolatezza di un mito senza tempo

Un mondo nella testa fatto di parole, istinti e suggestioni che sapeva tramutare in canzoni che – come ha osato poi ribadire qualcuno – si scrivono da sole come i sogni che arrivano e poi vanno via. Piero Ciampi è stato esattamente questo: un sogno divenuto realtà, riscoperto tardi, perchè in vita era fra quelli non convenzionali. Faceva parte di quella schiera di persone, letterati, artisti e poeti che la propria bellezza – al pari del proprio valore – la trovavano nella dissolutezza e nell’abuso godereccio.

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Un’esistenza vissuta con più rischi che certezze, una fama a singhiozzo scoccata e sbocciata appieno solo dopo la dipartita e, nel mezzo, tanti aneddoti da ricordare: perlopiù canzoni che narravano la quotidianità di un essere umano plasmato a mito per aver saputo calzare a pennello le proprie fragilità. Al pari di un abito sdrucito che, malgrado tutto, riesce a starti comunque bene.

Piero Ciampi e l’armonia della sregolatezza

Cosa ha lasciato Piero Ciampi alla musica italiana
Cosa ha lasciato Piero Ciampi alla musica italiana

Il 19 gennaio sono stati quarant’anni dalla sua morte: un premio con il suo nome che, oggi, dovrebbe esprimere il talento compositivo e canoro ma serve più che altro a ricordarci quanto per essere artisti serva, innanzitutto, coraggio e un pizzico di follia. Lui, nel corso della propria vita, ne ha sempre abusato: quasi fosse un ingrediente preponderante. Come il parmigiano sulla pasta, a rendere tutto più saporito.

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Più di qualcuno ha azzardato il paragone con i poeti dell’Ottocento: scapestrati, senza padrone e con tanti clamorosi dubbi e ansie, ma veri, puri ed originali. Alla ricerca di quelle che in gergo vengono definite “Sensuht” e “Stille”: ossia la bramosa ricerca di armonia e sentimento accompagnata dalla quiete catartica della realizzazione nella pienezza d’ogni stato d’animo per quanto controverso potesse essere.

È stato – e resta – uno fra i pionieri del nostro cantautorato anni ’60 con grossi echi contemporanei: basti pensare a Gino Paoli e Luigi Tengo, altra figura scandita dalla controversia ma comunque in grado di offrire spunti per farsi ricordare, narratore sincero degli eccessi in una vita fatta di viaggi senza meta laddove il fine era sempre e comunque perdersi: dentro una bottiglia di Whisky, ingrediente immancabile persino nei suoi live, nel cuore di una donna e nella profondità di un tramonto. Fra i suoi lavori più rappresentativi troviamo: “Andare, camminare, lavorare e altri discorsi”. Peccato che, su di lui, abbiamo iniziato a farli troppo tardi: il prezzo del rimpianto, un pedaggio per la gloria eterna.

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