Psiche | I 10 comportamenti da evitare al primo colloquio di lavoro

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Psiche | I 10 comportamenti da evitare al primo colloquio di lavoro. L’impressione che diamo di noi è fondamentale e uno studio rivela che essa si forma nei primi 100millisecondi

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psiche i 10 comportamenti da evitare ad un colloquio di lavoro (Istock Photos)

Se la prima impressione è quella che conta, allora i comportamenti da evitare per non dare una brutta impressione sono tanti.  E questo, diventa ancora più difficile se parliamo di lavoro – o meglio – di un primo colloquio di lavoro! Come comportarci? Esistono davvero degli escamotage per fare solo una bella impressione sul nostro esaminatore? Ebbene sì ma per metterli in pratica bisogna studiare bene. Dall’espressioni facciali – difficili da controllare – al modo in cui guardiamo o no il nostro interlocutore quando ci parla o quando ci rivolgiamo a lui/lei, tutto è minimamente percepito e può fare la differenza tra te ed un altro candidato. Vediamo nello specifico, quindi come comportarci ad un colloquio di lavoro!

1. Non postare troppe foto sui social

Spesso ci si conosce sui social ancora prima di stringersi la mano. In quel caso, però, attenti a non esagerare con le foto caricate. In particolare condividere troppi scatti di sé non mette i nostri contatti a proprio agio.  Gli amici non sembrano gradire troppe foto di familiari, e i parenti vivono con insofferenza l’eccesso di foto con gli amici.

2. Troppe amicizie virtuali o troppe poche

Anche il numero di amici può influire negativamente sul giudizio che le persone potrebbero farsi di voi. Meglio non vantarne troppi, né troppo pochi: uno studio del 2008 sugli studenti dell’Università del Michigan ha dimostrato che il numero ideale è intorno a 300. Di più, e sembrerete a caccia di consensi e popolarità; 100 o meno, e i vostri livelli di gradimento saranno sottoterra.

3. Attenzione alle confidenze che fate

Se vi aprite troppo presto su questioni molto personali (come una relazione extraconiugale di un parente), con una persona che conoscete appena, sembrerete inaffidabili e fragili. Meglio rivelare dettagli meno scomodi come ricordi dell’infanzia, o il proprio hobby preferito. Ma anche il contrario non va bene, le persone insicure che pongono all’altro molte domande personali, senza esporsi in prima persona sulla sua esperienza personale e intima risultano antipatiche da subito.

4. Nascondere le emozioni

Meglio essere onesti su quello che si prova, anche se non sempre sembra socialmente accettabile.

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5. No a foto in primo piano sul vostro profilo social

Avere una foto del profilo su LinkedIn o Instagram scattata da 45 cm di distanza rischia di farci sembrare meno affidabili e attraenti che averla da 135 cm. Al prossimo scatto, allontanatevi dall’obiettivo, specie se state cercando lavoro!

6. Non mostrarsi troppo consenziente e gentile

Aiutare gli altri è un merito, a patto che di altruismo non si ecceda. Almeno sulle prime infatti, un eccesso di gentilezza potrebbe essere interpretato come un comportamento interessato, motivato da secondi fini, o messo in atto solo per sfigurare.

7. NO al sudore

Farsi vedere con odiose aloni di sudore ascellari non è per nulla bello. E questo ovviamente vale anche per il cattivo odore non solo per la vista. L’odore della vostra ansia porta istintivamente le persone a farsi un’opinione negativa sul vostro conto. In uno studio del 2013, alcuni partecipanti hanno visto video di donne impegnate in diverse situazioni, e intanto hanno annusato alcuni campioni di sudore. Le donne osservate mentre i soggetti annusavano campioni di sudore “da ansia”, sono state percepite come meno competenti, affidabili e sicure di sé delle altre. La sola presenza di deodorante è bastata ad attenuare la percezione negativa.

8. Sorridere sempre

Sembrerà scontato e banale ma non è così. Sorridere anche sforzandovi, vi renderà più amichevoli e simpatiche, indipendentemente dalla posizione fisica assunta – aperta o chiusa.Sorridere al primo incontro aiuta l’interlocutore a ricordarsi di noi più a lungo; e i sorrisi risultano facilitare gli incontri, anche quando si interagisce mediante avatar, in realtà virtuale.

9. Non dite mai esplicitamente che qualcuno non vi piace

Se pensiamo di piacere a qualcuno, sarà anche più facile che quel qualcuno ci piaccia. Vale anche per l’accoglienza: se pensiamo che qualcuno ci accetterà nel suo gruppo, ci comporteremo in modo più amichevole nei suoi confronti, e questo farà sì che ci accolga in modo più caloroso. Perciò se non avete ancora un’opinione certa su una persona, comportatevi a priori come se vi piacesse: aumenterete le possibilità di piacerle a vostra volta (e farete sempre in tempo a cambiare idea).

10. Non vantare mai amicizie o conoscenze importanti

Non esiste cosa più antipatica di quel tale che si vanta di conoscere quel “vip” piuttosto che un’altro. La tentazione di dichiararsi “amici di” può essere forte, quando si conosce qualcuno (specialmente se ci si sente in una posizione minoritaria). Ma attenti, potrebbe costarvi cara: questo vizio ci fa percepire come manipolatori davanti agli altri.

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 I 3 aspetti che danno una buona impressione

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psiche i 10 comportamenti da evitare ad un colloquio di lavoro (Istock)

 

La percezione sociale non è altro che il processo attraverso cui raccogliamo, elaboriamo ed organizziamo le informazioni sugli altri individui con cui entriamo in contatto. Queste informazioni sono basilari e riguardano le caratteristiche fisiche della persona che abbiamo davanti ma non solo, oltre all’aspetto fisico, ci basiamo sul comportamento manifesto, la familiarità e la comunicazione non verbale.

Ciascuno di noi ricava l’immagine di sé e la propria autostima dai gruppi o dalle categorie sociali ai quali appartiene; ad esempio:

  • il genere,
  • la professione,
  • l’etnia,
  • la posizione sociale.

Per confermare il nostro valore tendiamo a considerare migliori i nostri gruppi di appartenenza e a svalutare gli altri. Questo ci porta a classificare ed etichettare gli altri con stereotipi e luoghi comuni, solitamente negativi, come per esempio: i tedeschi sarebbero rigidi e noiosi, gli inglesi ubriaconi, i francesi snob, gli americani sempliciotti. I suddetti ovviamente ricambiano: agli occhi del mondo noi italiani saremmo per principio inaffidabili, chiassosi e mangioni.

Ci sono molte ricerche che hanno indagato in modo capillare l’effetto di questi elementi; non è possibile creare delle corrispondenze precise, ma possiamo individuare 3 aspetti che fanno sì che si abbia una buona prima impressione:

  • L’aspetto fisico, oltre al volto, incide per la sua bellezza. Chi è bello viene percepito come più simpatico, socialmente abile e anche con una personalità piacevole. Gli etologi da tempo sostengono che i caratteri infantili (fronte bombata, guance rotonde, occhi grandi, testa grossa rispetto al tronco, forme rotondeggianti) suscitano sentimenti di protezione e simpatia. Le persone adulte con questi lineamenti vengono percepite come più spontanee, oneste e affidabili rispetto a persone con tratti somatici più marcati e con il viso di una persona matura.
  • Lo sguardo: nell’ambito della comunicazione non verbale, lo sguardo sembra avere un ruolo predominante. Chi non guarda l’interlocutore viene considerato timido o scortese, chi ha lo sguardo sostenuto è minaccioso, mentre viene apprezzato chi mostra interesse guardando l’interlocutore.
  • La familiarità: Chi ha dei tratti familiari risulta più piacevole.

Tutto questo può avvenire anche in pochissimi secondi, bastano solo 100millisecondi, che influiscono sulla relazione anche con conseguenze concrete a lungo termine come la profezia che si autoavvera: ovvero quell’insieme di meccanismi mentali che fanno in modo che le aspettative si avverino.

Ciò può avvenire sia attraverso la selezione di informazioni che confermino le idee, sia perché l’atteggiamento incide sulla situazione. Se pensiamo che una persona sia fredda e ostile l’interpretazione di tutti i comportamenti ambigui andranno in tal senso. Inoltre, è probabile adottare un comportamento poco cordiale che non suscitando simpatia nell’interlocutore lo porterà a rispondere ‘a tono’ confermando quindi la profezia iniziale.

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Giudichiamo gli altri dal primo sguardo | Lo studio conferma!

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psiche i 10 comportamenti da evitare ad un primo colloquio di lavoro (Istock Photos)

Un’occhiata veloce, una stretta di mano e il giudizio arriva immediato. Siamo talmente bravi a farci un’opinione degli altri, che ci mettiamo un attimo. Valutiamo l’affidabilità di uno sconosciuto in un decimo di secondo; in un ventesimo, invece, il suo orientamento sessuale. Diversi studi hanno messo in luce la rapidità con cui effettuiamo lo screening della personalità di chi abbiamo di fronte: è una persona promiscua? quanti soldi ha? ha un carattere forte o è un debole? Perché possiamo pure non ammetterlo, ma le prime impressioni contano e a spiegare bene se la prima impressione sia davvero quella che conta nella realtà ci hanno pensato alcuni studiosi dell’Università di Cornell, negli U.S.A. Secondo tale studio, giudichiamo realmente gli altri fin dal primo sguardo ma non solo, perché anche quando abbiamo l’opportunità di conoscere meglio una persona, le prime impressioni continuano ad avere la meglio sulla realtà e sulle nuove informazioni a nostra disposizione.

Quindi la prima impressione è davvero quella che poi rimane impressa nella nostra mente? Lo studio in questione avrà dimostrato questo? La ricerca fu condotta su un campione di 55 persone. Questo campione aveva come compito quello di osservare la foto di quattro donne, alcune sorridenti e altre con un’espressione neutra. In base alla sola visione delle fotografie, i partecipanti allo studio dovevano descrivere la personalità delle donne. Alcuni mesi più tardi, ogni partecipante ha incontrato faccia a faccia ognuna di queste donne presenti nelle foto, passando con ciascuna circa 20 minuti. Dopo questi incontri, il gruppo doveva nuovamente valutare la personalità di ogni donna. Il risultato? La maggior parte delle prime opinioni era poi stata confermata dopo gli incontri. Le donne che erano state descritte come simpatiche attraverso la visione della foto erano poi state valutate nello stesso modo in seguito all’incontro dal vivo. Stessa situazione per quelle donne che, fin dall’inizio, erano state indicate come “sgradevoli”: durante l’incontro, questa opinione era stata confermata nella maggior parte dei casi.

Questo fenomeno è dovuto al cosiddetto “bias di conferma“, ossia quel processo che tende a confermare le idee o le percezioni che già si hanno. In questo caso, ad esempio, le persone che trovavano simpatica una delle donne si sono comportate con lei in maniera più amichevole, mentre coloro che avevano incontrato una donna che reputavano sgradevole durante la visione delle foto, hanno avuto un approccio più distante. Per questo, quando vediamo una persona per la prima volta, ci formiamo immediatamente un’opinione, basata per esempio sui gesti o sull’aspetto fisico.

In seguito, però, difficilmente mettiamo in dubbio le nostre percezioni iniziali. Oltre a questo processo di conferma, si evidenzia anche un’altro fatto importante, e cioè la presenza di un “effetto alone”: un processo in cui le persone, basandosi sul giudizio di alcuni tratti fisici sono influenzate nella percezione che si ha dell’altro: per esempio, un uomo attraente ha più possibilità di essere giudicato in maniera positiva. Questo fenomeno si è presentato anche durante lo studio. Nella maggior parte dei casi, chi aveva dato una valutazione positiva alla foto tendeva a estendere questa opinione anche alla personalità, pur non avendo dati a riguardo.

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Possiamo fidarci davvero della nostra mente?

donne che si guardano
psiche i 10 comportamenti da evitare ad un colloquio di lavoro (Istock Photos)

Quante volte abbiamo pensato dopo un colloquio di lavoro: “abbiamo perso un’occasione”? Capita di pensarlo e questo pensiero può essere dovuto ad un errato giudizio che la nostra mente ha formulato così, a primo acchito, basato sulle nostre prime impressioni? Forse sì.

In pratica, la nostra mente ci guida verso un giudizio giusto ed equilibrato o può trarci in inganno? Banalmente, può farci prendere delle clamorose cantonate. Innanzi tutto perché, se il nuovo interlocutore non colpisce subito la nostra attenzione, non saremo motivati a dedicare risorse ed energia ad approfondire la conoscenza. Ma il vero problema è che la prima impressione e il processo successivo di raccolta ed elaborazione delle informazioni, non è mai oggettiva, perché sempre condizionata da schemi mentali, ricordi, aspettative, esperienze (la somiglianza con qualcuno che già conosciamo può condizionare il nostro giudizio), stati d’animo, veri e propri pregiudizi di chi giudica; e dall’abbigliamento usato del “giudicato”.

Se uno o più di questi fattori giocano a sfavore della nuova conoscenza, sono altissime le probabilità che le resti cucita addosso un’opinione negativa. Siamo tanto rapidi a formulare la prima impressione così come siamo tanto lenti a cambiarla o modificarla.

Questa è spiegata da un effetto del processo cognitivo detto: primacy, cioè siamo portati a credere che le prime cose che veniamo a sapere siano vere. Se nella fase iniziale di un incontro l’interlocutore ci appare, per esempio, brillante ed estroverso, interpreteremo tutte le successive caratteristiche in modo da confermare questa prima valutazione. Ma non termina qui, poiché tutte le informazioni dissonanti con lo schema iniziale o non vengono prese in considerazione o vengono giustificate in modo che appaiano accettabili. Quindi se la prima impressione è positiva, leggeremo in questa chiave anche tutte le successive informazioni. E viceversa. In definitiva, lo studio riportato, così come le argomentazioni fatte fin ora ci rivelano che la prima impressione è quella che conta ed è alquanto difficile che si possa cambiare opinione o idea una volta avuta la prima impressione.

Del resto, come diceva Oscar Wilde: “Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta!”

 

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