Lettera al mio stupratore: “non mi conosci, ma sei stato dentro di me”

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Tu hai detto: Ero ubriaco e non ero in grado di prendere le decisioni migliori, e nemmeno lei.

L’alcol non è una scusa. È un fattore? Sì. Ma non è stato l’alcol a spogliarmi, penetrarmi con le dita e farmi strisciare la testa per terra, mentre ero quasi completamente nuda. Ammetto che bere troppo è stato un errore da principianti, ma non è un reato. Tutti in quest’aula abbiamo avuto una serata in cui abbiamo bevuto troppo, di cui ci pentiamo, o conosciamo bene qualcuno che l’ha fatto e ne è pentito. Pentirsi per aver bevuto non è uguale a doversi pentire di aver aggredito sessualmente qualcuno. Eravamo entrambi ubriachi, ma la differenza è che io non ti ho tolto i pantaloni e le mutande, e toccato in modo inappropriato per poi scappare via. È questa la differenza.

Hai detto: Se avessi voluto conoscerla avrei dovuto chiederle il numero, invece di chiederle di andare in camera mia.

Non sono furiosa perché non mi hai chiesto il numero. Anche se mi avessi conosciuto, non avrei voluto trovarmi in quella situazione. Il mio ragazzo mi conosce, ma se chiedesse di penetrami con le dita dietro un cassonetto, gli darei uno schiaffo. Nessuna ragazza vuole trovarsi in quella situazione. Nessuna. Non mi interessa se hai il suo numero di telefono o meno.

Hai detto: Ho pensato stupidamente di fare quello che tutti gli altri intorno a me stavano facendo, cioè bere. Mi sbagliavo.

Lo ripeto: non hai sbagliato perché hai bevuto. Tutti gli altri intorno a te non mi stavano aggredendo sessualmente. Hai sbagliato perché hai fatto una cosa che non stava facendo nessun altro, cioè aver spinto il cazzo eretto che avevi nei pantaloni contro il mio corpo nudo e indifeso, nascosto in una zona buia dove le altre persone alla festa non potevano vedermi e proteggermi, e mia sorella non poteva trovarmi. Il tuo reato non è aver bevuto uno shot. Togliermi le mutande e buttarle come fossero la carta di una caramella per inserire le tue dita nel mio corpo: è stato questo il tuo errore. Perché lo devo spiegare di nuovo?

Hai detto: non volevo assolutamente accanirmi su di lei durante il processo. È stato il mio avvocato e la sua strategia per gestire la causa.

L’avvocato non è il tuo capro espiatorio, rappresenta te. Il tuo avvocato ha detto delle cose incredibilmente esasperanti e umilianti? Certo. Ha detto che ti era venuta un’erezione perché faceva freddo.

Ha detto che stai creando un programma per studenti delle superiori e universitari in cui racconterai la tua esperienza per «Sensibilizzare contro la cultura dell’alcol nelle università e la promiscuità sessuale che ne deriva».

Sensibilizzare contro la cultura dell’alcol nelle università. È di questo che vuoi parlare? Pensi sia questa la cosa che ho passato l’ultimo anno a combattere? Non a sensibilizzare contro le violenze sessuali nei campus universitari, o lo stupro, o sull’imparare a riconoscere il consenso. La cultura dell’alcol nelle università. Abbasso il Jack Daniels. Abbasso la vodka Skyy. Se vuoi parlare ai ragazzi delle superiori dell’alcol, vai a un incontro degli alcolisti anonimi. Capisci che avere un problema con l’alcol è una cosa diversa dal bere e poi cercare di avere sesso con qualcuno con la forza? Mostra agli uomini come rispettare le donne, non a bere meno.

La cultura alcolica e la promiscuità sessuale che ne deriva. Che ne deriva, come se fosse un effetto collaterale, le patatine che ordini come contorno al tuo piatto. Cosa c’entra la promiscuità? Non ho letto titoli di giornali che dicevano: Brock Turner, colpevole di aver bevuto troppo e della promiscuità sessuale che ne deriva. La violenza sessuale nei campus. Eccoti la prima slide per la tua presentazione.

Ho spiegato abbastanza. Ora non puoi più scrollare le spalle ed essere confuso. Non puoi fare finta che non ci siano stati dei segnali. Non puoi più non sapere perché sei scappato. Sei stato dichiarato colpevole di avermi violato con dolo, e tutti quello che riesci ad ammettere è di aver bevuto. Non parlare nel modo triste in cui la tua vita è stata sconvolta per colpa dell’alcol che ti ha fatto fare brutte cose. Trova il modo di assumerti la responsabilità della tua condotta.

Per concludere, hai detto: Voglio far vedere alle persone che una serata da ubriachi può rovinare una vita.

Rovinare una vita, una vita sola, la tua: ti sei dimenticato della mia. Permetti di riformulare la frase per te: Voglio far vedere alle persone che una serata da ubriachi può rovinare due vite. La tua e la mia. Tu sei la causa, io sono la conseguenza. Tu mi hai trascinato con te in quest’inferno, mi hai fatto immergere di nuovo in quella notte, volta dopo volta. Hai fatto crollare entrambi i nostri castelli. Il tuo è stato un danno concreto: ti hanno portato via i tuoi titoli sportivi, quelli di studio, e l’iscrizione all’università. Il mio è stato interiore, invisibile, lo porto con me: mi hai portato via il mio valore, la mia privacy, la mia energia, il mio tempo, la mia sicurezza, la mia intimità, la mia fiducia, e la mia voce, fino a oggi.

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Una cosa che abbiamo in comune è che tutti e due non riuscivamo ad alzarci la mattina. Non sono stata estranea alla sofferenza. Hai fatto di me una vittima. Il mio nome sui giornali era «donna ubriaca priva di sensi». Dieci sillabe e niente di più. Per un po’, ho pensato di essere solo quello. Ho dovuto obbligar me stessa a imparare di nuovo il mio vero nome e la mia identità. A imparare di nuovo di non essere solo quello. Che non sono solo la vittima ubriaca a una festa di una confraternita dietro un cassonetto, mentre tu saresti il nuotatore tipicamente americano che frequenta un’università esclusiva, innocente fino a prova contraria, con così tanto da perdere. Sono un essere umano che è stato ferito in modo irreversibile. Che ci ha messo un anno per capire se valeva qualcosa.

La mia indipendenza, la mia gioia di vivere, la mia delicatezza e il mio stile di vita regolare furono stravolti in modo irriconoscibile. Mi sono chiusa in me stessa, sono diventata arrabbiata, senza autostima, ed ero stanca, irritabile e vuota. A volte l’isolamento era insopportabile. Non puoi ridarmi la vita che avevo prima di quella notte. Mentre tu ti preoccupavi per la tua reputazione distrutta, tutte le sere io mettevo dei cucchiai in frigo in modo che, quando la mattina dopo mi sarei svegliata con gli occhi gonfi per il pianto, potevo mettermeli sopra gli occhi per sgonfiarli e riuscire a vedere. Ogni mattina, mi presentavo al lavoro con un’ora di ritardo, e mi alzavo scusandomi per andare a piangere sulle scale; posso dirti quali sono i posti migliori in quel palazzo per piangere, quelli dove nessuno può sentirti. Stavo così male che ho dovuto dire al mio capo che lasciavo il lavoro, che avevo bisogno di tempo perché continuare così ogni giorno era impossibile. Ho usato i miei risparmi per andare il più lontano possibile.

Di notte, non riesco a dormire da sola se non ho una luce accesa, come una bambina di cinque anni, perché ho incubi in cui vengo toccata e non riesco a svegliarmi. Allora aspettavo l’alba per sentirmi abbastanza sicura per andare a letto. Per tre mesi, sono andata a letto alle sei del mattino.

Una volta ero orgogliosa della mia indipendenza. Ora ho paura di fare una passeggiata di sera, di andare a eventi sociali dove si beve tra amici, situazioni in cui dovrei sentirmi a mio agio. Sono diventata come quei crostacei che stanno attaccati alle rocce, ho sempre bisogno che ci sia qualcuno al mio fianco, che il mio ragazzo stia vicino a me, che dorma con me, e mi protegga. È imbarazzante quanto sia diventata debole, con quanta timidezza mi muova nella mia vita, sempre in guardia, pronta a difendermi, e a ad arrabbiarmi. Non hai idea di quanto duramente io abbia lavorato per ricostruire parti di me che sono ancora deboli. Mi ci sono voluti otto mesi solo per parlare di quello che era successo. Non riuscivo più ad avere un rapporto con i miei amici e con le persone intorno a me. Urlavo contro il mio ragazzo e la mia famiglia tutte le volte che tiravano fuori l’argomento. Tu non mi permetti di dimenticare mai quello che è successo. Alla fine di ogni udienza durante il processo, ero troppo stanca per parlare. Quando me ne andavo ero prosciugata e rimanevo in silenzio. Andavo a casa e spegnevo il telefono. Non parlavo per giorni. Mi hai comprato un biglietto per un pianeta dove vivevo isolata. Ogni volta che usciva un nuovo articolo vivevo con la paranoia che tutta la città scoprisse che la ragazza aggredita ero io. Non volevo la compassione di nessuno e sto ancora imparando ad accettare che la vittima è una parte della mia identità. Hai trasformato la mia città in un posto dove mi sento a disagio. Un giorno potrai ridarmi indietro i soldi per l’ambulanza e le cure. Ma non potrai mai ridarmi indietro le mie notti insonni. Il modo in cui iniziavo a singhiozzare senza potermi controllare quando in un film veniva fatto del male a una donna. Questa esperienza ha aumentato la mia empatia verso le altre vittime, per usare un eufemismo. Sono dimagrita per lo stress, e quando me lo facevano notare, rispondevo che stavo correndo molto in quel periodo. Ci sono momenti in cui non voglio essere toccata. Devo imparare di nuovo che non sono fragile, che sono una persona capace e sana, e non solo furiosa e debole.

Voglio dire una cosa. Posso sopportare tutti i pianti e la sofferenza che mi hai causato. Ma quando vedo la mia sorellina che soffre, quando non riesce ad andare bene a scuola, quando è triste, non dorme, quando piange così forte al telefono da non riuscire quasi a respirare, ripetendomi in continuazione che le dispiace avermi lasciato sola quella notte, quando lei si sente più in colpa di te, allora non ti perdono. Quella notte l’avevo chiamata per cercarla, ma tu mi hai trovato prima di lei. Il tuo avvocato ha iniziato la sua arringa finale dicendo: «Sua sorella ha detto che stava bene: chi la conosce meglio di sua sorella?». Hai cercato di usare mia sorella contro di me. I tuoi attacchi sono stati davvero deboli, dei colpi bassi: erano quasi imbarazzanti. Non ti azzardare a toccare mia sorella.

Se pensi che io sia stata risparmiata, che ne sia uscita indenne, e che oggi per me sia tutto finito, mentre tu sei qui a prenderti la botta peggiore, ti sbagli. Non ci sono vincitori. Siamo tutti devastati, stiamo tutti cercando un significato in mezzo a tutta questa sofferenza. Non avresti mai dovuto farmi una cosa del genere. E in secondo luogo, non avresti mai dovuto farmi lottare per così tanto tempo, per dirti che non avresti mai dovuto farmi una cosa del genere. Ma ora siamo qui. Il danno è fatto, e nessuno lo può cancellare. Ora entrambi abbiamo una scelta. Possiamo lasciare che tutto questo ci distrugga. Io posso continuare a essere arrabbiata e ferita, e tu puoi continuare a negare. Oppure possiamo affrontare la cosa di petto: io accetto il dolore, tu accetti la pena, e andiamo avanti.

La tua vita non è finita, hai ancora decenni davanti a te per riscrivere la tua storia. Il mondo è un posto immenso, molto più grande di Palo Alto e di Stanford, e tu ti creerai una spazio dentro al mondo in cui puoi essere utile e felice. Adesso il tuo nome è macchiato, e io ti sfido a trovartene uno nuovo, in modo di fare qualcosa di buono per il mondo, che lasci tutti di stucco. Hai un cervello, hai una voce e un cuore. Usali in modo saggio. La tua famiglia ti ama moltissimo. Questo da solo può farti superare qualsiasi cosa. Mi ha tenuta in piedi durante tutto questo. La tua farà lo stesso con te, e tu andrai avanti. Credo che un giorno riuscirai a capire tutto questo meglio. Spero che diventerai una persona migliore e più onesta, che riuscirà a usare questa storia per fare in modo di evitare che un’altra storia come questa possa mai più succedere. Io sostengo pienamente il tuo viaggio per guarire e ricostruire la tua vita, perché questo è l’unico modo in cui potrai iniziare ad aiutare gli altri.