Lettera al mio stupratore: “non mi conosci, ma sei stato dentro di me”

violenza sulle donne
femminicidio (istock)

Quanti anni ha? Quanto pesa? Cosa aveva mangiato quel giorno? E cosa aveva mangiato a cena? Chi aveva preparato la cena? Aveva bevuto a cena? Nemmeno dell’acqua? Quando bevve? Quanto bevve? Da che contenitore bevve? Chi le diede da bere? Quanto beve di solito? Chi l’aveva portata alla festa? A che ora? Ma dove, esattamente? Come era vestita? Perché era andata a quella festa? Cosa fece quando arrivò? È sicura di averlo fatto? Ma a che ora lo fece? Cosa significa questo messaggio? A chi stava scrivendo? Quando urinò? Dove urinò? Con chi andò a urinare fuori? Il suo telefono era impostato sul silenzioso quando chiamò sua sorella? Si ricorda di aver inserito il silenzioso? Vorrei far notare che a pagina 53 aveva detto che la suoneria era inserita. Beveva all’università? Ha detto che era un “animale da festa”? Quante volte le è capitato di svenire? Frequentava le feste delle confraternite? Con il suo ragazzo è una cosa seria? È sessualmente attiva con lui? Quando avete iniziato a uscire? Lo tradirebbe mai? Ha tradito in passato? Cosa intendeva quando ha detto che lo voleva premiare? Si ricorda a che ora si svegliò? Indossava il suo cardigan? Di che colore era il suo cardigan? Ricorda qualcos’altro di quella notte? No? D’accordo, lasceremo che sia Brock a dircelo.

Fui colpita da una raffica di domande circoscritte e mirate che hanno dissezionato la mia vita privata, la mia vita sentimentale, la mia vita passata, e quella familiare. Domande stupide, che avevano lo scopo di accumulare dettagli irrilevanti e cercare una scusa per il tizio che non aveva nemmeno perso il tempo di chiedermi come mi chiamavo, che mi aveva spogliata qualche minuto dopo avermi vista per la prima volta. Dopo essere stata aggredita fisicamente, fui aggredita con delle domande pensate per attaccarmi, in modo da poter dire: vedete? La sua versione non torna, è fuori di testa, praticamente è un’alcolizzata, probabilmente voleva fare sesso, lui è un atleta, erano entrambi ubriachi, le cose che ricorda dell’ospedale sono successe dopo il fatto, perché prenderle in considerazione? Brock si gioca molto e sta passando davvero un brutto periodo in questo momento.

Poi arrivò il momento della sua testimonianza, e tornai a essere una vittima. Voglio ricordarvi che dopo quella notte aveva detto di non aver mai avuto intenzione di portarmi in camera sua. Aveva detto che non sapeva perché eravamo dietro un cassonetto. Che si era alzato e se ne era andato perché non si sentiva bene, quando all’improvviso era stato inseguito e attaccato. Poi scoprì che non mi ricordavo niente. Così un anno dopo, come previsto, saltò fuori una nuova storia. Brock aveva una nuova, strana versione che sembrava un romanzo per adolescenti scritto male in cui c’erano baci, si ballava, ci si teneva la mano e si cadeva romanticamente per terra. La cosa più importante, però, è che nella nuova storia all’improvviso c’era il consenso. Un anno dopo il fatto, si era ricordato che, sì, comunque lei aveva detto sì, era d’accordo su tutto. Raccontò che mi aveva chiesto se volevo ballare. A quanto pare, gli dissi di sì. Mi aveva chiesto se volevo andare nel suo dormitorio, e io avevo detto di sì. Poi mi aveva chiesto se poteva penetrarmi con le dita, e io dissi di sì. La maggior parte dei ragazzi non chiede posso penetrarti con le dita? Di solito le cose succedono gradualmente, in modo naturale e consensuale, non è una sessione di domande e risposte. Ma a quanto pare, io gli avevo dato il permesso di fare tutto. Era innocente. Anche nella sua versione della storia io ho detto soltanto tre parole in totale prima di ritrovarmi mezza nuda per terra, sì sì sì. Per il futuro: se hai il dubbio che una ragazza possa davvero darti il suo consenso, assicurati che possa completare una frase intera. Non sei riuscito a fare nemmeno quello. Una sequenza di parole coerenti. Cosa c’è di difficile da capire? È senso comune. Decenza umana.

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Secondo lui, l’unico motivo per il quale eravamo per terra è che io ero caduta. Un appunto: se una ragazza cade, aiutala a rialzarsi. Se è troppo ubriaca anche per camminare e cade, non salirle sopra, non scoparla, non toglierle le mutande, e non mettere la tua mano nella sua vagina. Se una ragazza cade, aiutala a rialzarsi. Se indossa un cardigan sopra il vestito, non toglierglielo per toccarle il seno. Forse ha freddo, forse è per questo che indossava il cardigan. Se il suo culo e le sue gambe sono nudi e sfregano contro pigne e aghi mentre con il tuo peso spingi dentro di lei, togliti da sopra di lei.

Nella tua storia, poi, si avvicinarono due ragazzi svedesi che passavano in bicicletta. Secondo me sei scappato perché ti avevano preso, non perché eri spaventato di due terrificanti studenti universitari svedesi. L’idea che tu pensassi di essere stato attaccato senza motivo è semplicemente ridicola. Che il fatto che tu fossi sopra il mio corpo incosciente non c’entrasse niente. Sei stato colto sul fatto, non ci sono spiegazioni. Quando ti aggredirono, perché non hai detto «Fermi! Va tutto bene, chiedete a lei, è lì, ve lo dirà lei»? Mi avevi appena chiesto il permesso, no? Ero sveglia, no? Quando arrivarono i poliziotti e interrogarono lo svedese cattivo che ti aveva appena attaccato, stava piangendo così forte per quello che aveva visto da non riuscire a parlare. E comunque, se davvero pensavi che fossero pericolosi, quello che hai fatto è stato abbandonare una ragazza mezza nuda per scappare e metterti in salvo. In qualsiasi modo la giri, non ha senso.

Il tuo avvocato ha sottolineato ripetutamente che bé, non sappiamo esattamente quando la ragazza ha perso conoscenza. Vero, magari stavo ancora sbattendo gli occhi e il mio corpo non era ancora del tutto molle, d’accordo. Ma non è quello il punto. Ero troppo ubriaca per poter parlare, troppo ubriaca per essere consenziente molto prima di finire per terra. Non avrei mai dovuto essere toccata. Brock ha detto: «Non mi sono mai accorto che non reagiva. Se in qualsiasi momento mi fossi accorto che non reagiva, mi sarei fermato subito». Ecco. Se avevi intenzione di fermarti solo quando avessi smesso letteralmente di reagire, allora non hai ancora capito. E comunque non ti sei fermato nemmeno quando ho smesso di reagire! È stato qualcun altro a fermarti. Due ragazzi in bici si erano accorti nel buio che non mi muovevo e sono dovuti intervenire. Come hai fatto a non accorgertene tu, mentre eri sopra di me?

Hai detto che ti saresti fermato e avresti chiesto aiuto. L’hai detto, ma voglio che spieghi come mi avresti aiutato, passo dopo passo, fammi capire. Voglio sapere come sarebbe andata avanti la serata se quegli svedesi cattivi non mi avessero trovato. Te lo sto chiedendo. Mi avresti tirato su le mutande? Avresti sbrogliato la collana attorcigliata intorno al mio collo? Avresti chiuso le mie gambe e mi avresti coperta? Mi avresti rimesso il reggiseno nel vestito? Mi avresti aiutata a togliermi gli aghi di pino dai capelli? Mi avresti chiesto se le abrasioni che avevo sul collo e sul sedere mi facevano male? Saresti andato da un tuo amico e gli avresti chiesto di aiutarti a portarmi in un posto caldo e comodo? Quando penso a come sarebbero potute andare le cose se gli svedesi non fossero mai arrivati, non riesco a dormire. Cosa mi sarebbe successo? Questa è la domanda per cui non avrai mai una risposta valida, la cosa che non sei in grado di spiegare nemmeno dopo un anno.

E poi: lui dice che raggiunsi l’orgasmo dopo un minuto di penetrazione con le dita. L’infermiera ha detto che c’erano abrasioni, lacerazioni e sporcizia nei miei genitali. È successo prima o dopo il mio orgasmo?

Dire a tutti noi, sotto giuramento, che sì, lo volevo, che l’ho permesso, e che sei tu la vera vittima, che sei stato attaccato da due ragazzi per ragioni sconosciute, è una cosa ripugnante, da dementi, egoista e stupida. Dimostra che eri disposto a fare qualsiasi cosa pur di screditarmi, smentirmi e spiegare che andava bene farmi del male. Hai provato ostinatamente a salvare te stesso e la tua reputazione a mie spese.

La mia famiglia ha dovuto vedere le foto della mia testa legata a una barella, piena di aghi di pino; del mio corpo per terra con gli occhi chiusi, il vestito tirato su, braccia e gambe molli nel buio. E anche dopo tutto questo, la mia famiglia ha dovuto ascoltare il tuo avvocato che diceva che le foto erano state scattate dopo il fatto, che potevamo scartarle. Ha dovuto ascoltarlo mentre diceva che, sì, l’infermiera ha confermato il rossore e le abrasioni dentro il suo corpo, ma è questo che succede quando penetri qualcuno con le dita, e lui questo lo ha già ammesso. Ha dovuto ascoltarlo mentre usava mia sorella contro di me. Ascoltarlo mentre cercava di descrivermi con una provocante animale da festa, come se in qualche modo questo facesse sì che me la fossi andata a cercare. Ha dovuto ascoltarlo mentre raccontava che il motivo per cui al telefono sembravo ubriaca è che sono stupida, e che quello era il mio modo scemo di parlare. Mentre sottolineava che nel messaggio che avevo lasciato al mio ragazzo in segreteria, gli avevo detto che l’avrei premiato, e sappiamo tutti a cosa stavo pensando. Vi assicuro che le mie ricompense non sono trasferibili, soprattutto non al primo sconosciuto che mi si avvicina.

Il punto è che questo è quello che la mia famiglia e io abbiamo dovuto sopportare durante il processo. Ho dovuto ascoltare tutto questo seduta in silenzio, subirlo, mentre lui inventava il racconto della serata. Dover soffrire è già abbastanza. Ma dover sentire una persona che cerca in modo spietato di sminuire la gravità e la validità di questa sofferenza è un’altra cosa. Alla fine, però, le sue affermazioni infondate e la logica contorta del suo avvocato non hanno ingannato nessuno. La verità ha vinto. La verità parla da sola.

Sei colpevole. Dodici membri della giuria ti hanno giudicato colpevole di tre capi di accusa al di là di ogni ragionevole dubbio; sono dodici voti per ogni capo di accusa, trentasei “sì” che confermano la tua colpevolezza, il cento per cento: sei stato giudicato colpevole all’unanimità. Ho pensato che fosse finalmente finita; finalmente avrebbe confessato quello che ha fatto, si sarebbe scusato davvero, entrambi saremmo andati avanti e le cose sarebbero migliorate. Poi ho letto la tua dichiarazione. Se speri che uno dei miei organi imploda per la rabbia e io muoia, ci sono quasi. Ci sei molto vicino. Un’aggressione non è un incidente. Questo non è un altro caso di sesso tra universitari ubriachi che hanno fatto una scelta sbagliata. In qualche modo, ancora non ci arrivi. In qualche modo, sembri ancora confuso.

Ora vorrei leggere parti della dichiarazione dell’imputato, e rispondere.