Sara Margherita, dal musical alla danza: “L’arte in Italia non viene valorizzata abbastanza”

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Sara Margherita è una giovane performer toscana, molto presente nel mondo del teatro, della musica e della danza. Balla, canta, recita e insegna al fianco di grandi nomi. Si è raccontata alla nostra testata fra sogni, ambizioni e curiosità.

Sara Margherita in scena (dal suo book fotografico)

Essere artisti al giorno d’oggi non è semplice, forse non lo è mai stato del tutto, ma attualmente si fa più fatica ad emergere. Sembra sempre che nessuno vada più a teatro, nessuno vada più al cinema, nessuno faccia niente per il gusto di emozionarsi davanti ad una scena piuttosto che ad un balletto. Ma è veramente così, oppure è la comunità che è diventata troppo severa e non guarda adeguatamente agli spunti che l’arte – nella sua completezza scenica e recitativa, ma non solo – offre? È vero che con la cultura non si mangia? Abbiamo provato a chiederlo a Sara Margherita, performer italiana, presenza nel mondo del Musical e anche – fra le altre cose – fenomeno del Web con ritrovati interessanti che hanno rispecchiato appieno il consenso della Rete.

Oltre a cantare, ballare e recitare, insegna. Quindi può dirci, eventualmente, cosa bisogna aspettarsi dalle nuove leve del settore e in che mani siamo, artisticamente parlando, per il futuro. Ha lavorato, tra gli altri, con Elisa, Bocelli e Mogol, ma ancora non si è montata la testa ed è per questo che – fra un impegno e l’altro – si è concessa a Chedonna.it in esclusiva per portarci dentro al mondo dei performer di cui è degna esponente:

Ciao, Sara, tu sei performer quindi fai più discipline insieme: da dove nasce l’esigenza di abbracciare l’arte a tutto tondo?

“Ciao! Ho iniziato a cantare e ballare quasi contemporaneamente! Entrambe le discipline sono incominciate per caso e per una serie di eventi, come se fosse intervenuto il destino. Ho sempre sentito l’esigenza di cantare e di esprimermi attraverso la musica o lo studio di uno strumento. Non ho mai realmente imparato a suonare il pianoforte ma ricordo che a 9 anni decisi di diventare una violinista, cosa che poi non è avvenuta, e a 3 anni mi divertivo a suonicchiare delle melodie ad orecchio nel pianoforte per bambini. Sentivo lo stimolo a cantare ma mi vergognavo e non chiesi mai di mandarmi a lezione fino a che la mia professoressa di musica delle medie, che lavorava per il conservatorio, vedendomi suonare la tastiera e riconoscendomi un buon orecchio, mi mandò a fare l’audizione per entrare nelle voci bianche del teatro, cosa che poi è avvenuta. Mi sono sempre interessata all’arte e al teatro e anche la scrittura non mi è mai dispiaciuta. Inizialmente il posto dove stavo meglio era l’aula di canto del teatro soprattutto perché la danza inizialmente è stata un trauma fino a che non sono diventata definitavamente allieva di Marina. Col passare del tempo mi sono accorta che una o l’altra disciplina non potevano vivere da sole. Quando ero in accademia di danza mi mancava cantare, adesso che mi concentro sul canto mi manca la danza”.

Sara Margherita, teatro, danza e recitazione: “Il lavoro di performer è ostico, ma alla fine sa regalare emozioni”

Sara Margherita (foto rilasciata per sua gentile concessione)

Quali difficoltà ci sono oggi per i giovani che vorrebbero intraprendere la tua stessa carriera?

“Ci sono un sacco di audizioni oggi, ma è bene fare molta attenzione. Molte insegnanti di danza vedono i loro allievi motivati e pieni di voglia di fare ma, all’atto pratico, nessuno sa veramente che fine faranno . La maggior parte degli allievi sono ragazzi che probabilmente nel futuro lavoreranno molto poco specialmente in Italia  e che, in questo momento danno un’entrata economica, grazie alla loro iscrizione e partecipazione a stage e concorsi, alimentando il circolo vizioso dello sfruttamento e delle finte borse di studio per accaparrarsi l’allievo , sempre più trattato come un cliente e a volte anche come bambino anche se ha 25 anni. Oggi il lavoro non c’è quasi più, spesso si è sottopagati o non pagati e molte audizioni sono specchietti per le allodole per giustificare le spese di produzione o per attuare delle strategie di marketing. All’estero? Si è vero, sicuramente c’è più lavoro, ma va detto che le Accademie stanno subendo la crisi economica e finanziaria che tutta l’Europa, ed extra Europa, sta vivendo. Ho visto Accademie di danza famosissime, anche provenienti da oltreoceano, prendere allievi di scuole private per uno scambio di interessi economici. E questa la dice lunga sulla loro situazione finanziaria e sulla qualità che sta sempre più scemando.  Quello che viene fatto passare per apertura, da parte di quelle che un tempo erano grandi istituzioni chiuse a certi ambienti per garantire professionalità commerciali non è nient’altro che il far fronte a certe problematiche legate all’economia”.

Sei venuta a contatto con giganti della musica e del musical, come pensi stiano evolvendo questi settori al giorno d’oggi?

“Malissimo. Il panorama è degradato: mancano i soldi, le basi culturali non esistono e, mancando i soldi, governa chi finanzia e spesso chi finanzia capisce molto poco o poggia solo e solamente sul marketing, ma marketing fatto piuttosto male. Una fetta di popolazione è completamente dimenticata  e si basa tutto sui gusti di parte degli adolescenti proponendo a loro solo una tipologia di cosa molto povera e vuota, fatta passare per grande arte ed ironia, quando questa è fatta molto male. La tecnologia, che in teoria avrebbe dovuto aiutare, diventa il mezzo del pressappochismo. Manca il sentimento, l’emozione per fare emozionare, il sentire, la capacità di creare dal cuore e l’atmosfera  e di riflesso questo manca anche all’arte. Troppa tecnologia, troppa frenesia, troppi tempi corti! Tutta questa velocità uccide i tempi vuoti e se non hai tempi vuoti non puoi riflettere, creare, produrre e soprattutto sentirti. Forse il problema è proprio che questa società non conosce la sofferenza e ha paura di incontrarla soffermandosi su sé stessa e riempie la vita di qualsiasi cosa. Il risultato sono degli artisti esecutori che cercano la perfezione, ma completamente apatici e incapaci di sentire realmente nemmeno una melodia”.

Fare l’attrice televisiva è castrante rispetto a lavorare in teatro malgrado la visibilità?

“Dipende da chi trovi, ti possono castrare o meno. Certo in certi ambienti è il regista che governa e tu devi interpretare un ruolo, in nessun caso puoi pensare di farti i fatti tuoi. Sicuramente la televisione ha a che fare con un imitazione della realtà meno enfatica rispetto al teatro ma ad ogni modo sei governato”.

Come ti vedi fra vent’anni?

“Non è semplice inquadrarmi tra una ventina di anni, dato che faccio fatica ad inquadrarmi tra qualche mese, ma quello che spero è di riuscire almeno a sfogare il mio estro artistico anche nella creatività. Spero di continuare come insegnante perché lo reputo  il settore più sano di questa categoria. Non so a quarant’anni come sarò, ma c’è da dire che molto artisti si vestono di ridicolo a voler continuare a tutti i costi questo mestiere interpretando ruoli per bambini con i solchi agli occhi e volendo insistere con la propria fama. Certo, dipende dal tipo di persona ma spero di non dovermi ridurre a fare la scema per pagare l’affitto. Ovviamente il tutto dipende dal ruolo e dal contesto, non generalizziamo. Non tutti i quarantenni che fanno questi mestieri risultano deficienti ma molti purtroppo disperatamente patetici”.

Hai avuto a che fare con ostracismi e difficoltà nel corso della tua carriera sinora?

“Certamente! Ho avuto tante difficoltà e ostracismi. Dal peso, dato che quando ero bambina ho avuto dei problemi ormonali, a infortuni gravi che mi hanno bloccata, a delle persone stupide che mi hanno creduta la loro rivale, al tentativo di farmi fuori con la diffamazione. Onestamente ho sempre fatto la mia strada fregandomene di quello che mi dicevano. L’unica cosa che mi ha dato fastidio a volte è rimetterci, ma degli affronti vigliacchi e fintamente diretti che a volte ho ricevuto me ne sono sempre fregata. La mia difesa per gli imbecilli è sempre stata farmi credere scema per evitare di averci troppo a che fare e non farli cambiare strategia per avere sempre la situazione sotto controllo. Alla fine credo che ognuno viva nell’ambiente più giusto e, in mezzo agli imbecilli arrivisti e materialisti, una persona con valori differenti non abbia nemmeno l’interesse di logorarsi per fare buon viso a cattivo gioco e cercare di farsi accettare da persone che reputa meno intelligenti”.

Come mai, in Italia, perdonano poco il successo? Nel senso: quando sfondi sono tutti dalla tua parte e appena provi un minimo a proporre qualcosa di nuovo vorrebbero ancorarti al passato, perché secondo te?

“Purtroppo molte relazioni di oggi sono basate sull’interesse materiale e se pensano che da te possono trarre qualcosa diventano anche servili e ti lodano a volte anche in modo fastidioso e mi domando come molti artisti riescano a montarsi la testa in mezzo a lodi che hanno un’origine palese e ben precisa. Se il successo cade e non hai più nessuno intorno è perché, semplicemente, non servi più a loro. Per quanto riguarda il rifiuto del nuovo, credo che ad oggi gli addetti ai lavori, e mi riferisco in special modo a chi decide, non abbiano la minima capacità di saper distinguere un’idea buona da una fallace, perché spesso sono persone che occupano certi posti grazie ad una rete piuttosto chiusa di raccomandazioni o interessi economici, piuttosto che per motivazioni legate al talento. E poi c’entra molto la chiusura mentale Europea, e non solo italiana, e tanto anche la mancanza di soldi. Se devo investire investo su qualcosa che mi tiene a c**o coperto piuttosto che rischiare su qualcosa di nuovo e potenzialmente attrattivo ma non sicuro. Credo che sia questa la motivazione più valida per cui rimaniamo ancorati al passato e investiamo sul mediocre pensando che venda di piú. In sostanza si tende ad evitare i fallimenti e non si rischia più perché un eventuale conto fatto male costerebbe troppo tempo e denaro. Ma questo non ha nulla a che fare con lo stare dalla tua parte o meno durante il successo. Ricordati che per chi ti paga tu sei un numero non un essere umano”.

Sara Margherita: “Il mondo del Web è intricato e complesso, devi riuscire a trovare la tua strada libera da qualsiasi timore reverenziale”

Sei anche in Rete: il trucco, per una performer, per ingraziarsi il pubblico del Web. Qual è il segreto per fare satira e recitare nel modo migliore come hai fatto tu?

“È un discorso vasto e complesso. Sono una persona che spesso ama la provocazione, e per tale non intendo attrarre l’attenzione mostrando una fetta di gluteo abbinata alla frase filosofica come spesso si vede. È vero, spesso ho attratto l’attenzione di molti uomini o ragazzi dell’altro sesso e non solo, ma non è che abbia pigiato molto su questa cosa. Mi sono divertita spesso a fare esperimenti sociali usando social network. Va ricercato il pubblico adeguato a te, il linguaggio adeguato a loro e soprattutto la regola numero uno è la spontaneità. Se cerchi l’approvazione del collega, non aspettarti di avere seguito, perché il collega non ti caga. Sostanzialmente credo che il modo migliore per vivere meglio e farsi il proprio pubblico sia fregarsene alla grande di cosa potrebbe pensare la gente e sperimentare per trovare la chiave giusta. Ci sono state molte persone che mi hanno creduta estremista oppure cretina, ma alla fine chi mi capisce ride, chi mi conosce sa chi sono e come la penso e non si basa su delle mie provocazioni e strategie mediatiche per giudicarmi”.

Cosa vorresti fare che ancora non ti hanno proposto?

“Una cosa che mi piacerebbe fare sicuramente è qualcosa di buffo e comico: visto che la goffaggine, il sarcasmo e l’essere buffa spesso mi appartiene. E poi non escludo che mi venga in mente di scrivere qualche sceneggiatura”.

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