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Una mamma imperfetta: “Mio figlio aveva rinunciato a me, ma l’ho capito presto”

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Una mamma racconta di come ha scoperta che cosa vuol dire deludere un figlio e sentirlo allontanarsi lentamente, riuscendo però a tornare sui propri passi appena in tempo.

sonno nei neonati, le linee guida (Istock)

Dare ai nostri figli tutta l’attenzione possibile. Rimanere noi stesse, con i nostri spazi e le nostre necessità. Sono i due poli tra cui qualsiasi donna diventa madre tenta costantemente di destreggiarsi.

Essere tutto non è però sempre possibile e così, ogni tanto, finiamo per sbilanciarci, per pendere verso uno dei due piatti della bilancia, per essere troppo mamme o troppo donne.

Come ritrovare l’equilibrio e capire che cosa stiamo perdendo? Forse ci vuole un aiuto esterno, proprio come è capitato alla mamma autrice del post che vi riproponiamo qua sotto.

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Mamma: “quando mio figlio aveva rinunciato a me”

sindrome della leonessa cos’è, quali sono le conseguenze (Istock Photos)

HuffPost ha inaugurato una serie per la sezione Moments Not Milestones intitolata Il momento in cui ho smesso di essere perfetta.

Qui diverse donne hanno raccontato le loro esperienze in stile “Bad Moms”, avventure o disavventure di chi ha scoperto sulla propria pelle come essere madre sia assai diverso da quanto film e serie tv ci propongono. Si tratta in realtà di una strada in salita in cui errori e sviste sono all’ordine del giorno.

Essere una mamma può significare anche deludere un figlio ma soprattuto deludere se stesse: sentirsi inadeguate, sbagliate, con sempre poco tempo per riuscire a far tutto è all’ordine del giorno quando si è una madre ma mai nulla è perduto, almeno fino a quando si ha la possibilità di tornare sui propri passi.

Ce lo insegna una mamma in questo racconto pubblicato su HuffPost Usa.

“Da quando i miei due figli hanno iniziato a condividere la camera, la loro routine della buonanotte è stata sempre la stessa: bagnetto, pigiama, denti, favole, coccole. Ed ogni notte, mentre esco dalla stanza, Eli dice sempre “Ricordati di venire su a coccolarmi e portami dell’acqua!”.

Percorro le scale con un veloce “Ok”, sapendo molto bene che le probabilità di adempiere la promessa sono vicine allo zero. Le giornate sono lunghe e, con l’apprestarsi dell’ora di andare a letto, sono pronta per un po’ di relax. E anche in questo frangente, mi ritrovo sempre a dover terminare le pulizie della cucina, raccogliere i giocattoli disseminati in soggiorno e confezionare il pranzo per il mio piccolo che frequenta l’asilo, prima di poter anche solo considerare l’idea di sedermi.

A volte, dopo diversi minuti di silenzio, iniziano le urla. Iniziano piano, ma poi aumentano di volume e frequenza: “Mamma, mamminaaaaaaaa. MAMMINAAAAAAAAA”.

Mi fermo in fondo alle scale e grido seccata: “Che c’è?”

“Puoi portarmi un po’ d’acqua?”

“Vengo su tra qualche minuto”

Porto a termine i compiti iniziati, riempio d’acqua un paio di bottiglie e salgo le scale con riluttanza, infastidita per la brusca interruzione del tempo da dedicare a me stessa. Rapidamente distribuisco l’acqua e un ultimo giro di baci e schizzo fuori di lì il più velocemente possibile, dicendo a me stessa che i bambini hanno bisogno di dormire. Sto solo facendo il loro interesse.

Per più di due anni lo scenario è stato più o meno lo stesso, quasi ogni notte: questo rende ancora più sorprendente il fatto che io non mi sia accorta dei cambiamenti avvenuti di recente.

Stavo coccolando Samuel, ascoltando con un orecchio un racconto sul suo nuovo supereroe preferito mentre con l’altro cercavo di carpire frammenti della conversazione tra Eli e mio marito. “Mamma” e “Brontolona” sono state le parole più frequenti. Scherzando, ho allungato la mano tra i due letti per fare il solletico o dare un pizzicotto a mio figlio, mentre urlavo “Ehi, chi è la brontolona?”.

Poco dopo, mi sono lasciata cadere sulla poltrona in soggiorno accanto a mio marito. Dopo esserci accomodati, lui ha detto “Hai sentito le parole di Eli? Mamma brontolava sempre quando la chiamavo perché tornasse su a coccolarmi, così ho smesso di chiederlo”.

Immediatamente, ho sentito il vecchio, familiare peso del senso di colpa gravare sulle mie spalle come un’indesiderata coperta in una giornata afosa. Mi sono alzata in piedi, ho percorso veloce le scale e sono entrata in camera dei bambini. Eli si era appena addormentato. Mentre mi adagiavo sul suo letto, si è girato ed io ne ho approfittato per sussurrargli all’orecchio: “Amo coccolarti”.

Ha mormorato qualcosa in risposta e si è appisolato di nuovo, con il braccio intorno al mio collo e il viso pigiato contro il mio, proprio come piace a lui. Tutto perdonato, situazione risolta.

Ma mentre ero lì distesa accanto a lui, il reale peso delle sue parole mi ha colpito:

“Ho smesso di chiederlo”

Non ho mai riflettuto sul modo in cui Eli percepiva il nostro rituale della sera: ho sempre dato per scontato che le mie parole e le mie azioni fossero irrilevanti. Tuttavia, a mia insaputa, la mia fretta di essere altrove non è sfuggita a mio figlio, così come il mio atteggiamento. Ad un certo punto ha deciso che non ne valeva più la pena. Il che mi fa riflettere su altre cose che, alla fine, potrebbe smettere di chiedermi.

“Mammina, mi leggi una storia?”

“Giocheresti un po’ con me?”

“Mamma, ascolta questa barzelletta!”

“Indovina cos’è successo oggi a scuola.”

“Mi guarderesti mentre faccio qualche tiro a canestro?”

“Che ne pensi di questa ragazza?”

“Posso parlarti di una cosa importante?”

E quale sarà la mia risposta? Quale atteggiamento adotterò?

“Fra un minuto”. Che diventeranno tre, quattro, dieci, venti minuti.

“Adesso non ne ho il tempo” borbottato con scoraggiata disattenzione.

“Lo faremo dopo”. Ed il cumulo di promesse tradite continuerà a crescere.

Le mie giustificazioni possono essere valide, a volte necessarie. I bambini devono apprendere la pazienza, devono imparare che a volte non hanno la priorità assoluta. Ma sono le mie parole, insieme al mio atteggiamento, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno… Ad un certo punto, forse, smetterà di chiedere di nuovo e potrebbe trattarsi di qualcosa di molto più importante di un bicchiere d’acqua ed un ultimo abbraccio.

Per questo, ultimamente, concedo abbracci più lunghi. Cerco di assicurarmi che il mio “Tra un minuto” sia davvero solo un minuto.

Mio figlio aveva rinunciato a me, ma l’ho capito presto. Abbastanza da poter correre ai ripari. Tremo al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere se avessi imparato la lezione troppo tardi.”

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