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Fare carriera o essere madre? Sempre più donne devono scegliere

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La storia di Marianna, esempio perfetto di come in Italia nel 2019 sia ancora pressoché impossibile per una donna fare carriera ed essere al tempo stesso madre.

mamme lavoratrici
Mamme lavoratrici: come affrontare il rientro al lavoro (Istock Photos)

Trentacinque anni, due figli gemelli di cinque e un lavoro che ha dovuto lasciare nel luglio dello scorso anno.

Marianna è una delle tante, una delle purtroppo sempre più numerose donne costrette a fare i conti con l’impossibilità di portare avanti il loro impiego per occuparsi dei figli.

“Da quando sono nati i miei figli, ho resistito quattro anni, poi mi sono ritrovata con le spalle al muro e ho dovuto mollare – spiega Marianna – Non ho avuto scelta, non avrei mai potuto conciliare vita familiare e vita lavorativa alle condizioni dell’azienda, eppure quel lavoro mi piaceva e mi serviva”.

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Marianna è una delle 165.562 che, tra il 2011 e il 2017, hanno lasciato il posto di lavoro a causa di quella che viene definita “incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole”. Ma che cosa non funziona per queste donne? Quali sono le possibili soluzioni che il mondo del lavoro ancora ad oggi non contempla per loro? Proviamo a comprendere un po’ meglio la situazione.

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Carriera e maternità: due obbiettivi incompatibile per le donne

mamme al lavoro
Mamme lavoratrici: come affrontare il rientro al lavoro(Thinkstock)

“Oggi nel mondo del lavoro tantissime di noi si trovano davanti a un bivio: o mantieni il posto di lavoro, magari con l’obiettivo di fare carriera, o fai la mamma. Ma le due cose dovrebbero poter coesistere, come succede fuori dall’Italia”

Come per molte altre lavoratrici italiane la strada di Marianna è stata spedita e fruttuosa fin quando non è divenuta madre: trasferitasi dalla Sicilia a Milano nel 2007, Marianna è subito entrata nell’azienda in cui poi è rimasta per oltre dieci anni. Tutto è cambiato nel 2013 quando, subito dopo il matrimonio, Marianna è divenuta madre di due gemelli.

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Inizialmente le cose sembrano andare però per il meglio. La ragazza chiede e ottiene un part-time per tre anni, alla scadenza dei quali però si ritrova nuovamente dinanzi una scelta. Marianna ricorre alla cosiddetta “contrattazione di secondo livello”, unico fronte su cui le mamme lavoratrici possono muoversi interpellando, magari col supporto del sindacato, i vertici dell’azienda.

“Ho chiesto il part-time e mi è stato negato, così come un orario fisso 8-17, ma mi fu detto che, nel caso, avrei dovuto fare i turni e lavorare anche il sabato. Per me era impossibile – racconta Marianna – E poi, da quando ero diventata mamma, l’atteggiamento nei miei confronti era cambiato. Eppure negli anni l’azienda aveva investito su di me, mi aveva fatto fare un corso ed ero diventata tecnico informatico. Da quando ero diventata mamma, avvertivo che non c’era più la stessa stima di prima. Mi hanno fatto capire in molti modi, anche spostandomi da una parte all’altra, che per loro ero diventata un peso”.

Così Marianna si ritrova in disoccupazione e con un sussidio che a breve diminuirà. Eppure lei vorrebbe lavorare:

“Sono pronta, dovessero chiedermi se ho figli risponderò che questo non può essere considerato un problema una mamma sul posto di lavoro ha la stessa affidabilità di una donna senza figli. Lo avrei dimostrato alla mia azienda alla quale io non avevo chiesto lo stipendio in regalo, ma che ci si venisse incontro conciliando le esigenze reciproche. Chiedevo una possibilità”

“Vuole sposarsi? Vuole dei figli?” sono del resto domande che la maggior parte delle donne si trovano a fronteggiare in sede di colloquio. Quesiti inappropriati, come spiega Tania Scacchetti, segretaria nazionale confederale della Cgil, che si occupa di mercato del lavoro:

“Si chiama colloquio differenziato ed è sempre più diffuso nel nostro Paese. Si tratta di una discriminazione ab initio, anche rispetto al riconoscimento del valore sociale della maternità, che rende ancora più difficoltoso l’accesso delle donne al mondo del lavoro”.

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Il numero delle donne costrette a dimettersi per provvedere ai figli è costantemente cresciuto negli anni e, molto probabilmente, continuerà a lievitare. Quel che manca è una politica di sostegno alla conciliazione vita-lavoro e, più complessivamente, alla genitorialità.

L’assenza di nidi aziendali, i costi elevati per l’assistenza dei neonati, organizzazione e condizioni di lavoro ritenute gravose o difficilmente compatibili con l’esigenza di occuparsi dei figli, sono solo alcune delle ragioni che allontanano sempre più le donne che scelgono la maternità dal mondo del lavoro e dalla carriera.

Affrontare queste tematiche sembra però sempre meno popolare e più difficile, con un mondo della politica troppo preso da altre faccende e l’universo dell’imprenditoria spaventato dalle difficoltà che simili questioni pongono. Come spiegato però Marco Beretta, segretario Filcams Cgil Milano, che sta seguendo il caso “eDreams” (multinazionale spagnola che si occupa della vendita di pacchetti vacanza e che è stata recentemente scenario del così detto “sciopero delle mamme”, al centro del quale c’era, ancora una volta, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro), “rifiutarsi di sedersi ad un tavolo e discutere di questi temi, vuol dire non considerare l’importanza del principale motore dell’azienda: i lavoratori” e, aggiungiamo noi, soprattutto le lavoratrici.

Fonte: HuffPost Italia 

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