Che c’è da rider? Dolori di un giovane fattorino nella gig-economy

I rider sono una nuova categoria lavoratrice sempre più in voga, i fattorini in bicicletta sono l’anima del commercio online, ma quali rischi corrono?

Un rider Deliveroo in azione (Getty Images)

Una vita spericolata, non proprio come quella cantata da Vasco ma quasi, è quella che fanno ogni giorno i rider. Migliaia di fattorini in giro per l’Italia, addetti alle consegne, che vi portano cibo, pacchi, regali e quant’altro. Loro, spesso, sono il tramite fra quello che ordinate dal vostro smartphone o pc e quello che, poi, in definitiva, ricevete comodamente a casa.

Soltanto che loro comodi ci stanno un po’ meno: ad aumentare le criticità di questo lavoro, come avviene sovente, è stata la quantità innumerevole di richieste degli utenti sommata alla copertura esigua di mezzi, con modalità di gestione discutibili. Vale a dire: il cliente, negli anni del boom del commercio online, ha aumentato le pretese. Se e quando ordina qualcosa, non solo in Rete, vuole averla nel minor tempo possibile. Questo ha fatto sì che i vari colossi dell’e-commerce, dai siti di vestiario ai riferimenti culinari ed enogastronomici, per battere la concorrenza spingessero sui tempi.

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Rider nell’e-commerce: genesi ed espansione di una professione in ascesa

“Consegna in meno di 24 ore”, “La cena arriverà a casa tua nel giro di un’ora, senza le spese di spedizione”. Si è quindi scatenata una vera e propria corsa all’acquisto e le società, che dapprima promettevano tempestività, per tener fede alla parola data hanno preferito prendersi qualche rischio.

Sono cominciate così le assunzioni – per usare un eufemismo – di personale disposto a scorrazzare a bordo di biciclette (avanti e indietro per l’Italia) nel minor tempo possibile con tutto quello che ne consegue. Contratti non all’altezza, paga da fame, orari assurdi. Per non parlare della quantità incredibile di infortuni sul lavoro, causati appunto dai tempi stringati entro cui queste persone sono costrette a stare. Margine d’errore: minimo, ovviamente.

Allora non ci stupiamo più di tanto, ormai, quando sentiamo che l’ennesimo rider è finito sotto una macchina in mezzo alla strada. Complice un’altra manovra o attraversamento ai limiti del consentito. Senza contare, inoltre, le ritorsioni che – il più delle volte – un ciclista fattorino subisce dai clienti: non è nuova, infatti, la segnalazione di aggressioni (volontarie e organizzate) da parte di acquirenti scontenti che, non sapendo con chi prendersela, si sfogano sul rider.

Follia pura. Nella realtà del paradosso, il governo ha provato a porre un freno a tutto questo, cercando di tutelare una categoria lavoratrice emersa – tra mille perplessità – recentemente. Queste figure sono sempre esistite, ne è cambiato l’utilizzo. Il Movimento Cinque Stelle, appena insediato a Palazzo Chigi, aveva fatto sua la questione promettendo maggiori garanzie e paga minima oraria per queste persone.

Di Maio, al termine di numerose contrattazioni e trattative, è riuscito a far passare la professione di rider al pari di un vero e proprio impiego: lontano dalle concezioni di ‘lavoretto’, si è arrivati a mettere dei paletti per poter garantire il minimo delle condizioni dignitose che dovrebbero distinguere ciascun lavoro e ambiente lavorativo.

È stato garantito un mix tra paga oraria e retribuzione a cottimo, che ha reso l’assicurazione obbligatoria. Un epilogo che non solo ha lasciato scontenti i collettivi dei ciclofattorini, ma ha contribuito a scoperchiare un vaso Pandora: quello dei rider che vedono nella flessibilità del lavoro a cottimo e ‘autonomo’ (o meglio, occasionale) una condizione irrinunciabile.

I rider scrivono al governo italiano: “Avete peggiorato le nostre condizioni di lavoro”

I rider chiedono maggiori garanzie (Getty Images)

Per questo il 24 settembre di quest’anno, 500 rider hanno scritto una lettera – indirizzata al governo italiano – per chiedere la modifica di alcune norme inserite nel nuovo piano a tutela dei lavoratori. La missiva è stata pubblicata sulla piattaforma Typeform.

“Le norme contenute nel decreto per la “tutela del lavoro” in discussione al Senato – si legge – non solo non migliorano le nostre condizioni di lavoro: le peggiorano. E per questo vi chiediamo di modificarle”.

Le maggiori criticità ruotano attorno alla modifica della concezione di cottimo e l’obbligatorietà dell’assicurazione, che andrebbe a cambiare il quadro di lavoratore autonomo, entro cui questa categoria rientrava: “Il cottimo è una delle forme di retribuzione previste dal nostro Codice civile, e per un lavoro come il nostro è la forma più meritocratica che ci sia. Il fatto che tale minimo debba essere “prevalente” rispetto al corrispettivo legato alle consegne rischia di diminuire i nostri compensi, invece che aumentarli”, ribadiscono.

E sull’assicurazione: “Noi siamo – e siamo contenti di essere – lavoratori autonomi”, scrivono: “Molti di noi hanno altre attività (lavorano o studiano), e la flessibilità che garantisce questo lavoro è per molti di noi un criterio di scelta fondamentale. Il punto, inoltre, contesta il fatto che alcune aziende di food delivery, essendo obbligate a fornire un’assicurazione, garantiscono pacchetti assicurativi di comodo non certo paragonabili alla completezza della copertura Inail. La questione è intricata e complessa e va affrontata, se possibile, ancora meglio dal punto di vista legislativo. Con l’aumentare della domanda, cresce anche l’offerta, di conseguenza l’apporto di queste persone si rivelerà sempre più utile: facciamo in modo che non debbano pentirsi più del dovuto di aver accettato un impiego simile. Il lavoro nobilita l’uomo soltanto se conserva una dignità e questa si evince anche, per non dire soprattutto, dalle garanzie di sicurezza e trasparenza contrattuale. Sotto ogni punto di vista. Vale anche per la gig-economy (economia dei lavoretti, ndr).

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