“Gioventù bruciata”: ecco perché la ‘generazione Greta’ non piace a molti

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Greta Thunberg, all’Onu, si scaglia contro i leader mondiali colpevoli – a suo dire – di non aver fatto abbastanza in merito alle questioni climatiche. La figura dell’attivista divide l’opinione pubblica.

Greta Thunberg (Getty Images)

“Il riscaldamento globale è un problema serissimo e purtroppo non si fa ancora abbastanza per affrontarlo, ma sentirselo ricordare da Greta Thunberg è la punizione peggiore…ahinoi”, cinguettava così ieri Carlo Cottarelli, Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, e forse ha ragione lui. Pensare a Greta Thunberg come l’unica persona in grado di smuovere qualcosa di concreto attorno alle questioni climatiche e ambientali non è un buon segno.

Magari avrebbe dovuto pensarci qualcun altro prima, magari l’ha anche fatto, ma noi – tutti noi – non abbiamo saputo ascoltare. Infatti l’unica cosa che è rimasta impressa a gran parte degli italiani è la prosopopea (secondo loro) di una sedicenne che parla per sentito dire: usa frasi fatte, di fronte a leader mondiali. Eppure, prestando maggior attenzione, potremmo riuscire a vedere soltanto una ragazza – la stessa che ha disertato la scuola dal 20 agosto 2018 al 9 settembre dello stesso anno affinché il governo svedese riducesse le emissioni di anidride carbonica – vogliosa di fare qualcosa perché si è resa conto che, purtroppo, non c’è più tempo per rimandare.

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Da Stoccolma a Torre Maura: i giovani, con le loro idee, vanno assecondati non emarginati

Forse è proprio questo il problema, al di là del clima e delle condizioni atmosferiche, la vera tempesta è nella testa di coloro che si rendono conto quanto ormai sia troppo tardi per mettersi in discussione: 16 anni, come Greta, li abbiamo avuti tutti. Ciascuno di noi aveva degli ideali e delle battaglie che voleva portare avanti, qualcuno ce l’ha fatta e qualcun altro no. Proprio questi ultimi, forse, sono gli stessi che oggi tacciano Greta d’esser “manovrata dai poteri forti” oltre che una “dispensatrice di slogan incapace di fare un discorso di senso compiuto” perchè quando i discorsi erano loro a farli nessuno se li filava.

Più di qualcuno nel nostro Paese, specialmente fra gli over 50 (che sono quelli che attaccano maggiormente la Thunberg, basta fare un rapido check su Twitter fra gli hashtag correlati per rendersene conto), cova un senso di colpa inconscio per cui mentre Greta ribadisce ai potenti che ” i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento, gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi, e se sceglierete di fallire non vi perdoneremo mai. Il cambiamento sta iniziando, che vi piaccia o no” pensano a quanto – sotto sotto – abbia ragione.

È questa, presumibilmente, la punizione di cui parlava Cottarelli: vedere una sedicenne che ha una propria coscienza e non è relegata al sentire comune, che diventa riferimento invece d’esser ostaggio di una morale che non esiste. Specialmente nei nostri confini, dove siamo abituati a vedere – o meglio, ci fa comodo così – giovani omologati e inseriti in meccanismi sociali trascinati per inerzia, che li vorrebbero estremamente compattati verso un irrimediabile ciarpame.

Simone e Greta, figli della stessa rabbia

Greta Thunberg al summit dell’Onu sul cambiamento climatico (Getty Images)

Quando veniamo sorpresi, invece, dalla vastità di spunti che sono in grado di offrire, piuttosto che assecondarli li emarginiamo: è successo anche con Simone (il quindicenne che ad aprile ha ‘sfidato’ Casapound in una battaglia dialettica a Torre Maura come forse nessuno aveva mai osato fare prima). “Non me sta bene che no”, la sua frase – che metteva all’angolo un esponente di quel movimento intento a difendere le proprie ragioni – è diventata un cult. Chiunque la ripeteva, perchè inizialmente mosso da empatia e coinvolgimento, per poi finire a dire che ‘sì, ha detto cose giuste però poteva esprimersi meglio. Non sa parlare italiano’ come ha sottolineato prontamente la scrittrice Elena Stancarelli.

Bisogna sempre trovare qualcosa che non va in quelli che magari hanno provato a mettersi in discussione per primi, portando qualche novità. D’altronde i ragazzi vanno bene solo quando partecipano ai talent, al pari di un trofeo da esporre con gli amici, oppure quando decidono – volutamente o meno – di ricalcare le orme dei padri. Allora lì sono motivo d’orgoglio.

Se invece provano ad imporre un proprio credo, che potrebbe tra l’altro essere utile alla collettività, diventano esibizionisti, fanatici, viziati ed egocentrici. Soltanto perché viviamo con la convinzione perenne che alcuni debbano abbassare la testa prima di altri: oggi è il clima, domani sarà l’immigrazione, dopodomani la giustizia sociale, ci sarà sempre qualcuno disposto a mettersi in gioco per una battaglia etica. Lo abbiamo fatto tutti, come Greta, a sedici anni. Il problema è che poi ci hanno convinto che era meglio smetterla.

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