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Giallo di Brembate, tutto quello che ha fatto Massimo Bossetti a Yara Gambirasio

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Il 23 novembre scorso, la Cassazione ha dato la motivazione della sentenza di ergastolo per il muratore di Mapello che è in galera dal giugno 2014 scorso per l’omicidio di Yara Gambirasio.

“Le numerose e varie analisi biologiche effettuate da diversi laboratori hanno messo in evidenza la piena coincidenza identificativa tra il profilo genetico di “Ignoto 1”, rinvenuto sulle mutandine della vittima, e quello dell’imputato”.

E’ questo quello che scrive  la Cassazione, nelle motivazioni della sentenza depositate la scorsa settimana  con la quale, il 12 ottobre scorso, ha confermato in via definitiva l’ergastolo per Massimo Bossetti, il muratore di Mapello ritenuto responsabile della morte della tredicenne Yara Gambirasio, sparita nel nulla da Brembate di Sopra, dove abitava con la sua famiglia il 26 novembre 2010 e ritrovata priva di vita esattamente 3 mesi dopo in un campo di Chignolo D’Isola.

La Cassazione inoltre scrive che l’analisi statistica, ha

“evidenziato che la probabilità di errore è di 1 su 20 miliardi (superiore a tutta la popolazione, viva e morta, transitata sulla Terra dalla comparsa dell’uomo), salvo che l’imputato abbia un fratello gemello monozigote (in questo caso il dna è identico), circostanza però non dedotta ed esclusa da tutti i protagonisti della vicenda». La Suprema Corte rileva quindi che dalle «risultanze genetiche» si desume «con assoluta certezza» il «rapporto di filiazione naturale» tra Giuseppe Guerinoni e lo stesso Bossetti, e la stessa «assoluta certezza» riguarda «l’identità» tra «Ignoto 1» e l’imputato.”

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“Visto che la difesa ha utilizzato l’argomento anche in sede extra processuale», è bene chiarire che «la genericissima ipotesi della creazione in laboratorio del Dna dell’imputato, oltre ad appartenere alla schiera delle idee fantasiose prive di qualsiasi supporto scientifico e aggancio con la realtà, è manifestamente illogica». Continua la Cassazione nella sentenza a Massimo Bossetti. «Se si volesse seguire la tesi complottista legata anche alla necessità di dare in pasto all’opinione pubblica un responsabile», scrive la prima sezione penale, «è evidente che – ammessa solo per ipotesi la reale possibilità di creare in laboratorio un Dna – si sarebbe creato un profilo che immediatamente poteva identificare l’autore del reato senza attendere, come invece è accaduto, ben tre anni». Così come, secondo la Cassazione, è «fantasiosa» l’ipotesi di una contaminazione volontaria da parte di terzi prima del ritrovamento del corpo della vittima.

Nessuna macchinazione

Nella sentenza non è mancato neppure una risposta secca alla difesa dell’operaio, che spesso in questi anni ha parlato di strani complotti per incastrare il proprio assistito.

E’ bene chiarire che a genericissima ipotesi della creazione in laboratorio del Dna dell’imputato, oltre ad appartenere alla schiera delle idee fantasiose prive di qualsiasi supporto scientifico e aggancio con la realtà, è manifestamente illogica“, si legge sul testo. “Se si fosse voluta seguire la strada legata anche alla necessità di dare in pasto all’opinione pubblica un responsabile, si sarebbe creato un profilo che immediatamente poteva identificare l’autore del reato senza attendere, come invece è accaduto, ben tre anni“.

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