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Italia, a Mancini serve una sterzata: cosa può cambiare?

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Mancini Italia
Roberto Mancini ©Getty Images

L’Italia sconfitta dal Portogallo si guarda dentro: Roberto Mancini deve cambiare qualcosa, sì, ma cosa? 

Due partite, un solo punto. L’esperienza dell’Italia in Nations League è iniziata che peggio non si poteva, dopo questa prima sosta dedicata alla nuova competizione Uefa. Italia inserita nel girone con Polonia e Portogallo: le ha affrontate entrambe e il risultato è stato un pareggio interno con la Polonia e una sconfitta con i portoghesi, orfani anche di Cristiano Ronaldo e in formazione parecchio rimaneggiata. Ora Mancini e i suoi stazionano mestamente all’ultimo posto del gironcino, con il rischio di essere retrocessi in Lega B se le cose non cambieranno. E da ieri sera la domanda che coinvolge tutti gli appassionati e i tifosi della Nazionale è proprio questa: cosa può cambiare?

La discussione è ampia e di difficile interpretazione. Dire che i problemi sono più “in alto” della semplice squadra che scende in campo sarebbe banale e sarebbe un po’ come sparare nel mucchio. I problemi ci sono a tutti i livelli ed è vero che il calcio italiano vive un picco di povertà tecnica e soprattutto morale che forse non è mai stato così drammatico, mai nella storia. Ma bisogna ragionare sul materiale a disposizione del nuovo allenatore Roberto Mancini e capire come si può far rendere al meglio gli uomini a disposizione, al netto di tante sentenze preventive che hanno già colpito il ct e i suoi ragazzi.

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Italia, Mancini deve cambiare la Nazionale: sì, ma cosa?

Mancini Nazionale Italia
Roberto Mancini ©Getty Images

Roberto Mancini ha accettato coraggiosamente una scommessa nient’affatto scontata, forse la più difficile di tutte: prendere una Nazionale italiana in crollo verticale di popolarità e cifra tecnica, e provare a raddrizzarla in qualche maniera. Certo, siamo agli inizi, ma per ora si può dire serenamente che non ci sta riuscendo. Poche idee e confuse, troppi esperimenti e la sensazione che in campo ci siano ragazzi che non hanno una guida univoca. Il primo passo è sicuramente quello di trovare un assetto tecnico-tattico e perseguirlo senza ripensamenti, scegliere dei punti fermi anche nella squadra e dar loro in mano le chiavi del gioco. Definire dei leader tecnici e poi destituirli alla prima difficoltà è il primo errore da non commettere, perché si dà la sensazione di non aver chiaro l’obiettivo. E se non è chiaro all’allenatore figuriamoci come può esserlo per i ragazzi.

Passiamo ai calciatori. Ciò che appare evidente è che le qualità dei singoli non sono eccelse: non ci sono veri campioni in questo gruppo, ma tanti ragazzi con un discreto talento che se assemblati bene possono comunque dare qualche soddisfazione. Molti terzini, qualche buon centrale difensivo, tanti (troppi) interni di centrocampo e tanti esterni offensivi. Le punte ci sono, ciò che manca è un mediano vecchio stampo, un novello Gattuso che possa trascinare un centrocampo apparso sempre troppo light.  Mancini può trovare sfogo in Nicolò Barella, l’unico che per caratteristiche può incarnare questa figura così sottovalutata eppure così fondamentale in una squadra. E poi valorizzare il talento che in realtà c’è, eccome se c’è: Romagnoli in difesa, Verratti e/o Jorginho in mezzo al campo, Insigne, Chiesa, Bernardeschi e i tanti esterni che sono sempre ad un passo dall’esplosione definitiva. Poi lì davanti, da Immobile a Belotti, c’è l’imbarazzo della scelta. E forse è stato questo il grande limite, anche di Ventura: essere rimasto in imbarazzo-della-scelta fino alla fine, senza fissare delle gerarchie. Per finire poi in balia del vento e delle critiche.

Ecco, questo deve essere il vero punto di partenza per Roberto Mancini. Uno dei must di un commissario tecnico è quello di resistere alle pressioni dei 60 milioni di allenatori che lo circondano e seguire la sua strada, senza se e senza ma. Se sarà bravo a fare questo, il ct sarà già a metà dell’opera. A patto di sceglierla davvero, questa benedetta strada.

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